Il reddito di cittadinanza
per gli stranieri
approdo inaccessibile

Welfare chiuso agli stranieri. Come fosse un qualsiasi porto dello Stivale protagonista delle cronache di questo scorcio di secolo, da blindare all’accesso dei migranti, costi quel che costi, per quella stessa fetta di mondo anche il reddito di cittadinanza diventa un approdo inaccessibile. Una strategia stucchevole che, da anni, soprattutto a livello locale, soprattutto quando l’amministrazione è di matrice leghista, cerca di tenere fuori dai confini dello stato sociale chi non è italiano. “Una vera e propria barriera – la definisce senza indugi Claudio Piccinini, Coordinatore Area Migrazioni e Mobilità Internazionali dell’Inca, il patronato della Cgil –”. E non esagera. Perché, cronometro alla mano, è lunga e complessa anche solo a leggerla la procedura richiesta ai cittadini extracomunitari e ai propri nuclei familiari. Un emendamento della Lega, approvato dalle Camere, stabilisce che i malcapitati, per ottenere il reddito di cittadinanza, devono procurarsi, presso l’istituto del proprio paese di provenienza, una speciale certificazione relativa alla loro situazione reddituale. Detta così suonerebbe anche facile. In realtà tra tempi e costi parliamo di una vera e propria maratona.

In pratica, lo Stato gli chiede di dimostrare, attraverso questo documento, che nel paese di origine lo straniero non ha altri redditi. Una caccia che comporta molti oneri. “Si parte con l’emissione del documento – ci spiega Piccinini –. Poi se ne richiede il trasferimento, quindi la traduzione nella nostra lingua e la legalizzazione presso le autorità consolari italiane all’estero. Considerando che, soprattutto in certi paesi, queste operazioni devono essere fatte di persona, sul cittadino – quello stesso che vorrebbe richiedere il reddito di cittadinanza e quindi, evidentemente, non ha un lavoro – graverebbe una spesa non inferiore ai 1500 euro, anche nel caso dei paesi più vicini”.

Eccolo, il reddito di cittadinanza in cento mosse, che da gioco dell’oca rischia di trasformarsi in risiko. Il primo passo è capire qual è l’ente certificatore. Di solito coincide con l’istituto di previdenza locale. “L’ente in questione deve produrre la documentazione in cui si attesta che la persona in oggetto e il suo nucleo familiare non sono iscritti, ad esempio, all’assicurazione contributiva per il pensionamento e non ci sono in corso attività lavorative. Una volta prodotto e ottenuto questo documento inizia la trafila delle legalizzazioni che, per quanto riguarda le nostre rappresentanze consolari all’estero, in molti casi e in molti paesi rappresenta un vero e proprio ostacolo. Tanto per fare un esempio, se io mi trovassi a Dakar oggi e chiedessi un appuntamento per legalizzare un documento, il primo giorno utile sarebbe a metà settembre. È facile scoprirlo perché le pratiche di legalizzazione sono regolate attraverso un software che ha contingentato e ridotto drasticamente gli accessi al servizio”.

Quindi tempi lunghi, costi alti e le solite trappole di cui è disseminato questo terreno. Perché, ci spiega ancora Piccinini, “in queste circostanze e in questi paesi la difficoltà di accesso a questo tipo di documenti porta le persone, in alcuni casi, ad affidarsi ai servizi di agenzie o prestanome. Se si decide di procedere personalmente il tempo di attesa tra la consegna del documento e la legalizzazione ti obbligherà, probabilmente, a due viaggi diversi. I costi diventano sempre più alti”. Ma se sto chiedendo il reddito di cittadinanza e ho anche una famiglia, dove dovrei prenderli i soldi?

Le brutte notizie non finiscono qui. Già, ragiona Claudio Piccinini, con tutta l’esperienza di chi ha a che fare quotidianamente con queste situazioni, “perché questo provvedimento, pur riferendosi al reddito di cittadinanza, potrebbe estendere la propria portata anche ad altri tipi di prestazioni locali, anche di minor importo e di minor impatto, applicate dai comuni nel campo della protezione sociale”.

Trovare una soluzione, magari per via giudiziaria, come spesso ha fatto, vincendo, il patronato, in questo caso non è affatto semplice. “Sul piano del diritto, la stessa richiesta è fatta agli italiani, con un vantaggio evidente, però. Anche perché nel nostro caso è ammessa la possibilità di autocertificare i redditi. Tuttavia, esistendo anche per noi tale requisito, è difficile provare la discriminazione, nonostante il diverso peso comportato dalle procedure. Noi stiamo lavorando – ci spiega Claudio Piccinini – per verificare la disponibilità delle rappresentanze dei paesi stranieri in Italia affinché si possa ottenere la certificazione senza dover tornare fisicamente nei paesi di origine. Ma è un passaggio delicato, che necessita di verifiche sul piano diplomatico e legale”.

Una vera e propria barriera, tornando al punto di partenza del ragionamento. Una norma pericolosa, dietro alla quale si intravede, malcelato, l’obiettivo politico di limitare l’accesso al welfare a una fetta della popolazione. Un affare di stato sociale che diventa affare di stato. O viceversa.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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