“Il pensiero perverso”: quando Ottieri indagava la metafisica dell’ossessione

Gli schermi che strutturano le architetture dei nostri immaginari ci irradiano con slogan inneggianti al fatto che noi tutti, nessuno escluso, siamo unici. E questa unicità è un valore, che deve essere continuamente alimentato da una miriade di prodotti e pratiche. Eppure, la realtà si muove in tutt’altra direzione: la maggior parte delle persone sono invischiate in attività ripetitive, in schemi rigidi, in imposizioni sociali che contribuiscono a dare l’impressione che l’umanità, oggi, si sia impallata in un loop.

Ottiero Ottieri, già nel 1971, con Il pensiero perverso, cercò di rappresentare questo fenomeno, che stava iniziando ad affermarsi in un’Italia in piena espansione economica, ma all’inizio di una stagione di lotte furiose contro il sistema neoliberale che, di lì a poco, avrebbe travolto non solo la nostra Penisola, ma l’intero globo:

Cerca di scrivere del pensiero ossessivo nel pochissimo tempo
lasciatogli libero dal pensiero ossessivo.
Cerca di scrivere del pensiero ossessivo nel pochissimo tempo.
Non lavora, non esce, non mangia,
all’infinito perfeziona la tessitura d’aria
con un’aderenza perfetta
schiacciata incollata alla cerebrale
spoletta. Schifiltosità disperata
verso ogni dolce contaminazione,
non guarda, non tosse, immobile e puro
sfuggendo la pena che avvampa
dopo il barlume d’una distrazione.

L’eterno ritorno della stessa immagine nella mente dell’uomo

Ottiero Ottieri con la scrittrice-fototografa Carla Cerati, primavera 1977 (foto da https://commons.wikimedia.org)

È interessante notare come Ottieri non annunci di scrivere di un pensiero ossessivo, ma del pensiero ossessivo stesso. Di fatto, una mente è ossessionata sempre da qualcosa: per esempio, un lavoratore può essere terribilmente affranto dalla paura di ricevere critiche dai propri superiori o un uomo può essere inquietantemente attratto dal volto della donna desiderata, in una bramosia malsana che può sfociare in pratiche di stalking. Ne Il pensiero perverso, invece, è fondamentale la parola che apre il testo di Ottieri: un verbo alla terza persona, sintomatico del fatto che qui non si sta cercando di rappresentare il pensiero ossessivo dall’interno della mente malata, bensì di adottare uno sguardo esterno sul pensiero ossessivo stesso. Non una fisica, bensì una metafisica dell’ossessione.

Dall’interno, il pensiero ossessivo è l’eterno ritorno di una stessa immagine. Dall’esterno, al contrario, ci mostra Ottieri, tale pensiero appare per quello che è, cioè la ripetizione dell’inazione: «non lavora, non esce, non mangia, […] non guarda, non tosse». Il pensiero ossessivo, anziché essere motore feroce di un’unica azione che non si ferma mai, si tratta di un blocco nel meccanismo della vita.

Si potrebbe usare la poesia di Ottieri per comprendere quale sia il dispositivo di potere dietro alla continua vendita di prodotti ed esperienze nel mondo contemporaneo: il dinamismo, alacremente proposto come valore, è una sorta di tapis roulant che fa credere all’individuo di star correndo, di poter raggiungere prima o poi una meta, quando, al contrario, non si fa altro che restare sempre allo stesso posto. La forza-lavoro descritta da Marx era un’energia umana che aveva come compito la creazione di qualcosa, nonostante tutti i processi di alienazione: al contrario, la forza-lavoro di oggi deve essere consumata senza produrre nulla, in un continuo spreco di energia. Il consumismo contemporaneo, prim’ancora che una distruzione delle merci, è un lento logorio delle nostre potenzialità: il nuovo comandamento è “non devi fare altro al di fuori dello shopping”.

Molti processi lavorativi contemporanei impongono il pensiero ossessivo: il “dipendente” diventa una sorta di “drogato”, che continua a tornare alla propria mansione, credendo, così, di star facendo effettivamente qualcosa: al contrario, il suo troppo lavorare è, visto dall’esterno, un modo per non fare il resto, di prendersi cura di un’esistenza che può provare soddisfazioni più sane in quegli anfratti del quotidiano in cui i sistemi economici non riescono ancora a entrare.

Ottiero Ottieri, Il pensiero perverso (1971), Latiano, Interno Poesia, 2022.