Il peso insostenibile di ciò che sfugge alla nostra memoria cortissima

Qualcosa di impreciso ci ferma / lungo il ritorno a casa. / Una scritta sul muro che ieri non c’era, / due che si stanno urtando più in là / o i resti di un cestino, rivoltato forse / alla ricerca di scarti di cibo. Tutto è già lì / prima di noi, ma solo ora morde lo stomaco / come un crampo che non accenna a diminuire. / Ammettiamolo allora che esitiamo / nell’ultimo passo che ci manca / quello che pretende una scelta / e che sappiamo essere già da ora / il più breve e difficile.

Con questo testo si apre “solchi”, libro d’esordio di Jacopo Mecca per l’editore Fallone. L’autore ci racconta molto di queste giorni, della nostra memoria corta e cortissima, della tendenza a esitare che endemicamente ci avvolge, a tutti i livelli. Tali giornate aprono due fronti differenti nelle nostre vite. Da una parte vi è l’incapacità della nuova classe dirigente internazionale che si orienta verso una costante ricerca dell’utile e interrompe la considerazione dell’umano. Sono giorni che farebbero notevolmente felice Machiavelli, con quella sua idea di scissione tra politica e morale, ma che ulteriormente disorientano la quotidianità di ognuno di noi, già minata da due anni di emergenza e disarmonia.

I migranti

D’altro canto il contesto umano, che porta nuovi profughi alle porte dei nostri confini, questa volta nell’assenso collettivo, anche di chi si era opposto strenuamente all’approdo di disperati nelle nostre città.

Perché il rapporto dei migranti, giunti nel nostro paese da inizio anno al 25 febbraio 2022 (ultima data ad oggi disponibile), registra ancora oltre 5300 individui con una punta a gennaio ben maggiore anche rispetto ai due anni precedenti: esseri umani giunti da Bangladesh, Egitto, Tunisia, Afganistan e molte regioni africane più meridionali come Sudan, Eritrea e Costa D’Avorio.

Attentati e conflitti in queste aree non mancano, ma da qui non passano i tubi del gas che riscalda le nostre case. Le abitazioni esplodono qui come in Ucraina, le persone che scappano e rischiano la vita sono identiche a quelle che vivono in Ucraina, ma dato il disinteresse collettivo sono evidentemente case e persone diverse o almeno di un luogo “meno utile” alla nostra vita quotidiana.

La coda della storia

Come in certi quadri sullo sfondo o agli angoli. / E’ lì che accadono per davvero le cose. / Lì la storia trascina la sua coda / caduta quasi come un ostacolo per uomini / distanti che non se ne accorgono e vanno / – così anche gli adolescenti / allegri che intravedi per strada / ora che è estate – vanno leggeri / dentro il paesaggio e appena dietro / le spalle dei santi. Volti sgranati / che vorrei provare a raggiungere / o forse riuscire a chiamare / anche solo per una volta fratelli. / Ma no, non è davvero così. / Lo so io e lo sai anche tu. Noi / non abbiamo un passato da testimoniare / solo frammenti di frammenti di altri.

Jacopo Mecca individua proprio in questa mancanza di passato da testimoniare e nell’incapacità di fare nostri i “frammenti di frammenti di altri” un ventre molle complessivo che ancora oggi, estinta la fase retorica, sembra interessare solo quel poco che svuota le nostre tasse, alza il prezzo delle nostre bollette, aumenta quello del carburante o le materie prime, come olio e grano, che abbiamo delocalizzato negli ultimi trent’anni impoverendo le nostre aziende agricole.

E’ la distanza umana che ci rende lontani, filtrata da mille schermi e dispositivi che ci impediscono di rendere le cose reali. E’ questa impossibilità ad aderire alla realtà su cui tanto Pier Paolo Pasolini si era speso e che oggi, nel centenario dalla nascita, non può rimanere semplicemente una frase fatta, un distintivo da attaccare sul petto come quello di una battaglia che non solo non si è combattuta, ma che la stragrande maggioranza di persone non ha la minima intenzione di intraprendere, chiusa nella propria bolla, disinteressata a qualsiasi evento non la tocchi nella quotidianità.

Jacopo Mecca, solchi, Fallone, Taranto 2021.