Il Pd scelga un’identità o è destinato a consumarsi

Da qualunque angolazione lo si guardi, il risultato elettorale costituisce una pesante, drammatica sconfitta per il Pd e per il centrosinistra. Forse la peggiore che si potesse immaginare. Pensare che la leader di un partito di estrema destra, erede del fascismo e dei suoi mai tramontati miti, siederà tra qualche settimana sulla poltrona di presidente del consiglio già basta a spiegare lo sconcerto di un mondo democratico che affonda le radici nella Resistenza e nella Costituzione antifascista. Se a questo ci aggiungiamo che andrà al governo una coalizione dominata da una destra retriva sui diritti, liberista in economia, nemica degli immigrati e allergica all’Europa, il quadro è chiaro. Siamo in presenza di una clamorosa svolta che segnerà i prossimi anni.

Gli errori del Pd

lettaCome questo sia stato possibile è il principale tema di una riflessione che il Pd e il centrosinistra devono compiere a cuore aperto. Enrico Letta, che di fatto si è dimesso da segretario, ha compiuto più di un errore in questa difficile campagna elettorale. Su questo non credo possano esserci dubbi. Le sue scelte sono state la conseguenza di un partito che è sembrato vivere in una bolla, che non si è accorto minimamente di quello che agitava il corpo della società. Che non ha capito perché per troppo tempo ha vissuto al di sopra, in un circuito autoreferenziale dentro il quale non c’erano la vita e i problemi del Paese, ma una loro rappresentazione deformata. Non si spiega altrimenti l’insistenza su Draghi e sulla sua misteriosa agenda. Avere immaginato che il paese fosse rimasto talmente colpito e indignato per la crisi di quel governo e per l’uscita di scena del grande finanziere da riversare i suoi voti sul Pd, è stato un errore che solo un partito sordo e cieco poteva compiere.

Da questo drammatico errore è poi disceso tutto il resto: l’archiviazione del “campo largo” con Conte, degradato a grande traditore, la costruzione di un campetto che si sapeva benissimo che non sarebbe servito a nulla. Si è deciso quasi scientemente di non combattere, di votarsi alla sconfitta, di consegnare il governo alla Meloni portata in trionfo dai grandi giornali della borghesia nazionale. Se guardiamo le cifre ci rendiamo conto – pur riconoscendo che la somma non avrebbe fatto il totale – che una coalizione più larga sarebbe stata competitiva: i voti non di destra sono, infatti, superiori a quelli dei grandi vincitori che solo una scellerata legge elettorale ha dichiarato tali.

La visione eterea del Pd, ma anche il sottotono alla sua sinistra, hanno creato un malessere che era palpabile durante tutta la campagna elettorale. Essere tornati nelle strade, nelle piazze e nelle periferie è stato un bene, certo, ma averlo fatto in ritardo e dopo una lunga assenza non è bastato a far ritrovare la credibilità perduta.

L’astensionismo della sinistra

Paradossalmente il bel programma del Pd ha cozzato contro le scelte contrarie che in questo decennio ha compiuto lo stesso Pd stando al governo. Perché gli elettori avrebbero dovuto fidarsi? Vedremo nei prossimi giorni dagli studi sui flussi elettorali, ma sin da oggi appare chiaro che una buona quota di astensionismo, soprattutto di quel 9% in più rispetto al 2018, appartiene al campo del centrosinistra. Lo spiegano i numeri: il centrodestra mantiene sostanzialmente i voti del 2018 (poco più di 12 milioni) che vengono redistribuiti tra gli alleati premiando il partito di Giorgia Meloni a scapito degli altri, mentre il centrosinistra lascia sul campo quasi un milione e 400 mila voti, oltre a tutti quelli che aveva già perso sotto la guida di Renzi. Ma qualcuno in campagna elettorale ha parlato a questi delusi? Ha cercato di usare temi, argomenti e proposte che potessero recuperarli? A voi la risposta.

