Il rischio referendum può sbloccare la legge sull’eutanasia

A volte nella storia capitano anche le fratture e le discontinuità. E forse circa il fine-vita, da noi in Italia si è arrivati a una situazione del genere. È troppo complicato cercare di individuare i fattori determinanti, ma se ne può e deve prendere atto. Un segno tangibile del cambiamento sta nell’indubbio successo della raccolta firme per il Referendum lanciato dall’Associazione Luca Coscioni per la parziale abrogazione dell’art. 579 c.p. sull’omicidio del consenziente: era estate e le condizioni tutt’altro che agevoli, ma in poco tempo si è raggiunto più del doppio delle firme richieste.

Una sorta di plebiscito, che pone solide basi per il superamento del quorum nel Referendum, ove fosse ammesso dalla Corte Costituzionale. Insomma, sul tema la coscienza sociale pare mutata, anche perché negli anni molti hanno assistito i propri cari e visto che si muore male: l’esperienza concreta è ciò che più di ogni altra cosa modifica gli atteggiamenti. Il risultato è che ormai “eutanasia” non è più termine impronunciabile, ma è anzi diventata parola amica.

Il cambiamento nella coscienza sociale

È la consapevolezza del cambiamento intervenuto nella coscienza sociale che ha portato l’autorevole rivista Civiltà Cattolica a lasciar intendere che forse è meglio tenere la PdL (Proposta di Legge) già approvata alla Camera piuttosto che rischiare che il Referendum abbia successo e porti all’abrogazione di parte dell’art. 579 c.p. In quest’ultimo caso, infatti, anche una persona sana potrebbe richiedere assistenza al suicidio, mentre la PdL prevede che siano soddisfatte le condizioni previste dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 242 sul caso Antoniani-Cappato: cioè che la persona sia in grado di avanzare la richiesta attuale, abbia una patologia irreversibile, fonte di sofferenze, e tenuta in vita da un sostegno artificiale.

Ma non solo questo, perché la PdL approvata restringe ulteriormente le condizioni previste dalla Sentenza della Corte. Infatti, richiede che ci sia anche una “prognosi infausta” (che non era quella di dj Fabo, Antoniani), che siano fornite prima le “cure palliative” e che sia esplicitamente prevista la “obiezione di coscienza” del medico (non menzionata nella Sentenza).

 

Gli interrogativi di Civiltà Cattolica

È per questo che Civiltà cattolica si interroga “se di questa PdL occorra dare una valutazione complessivamente negativa, con il rischio di favorire la liberalizzazione referendaria dell’omicidio del consenziente, oppure si possa cercare di renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi. Tale tolleranza sarebbe motivata dalla funzione di argine di fronte a un eventuale danno più grave”.

Avete letto bene: non solo la PdL pone un argine alla “liberalizzazione referendaria” essendo già molto più restrittiva della Sentenza, ma bisogna ancora “cercare di renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi”, cioè restringerla ulteriormente.
È vero che Civiltà cattolica non innalza muri o barricate contro il principio a favore della morte volontaria, che pure dichiara essere non conforme al Magistero della Chiesa cattolica, ma questo perché ormai quel principio è ormai entrato nell’ordinamento italiano grazie alla Sentenza Antoniani-Cappato.

In un senso è inutile continuare a opporsi, perché i bersaglieri già sono entrati a Porta Pia, e serve a poco continuare con i non possumus. Invece di intestardirsi sui principi astratti, Civiltà cattolica pensa a lavorare per svuotare di contenuto la pratica della morte assistita con mille limitazioni. Fa leva sulla corretta osservazione che “la latitanza del legislatore o il naufragio della PdL assesterebbero un ulteriore colpo alla credibilità delle istituzioni, in un momento già critico”, per concludere che il sostegno a questa PdL potrebbe non contrastare “con un responsabile perseguimento del bene comune possibile”.


Al di là del sostegno alla PdL c’è da osservare che sui temi del fine-vita la realtà muta in fretta: l’ottima legge 219 è del 2017 e in meno di cinque anni già abbisogna di essere affinata per consentire la morte volontaria. Abbiamo bisogno non di una legge, ma di una buona legge, cioè una legge che allarghi l’autonomia delle persone alla fine della vita e che garantisca il rispetto della volontà, non di una legge che ponga mille ostacoli e cavilli. Altrimenti si perde in credibilità.

 

Una drammatica testimonianza

Al riguardo un’esperienza recente: un conoscente che ha dedicato la vita alla cura degli altri, si è suicidato senza salutare nessuno e senza dare spiegazioni. Era persona gioiosa, ancora impegnata in mille progetti, e quindi è da escludersi il colpo di depressione: sembra abbia avuto diagnosi infausta, e sempre aveva detto che mai avrebbe accettato che la natura facesse il suo corso. Forse la garanzia di avere accesso senza troppe clausole alla morte volontaria avrebbe consentito una fine più socializzata e meno cruenta. Questo è il “bene comune possibile” da perseguire e non quello di una PdL che sembra essere tesa a bloccare il nuovo clima culturale sbocciato in Italia sulla morte volontaria, e che ci fa tornare presto punto a capo (con discredito per le istituzioni).