Il piccolo patto Letta-Calenda rischia di indebolire il centrosinistra

Sembrava di stare su un proscenio proteso verso la Storia, quella con la s maiuscola. Per i giorni i quotidiani ci hanno raccontato la trattativa tra Enrico Letta e Carlo Calenda come fosse l’incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II o l’accordo tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro dopo le elezioni del 1976. Verrebbe da dire: è la stampa di oggi, bellezza. Se non fosse che ci tocca assistere, purtroppo, a piccole storie che non faranno storia, che si scioglieranno come neve a sole ai primi intralci che si incontreranno lungo un percorso che già si annuncia accidentato. D’altra parte il leader di Azione negli ultimi dieci anni ha dato ampie prove di essere un abile navigatore: nato sotto l’ombrello della Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo, poi suo pupillo politico in “Italia futura”, poi uomo di Monti in “Scelta civica”, attratto dalla sirena di vari governi di cui è stato viceministro e ministro. Eletto dal Pd alle Europee del 2019, subito abbandona i dem per fondare “Azione” e candidarsi a sindaco di Roma contro il candidato del centrosinistra Roberto Gualtieri. Uno slalom spericolato, non c’è che dire.

Letta tra Della Vedova e Calenda

Uno spostamento verso destra

Il problema però non è tanto la leggerezza con cui Calenda entra ed esce dai palazzi della politica – non è l’unico in questo triste panorama in cui i partiti nascono in un batter d’occhio -, quanto il senso di un’operazione politica che, per come è stata congegnata, rischia di creare più danni dei risultati che si crede possa ottenere. Non voglio sostenere che l’accordo tra il Pd e questo “centro” che sembra essere sempre il centro del mondo non andava fatto. Il rischio che il Paese finisca in mano a una destra guidata da Giorgia Meloni è talmente forte che non è che si possa andare troppo per il sottile. E badate, il pericolo della destra non è solo o tanto il presunto fascismo di cui è portatrice, ma il suo programma, la sua idea dell’Italia e del rapporto con il mondo e con l’Europa, la sua voglia di presidenzialismo, la sua allergia a una politica dei diritti e la simpatia per chi sta meglio a cui si promette una flat tax che penalizza i più poveri.

Per contrastare questa destra servono alleanze ampie, non ci sono dubbi. Però, quando nella ricerca di queste alleanze ci si sbilancia verso la propria destra e si lascia quasi scoperto il fianco sinistro creando delusione e disorientamento nel proprio elettorato, qualche domanda bisogna porsela. A cominciare dalla regina delle domande: per quale strano motivo il Pd ha ritenuto di fare del sostegno al governo Draghi il discrimine per far parte della coalizione e ha quindi affondato il vecchio “campo largo” con Giuseppe Conte? E poi: per quale strano motivo quel discrimine è stato considerato inamovibile per una parte (Conte) e non è nemmeno esistito, giustamente, per un’altra (Fratoianni) che pure era stata all’opposizione sin dall’inizio? Qui sta il punto vero che crea squilibrio. Può essere il sostegno a un governo di unità nazionale, che ha costretto a numerosi compromessi anche al ribasso, il motivo fondante di una coalizione di centrosinistra? Davvero si pensa che il programma di cui ha bisogno il Paese e di cui il centrosinistra deve essere portatore si possa ridurre alla cosiddetta agenda Draghi? Questo centrosinistra, e questa fragilissima sinistra dentro il centrosinistra, non hanno altro da dire? Non hanno una loro agenda? Siamo a questo?

Foto di gruppo dopo l’accordo

Prigionieri dell’agenda Draghi?

Il patto siglato ieri tra Letta e Calenda segue questo schema e rimanda in modo esplicito all’esperienza di governo appena conclusa sostenendo addirittura che “le parti condividono e si riconoscono nel metodo e nell’azione del governo guidato da Mario Draghi”. Non un cenno viene fatto al tema della povertà che pesa come un macigno su questa Italia dopo il Covid e coinvolta nella guerra, non una parola viene detta sul precariato che umilia soprattutto i giovani, non un’idea su un’agenda sociale che contrasti la marginalità, neanche mezza parola sui beni comuni, sulla sanità e sulla scuola. Insomma, gran parte dei temi che dovrebbero essere cari al centrosinistra e alla sinistra viene nascosto dietro l’elogio del governo Draghi come fosse stato il migliore dei governi possibili. Non è mai successo, a mia memoria, nella storia della repubblica che un governo dimissionario godesse di tanta eccellente considerazione in campagna elettorale.

Senza contare, ed è un altro aspetto problematico, che avviare un’alleanza elettorale ponendo veti sulle candidature nei collegi uninominali di alcune persone considerate “divisive” – così si dice nell’accordo – non è un buon segnale per chi si candida a governare il Paese. Si può essere divisivi se si vuole stare insieme a Palazzo Chigi? E come si pensa di risolvere, in caso di vittoria, questa “divisività”?

Questo è il quadro non proprio rassicurante quando manca un mese e mezzo al voto. Non so se sia ancora possibile una correzione a questa fragile alleanza (non dimentichiamo che Calenda nei sondaggi è dato al 4% scarso). Non so sei sia ancora possibile allargare il campo per contrastare in modo efficace la destra. Verdi e Sinistra italiana hanno già fatto sapere di non aver gradito l’accordo privilegiato con Azione e +Europa. Vedremo se Letta riuscirà a contenere il malumore o se invece il campo diventerà ancora più stretto. In ogni caso, la partita elettorale nel centrosinistra non è cominciata nel migliore dei modi e non promette niente di buono. E speriamo davvero di sbagliare.