Ora, è pur vero che la vittoria di Giorgia Meloni ha anche altre cause: il vento di destra che soffia in Europa, l’istinto di sopravvivenza provocato da una crisi economica pesante che spinge a scegliere chi sa demagogicamente promettere meglio, la tendenza tutta italiana, che ormai dura da un ventennio, di cercare in una figura dominante la soluzione di tutti i problemi: Berlusconi, Renzi, Di Maio e i 5s, Salvini e ora la Meloni. In una girandola di “proviamo anche questo”, l’elettore supera ideologie e idee, programmi e orientamenti e spera ogni volta nel miracolo che poi puntualmente non avviene. È tutto vero questo, ma difronte a una sconfitta così pesante bisogna avere il coraggio di guardare in casa propria e capire, senza indulgenze, dov’è il problema. Anzi il Problema.

Questione di identità

Il Problema del Pd è il Pd. Quel partito, nato dall’incontro di culture politiche diverse, non ha mai definito la propria identità e si è trasformato nel tempo in una sorta di taxi sul quale si può salire per andare ognuno dove desidera. Nella maggior parte dei casi la destinazione richiesta è stata il governo, il potere, Palazzo Chigi o un ministero: è stata questa la massima aspirazione, a prescindere spesso dai programmi e dagli alleati. Questa “torsione governista” è stata la rovina del Pd perché lo ha tenuto chiuso dentro le stanze che contano, sempre più distante dal popolo che dice di voler rappresentare e che non sa più chi è.

Qual è, infatti, il blocco sociale del Pd? Chi sono i suoi referenti? Dov’è il suo insediamento? Tutte domande a cui è difficile rispondere, perché nemmeno al Nazareno lo sanno, o meglio ognuno lo sa a modo suo. Ma senza identità un partito non esiste. Non è niente, oppure è tutto e il contrario di tutto: si può essere il partito del Jobs Act e quello contro il precariato e contro le disuguaglianze, per fare un solo esempio. Insomma, a quattordici anni dalla sua nascita ancora non è chiaro se il Pd è un partito di sinistra, un partito centrista, una nuova Dc, un partito socialdemocratico, un partito liberale. L’idea di voler essere tutto questo insieme costituisce il male oscuro che lo sta corrodendo.

Pensare che cambiando di nuovo segretario (l’undicesimo in quattordici anni) si possa risolvere ogni problema è una grande illusione. Pensare che Stefano Bonaccini o Elly Schlein o chissà chi altro possa salvare un partito in crisi solo con la sua bella presenza è un’idea completamente sbagliata e fuorviante. Il Pd, infatti, si trova difronte a un bivio. O meglio, si trova in una situazione da anno zero. Se non scioglie i nodi che abbiamo tratteggiato e non riesce a capire finalmente chi è e che cosa vuole, è destinato a consumarsi. Bisognerebbe avere il coraggio e la forza di aprire una discussione seria, anche aspra, come si faceva nei partiti della vituperata prima repubblica. Bisognerebbe avere il coraggio di farla, questa discussione, anche mettendo nel conto una separazione: i moderati-centristi da una parte, i socialdemocratici da un’altra. Sì, meglio dividersi piuttosto che reiterare i compromessi che annichiliscono e rendono impotenti, piuttosto che tenere in piedi un partito indefinito, piuttosto che coltivare, come cantava Francesco Guccini ai tempi della Dc, “una politica che è solo far carriera”.

I prossimi mesi saranno decisivi. Se il Pd avrà il coraggio di fare questo e di mettersi in discussione, di pensare a nuove idee per nuove aggregazioni, di rinnovare una classe dirigente che si è consumata nei giochetti tattici, di capire qual è la sua “costituzione ideale” e i suoi referenti sociali, di riconquistare un’autonomia politico-culturale consumata nell’inseguimento di “papi stranieri”, allora forse si potrà aprire una nuova stagione. Altrimenti, credo che il declino sarà inesorabile. Finirà che il partito che voleva essere pigliatutto (la famosa vocazione maggioritaria) non piglierà più niente. Ma sarebbe, sia chiaro, un problema serio non solo per il Pd. Questo processo di ripensamento, infatti, riguarda anche tutti quelli che ancora credono che possa esistere una sinistra del cambiamento nel nostro futuro. Nessuno si senta escluso.