Il referendum spinga la politica a legiferare ma senza supplenze

La democrazia rappresentantiva si organizza anche attraverso forme di intervento diretto. Esistono dei mezzi che consentono alla volontà generale di superare il vincolo rappresentativo e di decidere senza mediazioni. In Italia questo mezzo è prevalentemente quello del referendum che, con riferimento alle leggi ordinarie, si qualifica per essere di natura abrogativa. Previsto dall’articolo 75 della Costituzione, infatti, l’istituto referendario consente di togliere dall’ordinamento una norma o un pezzo di essa, sottoponendo una domanda a tutta la popolazione. L’intervento del cittadino elettore, in questo caso, non ha il carattere di iniziativa positiva, perché non aggiunge nulla all’impianto normativo. Al contrario, il voto in questione serve per sottrarre qualcosa al diritto. Si ri-crea il diritto con un gesto di tipo negativo.

L'Unità 12 maggio 1974 referendum sul divorzioNon tutte le materie sono sottoponibili al voto mediante referendum. La Costituzione dice chiaramente che le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali non contemplano questo istituto. Su alcune questioni si preferisce lasciare che sia solo il Parlamento ad avere l’ultima parola. Ciononostante l’Italia è piena di situazioni che son state affrontate politicamente attraverso questo principio di democrazia diretta, grazie al quale si sono vinte battaglie di indiscutibile valore. È facile ricordare, ad esempio, il voto sul divorzio che impedì la cancellazione di una legge giusta, che ha imposto un salto di civiltà da cui non si è più tornati indietro.

Molti però sono contrari a questo istituto. L’accusa principale è che si tratti di una infantilizzazione del dibattito, che ridurrebbe temi delicati alla contrapposizione tra un “sì” e un “no”. Solo i bambini si accontenterebbero di un sistema binario come risposta a temi complessi, senza riuscire a cogliere tutte le sfumature di un caso. Al contrario, la mediazione parlamentare fornirebbe l’approfondimento necessario per prendere le decisioni migliori in quel dato contesto storico, tenendo conto delle sensibilità culturali del paese. Ma che succede se le Camere prendono una decisione contraria alla sensibilità generale? La contrapposizione tra paese reale e pezzi della sua classe dirigente, a volte, evidenzia come la società possa essere più avanti di chi dovrebbe guidarla e l’estrema ratio diventa esprimersi saltando la mediazione.

Un’altra accusa che viene formulata riguarda il dibattito sulla risposta al quesito referendario. Si dice spesso che sia influenzato da gruppi di pressione, partiti politici e interessi vari, a causa dei quali la maggioranza degli aventi diritto al voto non riuscirà mai a formulare una propria idea indipendente. Eppure, anche in questo caso, si può obiettare dicendo che proprio il dibattito, specie davanti alla debolezza delle strutture di rappresentanza (partiti e associazioni di categoria), può aiutare a stimolare le coscienze verso una presa posizione. Il referendum può consentire che si metta nell’agenda di ognuno un tema che, diversamente, sarebbe all’attenzione solo di pochi. Qui risiede la particolarità dei quesiti su cui si è espressa la Corte Costituzionale nei giorni scorsi. In questo caso, infatti, il dibattito sorge non tanto per andare contro una determinata norma, quanto per spingere il Parlamento a intervenire rapidamente. L’esigenza di dare, per esempio, delle risposte alla questione sul “fine vita”, trasforma il referendum prettamente abrogativo in uno strumento che, oltre a sottolineare un’urgenza sociale, si oppone a un più ampio vuoto normativo, più che solo a un pezzo di una legge. È vero, il quesito, prima di essere respinto dalla Consulta, chiedeva l’abolizione parziale dell’articolo 579 del codice penale. Ma è evidente la volontà, da parte dei promotori e dei firmatari, di stimolare le forze parlamentari verso una riforma compiuta e soddisfacente.

voto elezioniEd ecco che si tocca un punto essenziale. Il ricorso agli istituti di democrazia diretta assume una valenza maggiore, un forte impatto, quando certe esigenze di una parte della popolazione non sono sufficientemente rappresentate. L’istituto, nei limiti previsti dalla legge, diventa, al tempo stesso, campanello di allarme e possibile impulso verso la soluzione di un problema ancora più ampio: la rappresentanza politica e sociale. La voglia di partecipazione, sottesa alle firme e alla discussione che i temi suscitano, non può non essere attenzionata. In tale contesto, forse, non si considera abbastanza l’effetto negativo che i respingimenti dei quesiti (di cui si occupa la Corte Costituzionale) possono produrre sui cittadini, che non ottengono sufficienti risposte da parte del corpo politico e che si vedono negata la possibilità di incidere sul sistema. Potrebbero sposare una deriva anti-sistemica e favorire ancora di più quel senso di scollamento con le istituzioni.

Dietro l’utilizzo del referendum, dunque, si celano tematiche di grande importanza non solo sul piano etico, come mostra il merito delle questioni sollevate, ma anche sul piano politico. Non è un caso che, negli ultimi trent’anni, il ricorso a questo strumento sia aumentato a dismisura. Pertanto, limitarne lo svolgimento e le condizioni di validità, come scrive Temistocle Martinez sul suo “Manuale di Diritto Costituzionale”, potrebbe significare l’arroccamento del “paese legale su posizioni indifendibili”. In questo quadro, la politica nel suo complesso deve fare la sua parte capendo che, evidentemente, certe fratture non vanno sanate a colpi di referendum. E che, se si vuole ripristinare un equilibrio generale, non è più auspicabile alcuna funzione di supplenza rispetto ai propri doveri.