Fascismo, il primo compito dell’opposizione: squarciare il velo dell’ipocrisia

“A dispetto di quello che strumentalmente si è sostenuto, non ho mai provato simpatia o vicinanza nei confronti dei regimi antidemocratici. Per nessun regime, fascismo compreso”. Giorgia Meloni dixit. Per dimostrare che si tratti di una falsità clamorosa non servono molte parole, vista la messe di testimonianze con cui i media (non tutti ma molti) da giorni ci recapitano a domicilio le prove indiscutibili del fatto che per il fascismo – quello del “deprecato ventennio”, di Mussolini, della Repubblica di Salò, e a scendere per li rami fino a Giorgio Almirante, a Pino Rauti per interposta figlia e finanche al massacratore Maresciallo Graziani, cui il suo fedelissimo cognato Francesco Lollobrigida ha fatto erigere un sacrario in un paesino del Lazio – la neopresidente del Consiglio ha provato, eccome, “simpatia e vicinanza”.

La bugia

Il problema, però, non è la bugia, grave, che Meloni ha pronunciato di fronte al Parlamento ma gli effetti che essa avrà sul discorso pubblico. Vedrete ora quanti commentatori ci spiegheranno che, certo, la sua abiura non è credibile se misurata sulla realtà dei fatti passati: avrebbe dovuto dire “sbagliavo allora a pensare quel che pensavo”, bere l’amaro calice dell’autocritica fino all’estremo cui si spinse anni fa il suo mentore d’antan Gianfranco Fini definendo il fascismo come “il male assoluto”. Ma comunque – aggiungeranno – qui e oggi lei ha compiuto un passo e questo passo va riconosciuto e apprezzato giacché è il primo abbozzo di una premessa che era necessaria per far fare a noi l’inevitabile e doverosa pace con il fatto che quella destra s’è insediata al potere e che con essa dobbiamo trattare. Di più: convivere. Non è importante quello che è stata, Giorgia Meloni, ma quello che è. Di più: non quello che è, ma quello che dice di essere.

A questo punto, però, dobbiamo chiederci: è giusto che il rapporto con il nuovo governo dell’opposizione politica e più in generale dell’opinione dei tanti che non hanno votato per mettere al potere la leader di questa destra (una considerevole maggioranza degli italiani) venga fondato sull’accettazione di questa sfacciata ipocrisia mallevata dal realismo politico? Si tratta della stessa ipocrisia che ha dominato le ultime settimane precedenti la formazione del governo. S’è visto di tutto: appunti personali scritti perché i teleobiettivi li inquadrassero, discorsi incendiari spacciati per resoconti di pensieri altrui, finte paci di vere guerre, sorrisi e abbracci prima e dopo che un quasi impercettibile movimento di sopraccigli arrivasse a raccontare tutt’altra storia…

La filosofia del “come se”

È una questione innanzitutto di moralità della vita pubblica e, se così si può dire, di igiene della cultura politica. Ma essa si pone in termini immediati e molto prosaici, intanto, all’opposizione. Anzi: a tutte e tre le opposizioni. Meloni mente cercando di accreditare un’estraneità al fascismo che non esiste, ma non è meno colpevole chi, magari in nome del “realismo” politico, le crede o fa come se le credesse. È una sorta di adesione a una brutta copia della filosofia kantiana del “come se”. Come se quello che è andata dicendo per anni per la Meloni da quando ha preso possesso della poltrona a Palazzo Chigi non contasse più, come se quello che è scritto nero su bianco nel programma della destra fosse un esercizio di autocoscienza ideologica privo di effetti sulla realtà. Non è così. Anche i primissimi atti del governo – ieri le disposizioni del nuovo ministro dell’Interno contro le navi che salvano i profughi – dicono che non è così.

Allora bisognerebbe rovesciare la filosofia del come se. Agire come se “simpatia e vicinanza” al fascismo di Giorgia Meloni fossero il vero, principale problema con cui l’opposizione politica dovrebbe cominciare a fare i conti.