Pd, bene le primarie,
ma ora si facciano
scelte chiare

Che in una caldissima domenica di giugno più di 70 mila persone tra Roma e Bologna si mettano in fila per scegliere il candidato sindaco della propria parte politica è un fatto molto importante che è sbagliato sottovalutare. Questa partecipazione dimostra, infatti, che c’è ancora vita nel centrosinistra. A volte è una vita stentata, a volte è vivace, a volte è tormentata. Ma c’è.

Roberto Gualtieri

Un successo da custodire con cura

Anche se fossero vere le valutazioni sull’affluenza che sostiene l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino (37 mila solo nella capitale), quelle code ai gazebo sarebbero comunque una bella notizia. Fare paragoni con le primarie del 2013 non ha proprio senso. Otto anni fa è un secolo. E non solo politicamente. Con due anni – gli ultimi – segnati da una pandemia tremenda che ha trasmesso la paura di stare insieme, di incontrarsi, di mettersi nella stessa fila. Per tutto questo la giornata di ieri è un successo, non solo del Pd ma di tutto il centrosinistra. Ed è un successo che sarà bene che ogni partecipante custodisca con cura, perché è una merce rara nella politica italiana di oggi dove vige, in moltissimi partiti, la dura legge del capo. Quindi, ora la sfida vera diventa sostenere Roberto Gualtieri a Roma e Matteo Lepore a Bologna.

Però non possiamo illuderci. Non possiamo illuderci che fare le primarie ogni tanto risolva d’incanto i problemi seri che hanno sia il Pd che tutte le forze di centrosinistra. E infatti dopo la giornata di ieri ci sono una serie di questioni che restano aperte e che riguardano in particolare l’identità e le alleanze.
Non si è ancora capito bene qual è l’identità del Pd. Un partito del lavoro? Un partito genericamente progressista? Un partito del socialismo? Un partito con vocazione centrista? Tra i dem come si sa le posizioni sono abbastanza diversificate con la “pattuglia renziana” che spinge per costruire un partito alla Macron.

Ma anche con i due vicesegretari (Peppe Provenzano e Irene Tinagli) che sul tema hanno posizioni differenti: più socialista il primo, più centrista la seconda. E’ un nodo da sciogliere, che non si può demandare a un voto nei gazebo. Per il momento Letta cerca di tenere in equilibrio le due anime. Ma fino a quando?

Se non si chiarisce questo aspetto sarà anche abbastanza complicato avere un ruolo meno subalterno e più incisivo nei confronti del governo Draghi. Basti ricordare le polemiche interne che ha suscitato qualche giorno fa la critica sacrosanta di Provenzano alla scelta del premier di nominare due liberisti come consulenti sulla politica economica. Qual è la linea del Pd su questo? Non è una questione secondaria perché l’utilizzo dei fondi europei del Recovery Plan richiederà scelte chiare nel senso della giustizia sociale e della redistribuzione della ricchezza.

I sostenitori di Matteo Lepore

Le contraddizioni mai risolte con IV e M5S

Ma i problemi esistono anche su un altro fronte: quello delle alleanze. La scelta di Letta di lavorare a costruire una coalizione con il Movimento Cinque Stelle guidato da Conte non convince tutto il partito. E i dubbi questa volta non sono solo dell’ala renziana – ancora non si capisce perché debba esistere ancora un’ala renziana nel Pd. Questo scontro ha un effetto anche a livello locale. A Bologna le primarie le ha vinte Matteo Lepore che sostiene la linea di una coalizione con il M5S contro Isabella Conti (anche lei renziana di Italia viva) che quella coalizione proprio non la vuole. Che succederà ora? Italia viva si adatterà al voto delle primarie e accetterà di stare nella stessa alleanza con i Cinque Stelle o ci sarà una rottura? Stessa anomalia si è creata a Torino dove ai gazebo ha vinto un candidato Pd, Stefano Lo Russo, che con il M5S non vuole prenderci nemmeno un caffè.

Insomma, qual è realmente la strada del Pd? Quella di Lepore o quella di Lo Russo? E si può lavorare a una coalizione con i Cinque Stelle a livello nazionale come sta facendo Letta e scendere in guerra contro di loro a livello locale?

Infine un’ultima notazione proprio sullo strumento delle primarie. E’ evidente che con il passare del tempo si sta logorando perché non può essere l’unico modo di relazionarsi con i propri iscritti o con i propri elettori. Con una croce sulla scheda si possono scegliere i candidati di una coalizione alle cariche istituzionali, molto meno un segretario del partito (a ogni livello), per niente le idee per le quali quel partito deve battersi. Il punto è sempre lo stesso: per avere le idee giuste bisogna conoscere il proprio popolo, per conoscere il proprio popolo bisogna frequentarlo e per frequentarlo non si può stare chiusi tra quattro mura in attesa delle prossime primarie. Questo alla fine è il nodo più ingarbugliato per il Pd: se continuerà a essere un partito esclusivamente governista perderà sempre più il rapporto profondo con il proprio mondo che si risolverà, come sta accadendo da qualche anno, nel mettere ogni tanto una croce su un nome.