Il pugno di Putin sui media russi, ma la scelta “pacifista” di Abramovich è un colpo al suo regime

Il colpo di scena viene dal più inaspettato dei personaggi. Roman Abramovich, l’oligarca che ha sempre mantenuto buoni rapporti con Putin, vende il Chelsea ma soprattutto annuncia che i proventi della vendita andranno alle vittime della guerra in Ucraina: “Ho incaricato il mio team di creare una fondazione di beneficienza alla quale andranno i proventi netti della vendita. I fondi saranno destinati a tutte le vittime della guerra in Ucraina, sia nell’immediato per i bisogni immediati, sia a lungo termine per il lavoro e il recupero”. Abramovich ha aggiunto che è stata una decisione dolorosa: “Non è una questione di soldi, ma di amore per lo sport. Ma credo che sia la decisione più giusta”. Forse l’oligarca sarà domani alla ripresa del negoziato fra le delegazioni ucraina e russa che, ha annunciato il capodelegazione russo Mendinski, avverrà al confine tra la Bielorussia e la Polonia (nella foresta di Belazova, la stessa località dove nel ’91 fu siglato il dissolvimento dell’URSS) e avrà per oggetto – ha detto – “la questione del cessate il fuoco”.

La presa di distanza degli oligarchi

Roman Abramovich Chelsea

Abramovich non è l’unico dei nomi importanti della nomenklatura economica di Mosca a prendere le distanze non solo dalla guerra, ma pure da Putin.  Anche il superbanchiere di origine ucraina Mikhail Fridman, fondatore e proprietario della grande banca privata Alfa, non ha esitato a criticare la guerra che – ha detto – “non può essere una risposta”. L’avventura di Putin – ha aggiunto – costerà molte vite umane e “danneggerà due stati che sono stati fratelli per centinaia di anni”. Considerazioni critiche verso l’avventura militare in Ucraina sono venute anche da Oleg Deripaska, il re delle acciaierie e proprietario dell’azienda che produce l’alluminio per tutta la Russia.

Insomma, una vera e propria rivolta che scoppia proprio mentre a Mosca vengono colpiti i media indipendenti perché usano la parola guerra e vengono censurati anche professori, scienziati e studiosi, se si azzardano a esprimere posizioni critiche, come ad esempio mettere in dubbio lo slogan secondo cui bisogna “denazificare” l’Ucraina.

Il giurista Ilja Shablinskij ne scrive partendo dal precedente storico della Germania e dell’Austria occupate dagli Alleati dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il concetto di “denazificare” – dice pur non negando forme di nazionalismo estremo in Ucraina e in Russia – difficilmente si può applicare a Zelenskij, alla Rada (Parlamento) ucraina e al governo di Kiev. Il presidente è stato democraticamente eletto nel 2019 e riconosciuto da tutti gli Stati, compresa la Russia, nel Parlamento di Kiev sono presenti diverse formazioni politiche, quella generalmente considerata filorussa, che è il secondo gruppo parlamentare. Questa presa di posizione coraggiosa è costata cara al professor Shablinski, che il 25 febbraio è stato escluso dall’insegnamento all’Alta Scuola di Economia. Era fra gli scienziati che nel 2020 si erano espressi criticamente verso i cambiamenti costituzionali in Russia. Con lui sono stati esclusi molti altri ricercatori e docenti.

Una censura di guerra

La censura di Mosca colpisce, in primo luogo, i media russi non governativi. Il sito del canale televisivo indipendente Dozhd (Pioggia) è come congelato, nessun link, nessuna freccetta video si attiva. Ovunque campeggia la scritta “Materiale prodotto o diffuso dall’Estero che assolve alla funzione di agente straniero e/o persone giuridiche russe che svolgono funzione di agente straniero”. La radio indipendente Eco di Mosca tace. Il giornale Novaja Gazeta ha accettato (lo abbiamo scritto nel colonnino di ieri) di continuare a lavorare nelle condizioni di censura di guerra, pur di continuare a informare per quanto possibile. Vi campeggia il volto del direttore Dmitryj Muratov (insignito del premio Nobel per la pace 2021) con la scritta “qui c’erano le sue dichiarazioni video”.

Il 25 febbraio Novaja Gazeta era uscita con una edizione speciale in russo e ucraino che ancora oggi si può sfogliare. I titoli: “La sporca guerra”, “Ragazzi pregate per l’Ucraina”, e l’inchiesta a proposito di ciò che pensano i concittadini: “I russi preferiscono pensare che la guerra non c’è”, infatti alla domanda “Vuoi la guerra?” rispondono “No”.

Un altro articolo. Katja Dolmina è la dirigente di due cinema della “Mos-kinò”. Il 26 febbraio ha firmato un appello, senza citare l’azienda in cui lavora, quindi a titolo personale. Il suo nome era al 467esimo posto. Nell’appello è scritto: “La guerra in Ucraina è una terribile tragedia per gli ucraini e per i russi. Porta enormi lutti, colpisce l’economia e la sicurezza, porta il nostro paese all’isolamento. È anche assolutamente insensata, ogni aspirazione alla pace attraverso la violenza è assurda. Il pretesto per ‘l’operazione speciale’ è stato costruito interamente dagli organi di potere, ma non in nostro nome”. Il 27 febbraio Katja Dolmina ha ricevuto una telefonata: “Prepara la lettera di dimissioni”, “Se non lo faccio?”, ha chiesto. In questo caso, le è stato risposto: “O neghi che quella firma sia tua oppure andrai via per cattivo rendimento”. “Poiché – dice Katja – so che queste imposizioni vengono dal Dipartimento della cultura (vi sono molti casi simili al mio altrove) e non dall’azienda, non farò causa”.

Il grande oppositore di Putin, Alekseij Naval’nij, è riuscito a far uscire dal carcere un appello: “Manifestate contro la guerra. È difficile ma bisogna farlo. Manifestate alle 19 in ogni giorno feriale e alle 14 nei giorni festivi”.

Fin qui l’elenco delle manifestazioni di dissenso pubblico. Ma è possibile che forti malumori siano diffusi anche nelle sfere alte e anche all’interno dei servizi segreti. Se corrispondesse al vero che Zelenskij sarebbe stato avvisato proprio dall’intelligence russa di un attentato contro di lui che avrebbero dovuto mettere in atto i ceceni dall’FSB l’impressione che per Vladimir Putin il fronte interno stia diventando un problema serio, si rafforzerebbe notevolmente.