Il rischio che gli errori
dell’UE spingano i paesi
al fai da te sui vaccini

Stella Kyriakides è la commissaria europea per la salute. Chi lo sapeva già alzi la mano. Chi ha alzato la mano – probabilmente pochi e già questo indica l’esistenza d’un problema –  ha il diritto di farle qualche domanda: dov’era, signora Kyriakides, la scorsa settimana, quando sono arrivati i primi rumors sui casi di presunti effetti collaterali del vaccino AstraZeneca? Che faceva quando, giovedì, prima la Danimarca, poi la Norvegia e l’Islanda, e poi venerdì la Bulgaria e quindi sabato l’Irlanda e i Paesi Bassi hanno bloccato le somministrazioni? E lunedì 15 marzo, quando il ministro della Sanità tedesco Jens Spahn è comparso in tv per annunciare la sospensione delle vaccinazioni con AstraZeneca anche in Germania, seguito a ruota (ormai era inevitabile) dai colleghi francese, spagnolo e italiano? E dov’era, che faceva, che pensava António Lacerda Sales, ministro della Sanità del Portogallo, ovvero del paese che esercita attualmente la presidenza del Consiglio dell’Unione europea?

La commissaria Stella Kyriakides

Appena arrivate le prime notizie sull’esistenza di un problema in merito alle vacinazioni con AstraZeneca, o al più tardi dopo le prime sospensioni, la commissaria Kyriakides e il ministro Lacerda Sales avrebbero avuto il diritto – anzi, il dovere – di fare una cosa semplicissima in questi tempi di telelavori e teleconferenze: convocare a distanza il consiglio dei ministri della salute ponendo all’ordine del giorno la decisione che i paesi, separatamente come i grani d’un rosario, andavano prendendo ciascuno per sé di propria iniziativa. Prendiamo noi in mano la situazione – avrebbero dovuto dire – e finché l’EMA, l’agenzia europea per i farmaci, non ci darà il via libera è l’Unione europea che decreta la sospensione.

Le scelte della Commissione

Potevano farlo e avrebbero offerto un po’ di chiarezza e le ragioni d’una serena accettazione dei dati di fatto a un’opinione pubblica disorientata e comprensibilmente spaventata. Ma non l’hanno fatto. E questa non è l’ultima delle ragioni della fase di grande confusione e incertezza che si è diffusa in tutti i nostri paesi.

Perché non l’hanno fatto? Perché tutta la vicenda dell’Europa e dei vaccini è nata e si è sviluppata dentro un universo che sembra inventato da un genio maligno e governato da un kafkiano UCCS, Ufficio Complicazione Cose Semplici. La Commissione europea, quella che i giornalisti sempre alla ricerca di formule che risparmino tempo e fantasia chiamano spesso e del tutto impropriamente il “governo” dell’Europa, quando si è capito che i vaccini erano pronti e si trattava di procurarseli si è autoassegnata il compito di gestire i negoziati con i colossi farmaceutici e poi distribuire le dosi ai paesi. Era la prosecuzione sul piano della sanità pubblica dell’impegno già profuso sul piano economico con i piani di ripresa del Next Generation EU. Ma era, soprattutto, l’unico modo per garantire un controllo pubblico su un mercato che, lasciato ai singoli stati nazionali, avrebbe portato al caos e alla prevaricazione da parte dei più forti. Si pensi solo alle conseguenze in termini di competizione tra gli stati e accaparramento da parte dei più ricchi che si sarebbero verificate se ognuno avesse negoziato in proprio.

Da questo punto di vista le cose hanno funzionato relativamente bene: nella distribuzione dei vaccini tra i vari paesi, nonostante che ci sia stata negli ultimi tempi qualche recriminazione di matrice nazionalistico-sovranista, è stata garantita una ragionevole equità. Le differenze in più o in meno sono sull’ordine di non più dell’1,5%.

Dove si sono manifestati problemi seri, invece, è nei negoziati con i fornitori e nella lentezza delle autorizzazioni all’utilizzo dei vaccini. Citiamole, queste difficoltà, solo per titoli giacché se ne è parlato molto, e giustamente, nei mesi scorsi. La prima è che la Commissione è stata colpevolmente debole nel pretendere che le aziende accettassero sanzioni severe, e soprattutto legate a scadenze temporali a breve termine, nel caso di mancate o ritardate forniture e sulle autorizzazioni. La seconda è che l’EMA, l’agenzia del farmaco europeo, rispetto alle corrispettive istituzioni “gemelle”: la FDA americana e la MHRA britannica è più lenta (il che ha costituito un notevole svantaggio concorrenziale) e soprattutto meno pronta a reagire, come è stato drammaticamente messo in evidenza proprio nel caso dei dubbi su AstraZeneca.

