Il rischio giallo-verde sulla battaglia
per i vaccini
per il Quirinale

Un fantasma si aggira per la politica italiana, già inghiottita da una crisi senza precedenti: sta rinascendo un asse giallo-verde? La preoccupazione potrà anche sembrare eccessiva, ma ci sono segnali che non andrebbero sottovalutati. Soprattutto ora che hanno a che fare con la questione fondamentale di questo tempo: la battaglia contro la pandemia. Non si tratta dei soliti retroscena giornalistici, ma di prese di posizione e fatti per così dire “certificati”. Prima nella cabina di regia, poi nell’ultima riunione del governo, i ministri della Lega – refrattari a ogni inasprimento delle misure contro i no-vax – hanno ricevuto un insperato sostegno dalla componente dei 5 Stelle, anch’essa tutt’altro che decisa a seguire la linea del rigore per la sanità pubblica. Il compromesso scaturito alla fine contiene degli elementi positivi, a cominciare dall’obbligo vaccinale per gli over 50, ma rischia di non essere sufficiente davanti all’avanzare di Omicron soprattutto nelle strutture ospedaliere.

Enorme confusione

Un caso isolato, si dirà. Ma non è esattamente così. Nella stessa complicatissima vicenda dell’elezione del successore di Mattarella, a parte l’enorme confusione in casa 5 Stelle per cui un giorno spunta un nome e il giorno dopo viene superato da un altro, non sfuggono i segnali di fumo nei confronti della destra leghista. Il leader (?) Giuseppe Conte ha ipotizzato espressamente il sostegno a una candidata donna proveniente dal centrodestra, includendo nella lista non solo Letizia Moratti ma persino la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, una forzista filo-Salvini che non ha dato esattamente prove di grande imparzialità alla guida di Palazzo Madama, per tacere del suo ruolo ai tempi della vicenda penosa di “Ruby nipote di Mubarak”. Anche questo aspetto può essere liquidato come un episodio occasionale. Spiegabile, magari, con il desiderio di sbarrare le porte del Quirinale al “nemico” non dichiarato Mario Draghi. Ma è chiaro che Salvini potrà valutare ora come utilizzare al meglio l’apertura penta-stellata nei giorni decisivi della trattativa: sempre che la vasta pattuglia di deputati e senatori grillini segua fino in fondo le indicazioni dal vertice del partito, cosa tutt’altro che pacifica.

Il punto di fondo, però, non riguarda le semplici convenienze del momento o le schermaglie tattiche: è anche (e questa è la cosa più preoccupante) una questione di cultura politica. Restando al tema della lotta alla pandemia, non vanno dimenticate le origini dei 5 Stelle, tendenzialmente ostili al ruolo della scienza nelle scelte della politica: non a caso i no vax hanno trovato in loro, ancora prima del Covid, un punto di riferimento nelle campagne contro gli altri vaccini (in primis, il morbillo). Sarebbe ingeneroso non riconoscere l’emancipazione avvenuta negli ultimi anni, soprattutto con il governo giallo-rosso, ma evidentemente il richiamo della foresta si fa ancora sentire.

C’è poi un altro tema sul quale la vicinanza con la peggiore cultura leghista ha già dato risultati nel tempo: quella dell’immigrazione. Senza riandare alla scena famosa del premier Conte che esibiva con tanto di cartello il trionfo di Salvini per i “decreti sicurezza”, ovvero i provvedimenti xenofobi che cancellavano di fatto ogni tentativo di accoglienza nel nostro Paese, è quello che è avvenuto dopo che dovrebbe far riflettere. Anche con alleanze rovesciate e senza più la necessità di fare da gregari a Salvini, la politica dei 5 Stelle è cambiata solo in piccola parte: non a caso è stato necessario più di un anno per modificare i famigerati decreti sicurezza, mentre resta ancora al palo ogni tentativo della sinistra di legiferare sul cosidetto ius soli anche per la sostanziale freddezza (e a volte ostitlità) degli alleati grillini. Non è un caso del resto se persino il reddito di cittadinanza è stato organizzato in modo da penalizzare gli immigrati regolari che vivono nel nostro Paese.

Populismo antiparlamentare

Per chiudere il quadro, 5 Stelle e Lega hanno condiviso il populismo anti-parlamentare (la demenziale riforma sul taglio dei seggi è stata partorita sotto il loro governo e poi fatta ingoiare a tutti gli altri gruppi) e persino una certa visione sui temi dell’economia (i bonus e non solo). Se è certamente prematuro l’allarme per la riedizione di un asse che ha prodotto uno dei peggiori governi della storia, allo stesso modo sarebbe perlomeno ingenuo ritenere che il passaggio del Movimento al centro-sinistra sia un dato acquisito. Più che le tattiche e le manovre politiche saranno i fatti a doverlo provare. E per ora – persino nelle giornate più drammatiche del Paese, alle prese con le emergenze sanitaria e istituzionale – di fatti se ne vedono pochi.