Il politicamente corretto
può uccidere
la libertà di espressione

Il vento del politicamente corretto può essere pericoloso. Negli ultimi quattro mesi, diversi professori universitari sono stati al centro di pubbliche accuse e sottoposti a richieste di provvedimenti disciplinari per via delle loro opinioni espresse fuori dal luogo di lavoro. A febbraio di quest’anno si alza un grande polverone contro il professore Giovanni Gozzini, storico dell’Università degli studi di Siena, che durante una trasmissione radiofonica si lascia andare a commenti poco eleganti nei confronti di Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia. Nei suoi confronti scatta subito la gogna mediatica, tanto da destra quanto da sinistra, dividendosi tra l’indignazione per il turpiloquio (soprattutto per il suo carattere sessista) e l’auspicio di una severa punizione. Poco tempo dopo interviene una commissione disciplinare dell’ateneo in cui opera che, su richiesta dello stesso rettore, sospende per tre mesi il professore dall’insegnamento, revocandogli altrettante mensilità dallo stipendio.

Problemi analoghi, quantomeno in relazione all’unanime condanna social e a mezzo stampa, vive in questi giorni il docente universitario Simon Levis Sullam, della Ca’Foscari di Venezia, reo di aver condiviso su Facebook una foto, scattata presso una libreria Feltrinelli, ritraente dei libri sulla biografia di Giorgia Meloni messi alla rovescia e di averci scritto sopra una didascalia giudicata irriverente.

Si aggiungono, poi, anche i casi di Luigi Marco Bassani e di Marco Gervasoni, docenti rispettivamente della Statale di Milano e dell’Università degli Studi del Molise i cui commenti, però, si collocano sul versante opposto, cioè prendono di mira esponenti di sinistra. Se il caso di Gervasoni (non estraneo a polemiche di questo tipo) è diverso, perché accusato di vilipendio al Capo dello Stato, con annesso intervento della magistratura, Bassani viene additato per aver ri-postato, quindi condiviso, un’opinione forte, anche se non direttamente sua, contro Kamala Harris, la Vice Presidente USA.

Naturalmente, nel merito, si può essere d’accordo o meno con quanto ciascuna delle persone citate abbia voluto esprimere pubblicamente. Dipende anche dalla sensibilità politica di ognuno. E’ altrettanto evidente che sulla forma con cui certi concetti sono stati espressi, in alcuni casi ben oltre l’ironia accettabile, c’è molto da obiettare. Restano però diversi dubbi sulle conseguenze che le loro opinioni comportano, specialmente laddove non sia un giudice vero e proprio a sentenziare.

Per anni ci si è battuti per difendere la libertà di espressione di ciascun individuo, specie nel proprio tempo libero, senza che questa potesse influire negativamente sui rapporti interni al luogo di lavoro. Il ragionamento vale a prescindere dal merito delle idee espresse. Destra o sinistra non contano, in questo caso. Conta la libertà di parola, senza che le proprie riflessioni producano sanzioni per volontà dei propri datori di lavoro. Attenzione: se una opinione è lesiva dell’integrità altrui, ci si può benissimo rivolgere alla giustizia. A parte la questione del professore dell’ateneo molisano, questo non pare sia successo negli altri episodi. Al contrario, Giovanni Gozzini si è visto trattenere lo stipendio (con impossibilità di insegnamento) non a seguito di una sentenza emessa da un giudice, ma in virtù di una decisione presa dalla sua stessa università. Fino a che punto è giusto che sia un comitato disciplinare, interno al luogo di lavoro, a punire un individuo per le sue opinioni, formulate lontano dall’esercizio delle proprie funzioni?

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

E qui entra in gioco un secondo elemento di valutazione. Colpire un uomo che lavora in un ateneo per le opinioni espresse significa ledere la libertà di pensiero nell’ateneo stesso. Non è difficile immaginare docenti che si tratterranno ancora di più dall’esprimere opinioni personali, dentro e fuori dall’aula, per paura di ritorsioni varie. Il clima del politicamente corretto rischia di frenare lo scambio intellettuale e culturale che i centri di pensiero, quali le università sono per definizione, dovrebbero costantemente favorire. Non è un tema da poco.

Certo, si può obiettare dicendo che chi viene punito usa un linguaggio non consono allo scambio di idee. Ma chi stabilisce il confine tra insulto e libera opinione? Se si lascia allo stesso ateneo questa responsabilità, si rischia di creare un circolo vizioso, per il quale si parte da una punizione a seguito di un insulto palese, ma si può anche arrivare a possibili sanzioni per opinioni lesive di sensibilità altrui anche quando espresse in punta di forchetta. Significa punire per il senso di una frase, a prescindere dalla forma usata. Uno scenario di questo genere decreterebbe la fine dello scambio di vedute, perché potenzialmente ogni scontro può colpire la sfera emotiva dell’interlocutore. Fino a che punto i comitati etici delle singole università possono avere la legittimazione per questo tipo di interventi?

Non solo. L’accanimento contro i soggetti accusati di “odiare l’avversario” spesso si traduce in una distorsione, che porta al tentativo di delegittimare il “colpevole”. Gozzini, per esempio, è stato etichettato come un elitista, un uomo che prova disprezzo verso certe categorie di lavoratori, un esempio di come, dentro la sinistra, si nasconda una presunta superiorità morale che, alla fine, è solo narcisismo. Non è vero nulla di tutto questo. E se si conoscesse la carriera politica e accademica dell’uomo, forse lo si capirebbe meglio. Dagli studi sul Partito comunista italiano condotti con Renzo Martinelli, all’esperienza come assessore alla cultura del comune di Firenze nella giunta Domenici, difficilmente può essere riscontrato un suo atteggiamento sprezzante nei confronti delle masse. Magari è stato sopra le righe, cosa che ha pagato con le dimissioni dall’incarico politico, ma non classista. Un certo neo-perbenismo di sinistra, strumentale a destra, ha fatto saltare a rapide e improprie conclusioni.

Questo non significa non riconoscere l’inopportunità di certe parole, che esprimono violentemente concetti che possono essere enunciati con modi più garbati. Vuol dire soprattutto riflettere sulle conseguenze delle azioni, specie quelle disciplinari, che a volte paiono più reazioni istintive che ponderate scelte di responsabilità. La questione è delicata e merita attenzione. L’elemento più importante, da preservare, resta il patrimonio di saperi e di riflessioni che l’università italiana rappresenta. Una realtà dove l’insulto non può essere accettato, ma lo scambio di vedute, anche le più aspre, deve essere alimentato. Un ateneo è e non può che essere una fucina di idee, altrimenti non avrebbe nemmeno senso di essere immaginato.