La mancanza di poteri reali

Queste debolezze sono la conseguenza della mancanza di poteri reali: la Commissione e l’EMA sul piano internazionale è come se giocassero con l’handicap perché non hanno sovranità piena sulla propria sfera d’azione considerato che quella sovranità è negata loro dalla meccanica stessa dei rapporti istituzionali nell’Unione, dalla mancata cessione di sovranità da parte degli Stati. Debbono consultarsi con le amministrazioni degli stati, sollecitare e distribuire autorizzazioni, lavorare, per così dire, chiedendo il permesso.

Proviamo ad immaginare che cosa sarebbe accaduto se i sospetti sulla affidabilità di AstraZeneca, o magari di Pfizer o Moderna, si fossero manifestati negli Stati Uniti. La FDA e il governo federale avrebbero immediatamente bloccato le vaccinazioni. Nessun problema fino alla certificazione che i sospetti erano ingiustificati. In Europa invece la Commissione e EMA non avevano l’autorità per farlo, non competeva loro. Potevano, al massimo, raccomandarlo, ma la scelta finale spettava ai governi nazionali e quando il (presunto) pericolo si è affacciato all’orizzonte i governi nazionali hanno cominciato a decidere autonomamente: ognuno per conto proprio all’inizio e poi in modo coordinato e concordato al momento del rush finale imposto dai tedeschi. La drammatizzazione impressa alla vicenda dall’intervento di Spahn, così, ha ricostituito una sorta di unanimità europea, giacché Francia, Italia, Spagna e poi via via quasi tutti gli altri hanno ritenuto di non poter non adeguarsi a quanto era stato decretato da Berlino. Ma si è trattato di una unanimità malata, per così dire, innescata da una decisione precipitosa, che contraddiceva clamorosamente le posizioni che erano state sostenute fino a poche ore prima dall’EMA e da tutti gli organismi tecnico-scientifici dei diversi paesi, compresa la stessa Germania. Qualcuno è arrivato a sospettare che nell’improvvisa e improvvida svolta delle autorità tedesche abbia in qualche modo influito l’esito, disastroso per la CDU della cancelliera Merkel, delle elezioni che si erano tenute domenica in due Länder. L’ipotesi, alquanto fantasiosa, è che il governo federale abbia voluto strizzare l’occhio alla parte di opinione pubblica nazionale che non è insensibile alle sirene dei no-vax. Certo è che la svolta è stata molto radicale, ha destabilizzato il rapporto di fiducia di una parte grande dell’opinione pubblica europea con la campagna di vaccinazione e provocato un ritardo che non sarà certo senza conseguenze.

Comunque siano andate le cose, è evidente che l’incidente è stato il frutto soprattutto della mancanza di un centro organizzativo europeo dotato di autorità e di poteri decisionali. Questo conferma il vizio fondamentale dell’apparato politico-istituzionale dell’Unione europea come si è determinato, frenato dal geloso sovranismo degli stati nazionali, o comunque dei governi che li reggono. Problema non certo nuovo, ma che in un momento grave come quello che stiamo vivendo può avere effetti disastrosi. Lo “scavalcamento” delle pur deboli competenze della Commissione e dell’EMA da parte degli stati rischia di alzare il sipario su uno scenario da incubo. Per esempio l’apertura di conflitti ingovernabili tra gli stati o tra uno stato e gli altri sulla sicurezza o meno di un vaccino. Oppure che il parere dell’EMA non venga accettato da uno o più paesi. O che uno, non piccolo come l’Ungheria o la Slovacchia ma di quelli che contano, decida di uscire dal meccanismo europeo collettivo e di rivolgersi autonomamente al mercato, come qualcuno, per esempio in Italia, comincia a reclamare. Non si tratta di ipotesi troppo remote se lo sfascio della macchina delle vaccinazioni mettesse in moto meccanismi di irrazionale “prima noi” degli altri in tempi in cui i morti in Europa si contano a migliaia ogni giorno.