Bezos in orbita:
il nuovo affare da ricchi
in un mondo più povero

Jeff Bezos si è sparacchiato a cento chilometri di distanza dalla nostra tormentata terra col il razzo New Shepard, in compagnia di tre compagni di viaggio, tra cui una aviatrice di 82 anni che non aveva perso il vizio. Si trattava di un tour suborbitale di dieci minuti, una gita che potrebbe prendere piede tra i Paperoni d’ogni latitudine a caccia di frisson e di un’esperienza-limite, l’unica che comprende qualche minuto in assenza – o quasi – di gravità. Insomma, un inutile ma esclusivo salto di qualità rispetto alla popolare giostra detta “calcinculo” delle fiere di paese, con quei seggiolini in fuga centripeta a diversi metri dal suolo non meno pericolosi dello stare seduti accanto a un propulsore diciamo abbastanza potente. Così, di sabato sera, la compagnia dei ragazzi con portafogli munito avrà, a breve, qualcosa di ancora più probante, per il sistema cardiovascolare proprio e dei loro genitori, dell’ottovolante Blue Tornado di Gardaland o di tutti quei marchingegni che promettono e mantengono curve, discese ardite a capofitto e risalite repentine a prova di reflusso gastrico che infestano i cosiddetti parchi di divertimento. Sono, questi, tra i più gettonati “non luoghi” contemporanei (cfr Marc Augé), come gli aeroporti e i mega mall, quei centri commerciali senza alcuna identità peculiare, richiamo a tradizioni o storie: il top dell’impersonalità che agglutina masse e macina profitti, l’esatto opposto di una spiaggetta isolata a Ponza, degli Uffizi fiorentini, del panettiere sotto casa, che sono alcuni fra le migliaia e migliaia di “luoghi al cubo” a forte caratura di passato e senso comunitario in cui noi italiani abbiamo avuto la fortuna di nascere e vivere.

Jeff Bezos (di Seattle City Council from Seattle – da Wikipedia)

Il divorzio miliardario

Il vecchio Jeff per divorziare già ha dovuto sganciare alla ex moglie qualche miliardo di dollari, logico che voglia rifarsi con quest’ultimo ramo aziendale missilistico, un must d’alta gamma che potrebbe fare il botto, una volta conquistato un mercato. E lo conquisterà, visto il rimpinguamento dei ricchi-ricchi planetari a spese dei poveri-poveri, dei poveri-ex ceto medio, dei working poors e dei dimenticati di ogni ghetto, compreso l’ultimo agglomerato di homeless a Venice Beach in California: autorità liberal e clima caldo, che si vuole di più? Quanto ai lavoratori che la sociologia definisce poveri perché, e sì, sono poveri in quanto vivono appena sopra o sotto il limite di sopravvivenza e dignità (cose tipo: “Bobbie non piangere, per le scarpe da ginnastica nuove, se ne parla fra sei mesi se non delocalizzano l’azienda”), Bezos, presidente di Amazon ne sa qualcosa, a dispetto delle ultime pubblicità della ditta che si esercitano in narrazioni allettanti e caldamente umane, ovviamente fake come il Mulino Bianco della Barilla (ricordate?) che dietro la facciata ridipinta era un’orrida catapecchia.

Poi, a voler doverosamente incrudelire, si potrebbe anche ricordare che Amazon vellica e bene i consumatori con un servizio più che buono, ma può vessare i produttori con il sistema degli sconti. Trasparenza? Solo quella che si conquista tramite buone leggi dopo lotte lunghe e difficili. E le tasse? La multinazionale americana, ha scritto Mediobanca, scuce in Italia la miseria di 11 milioni di euro d tasse. Mediobanca è viva e lotta insieme a noi: chi l’avrebbe mai immaginato? Il pessimo gioco sta mostrando la corda e, pena ulteriori collassi fiscali negli Stati, si sarà costretti a muoversi in direzione di un certo riequilibrio, timidino, lentino, ma tant’è. A proposito, secondo James O’Connor, autore del celebre “La crisi fiscale dello Stato”, una risposta si chiama socialismo, ma non esageriamo. E restiamo a guardare, con una certa apprensione, l’ingigantirsi del complesso militare industriale in tutte le potenze, grandi e medie (missilistica compresa…) e, di conserva, dell’assistenzialismo, la cura compassionevole per mantenere la pace sociale nel capitalismo maturo.

Di LunchboxLarry – Blue Origin Space (da Wikipedia)

Il lavoro che dà l’industria del lusso

L’industria del lusso dà lavoro e, in fin dei conti, che un milionario poco furbo spenda per una bottiglia di Bordeaux Petrus diverse migliaia di euro, ci può stare per qualche tempo. Perché negare a un azionista delle miniere di coltan, che si propongono in Congo con un allegro neo-schiavismo, il consumo ostentativo di un vino “rosso rubino impenetrabile che offre al naso profumi speziati di prugna, marasca e tartufo”? Sapendo poi che “al palato è ricco e viscoso, setato e vellutato allo stesso tempo con un finale interminabile”? (nota bene: la descrizione gustativo-olfattiva del Bordeaux Petrus è autentica). Un perché avere un minimo di dubbi, qui e ora, ci sarebbe: perché un sistema di spoliazione antiquato e predatorio, con consumo di energie fossili, ci sta mandando sott’acqua per colpa del riscaldamento climatico, perché i formicai umani in metropoli-incubo, la deforestazione e il land grabbing (i cinesi sono specialisti nel succhiarsi regioni intere in Africa) sta innescando un processo di non ritorno per lo stato dell’ecosfera e della tenuta sociale. Quanto dolore può contenere il mondo? A un certo punto, tramontata in Occidente l’età d’oro del welfare + sviluppo, l dolore non si dissipa o lenisce più, come succede adesso con l’anidride carbonica. Si accumula.

E vale sempre più la pena pensare a cosa ci è successo col Covid, fantastica parabola del mondiale “tutto si tiene”, una storia di Paesi ricchi e Paesi senza vaccini, di spillover, di bugie di Stati (forse) canaglia o (quantomeno) omissivi nell’allarme virus. La lezione funzionerebbe benissimo pure per i no vax e la setta dei meloniani, che non vivono su Plutone ma in mezzo a noi e dicono che il green pass lede la libertà individuale. Ma si leggesse il “Contratto sociale” e la sua dialettica tra individuo e collettività l’arrembante Giorgia dei Fratelli d’Italia. E, cara Meloni, non rompesse più gli zebedei (la mancata rima è stata giustamente imposta dal direttore per motivi di stile).