“Pd, non schiacciarti
sull’agenda Draghi
Devi avere più coraggio”

INTERVISTA A GIANNI CUPERLO

Onorevole Cuperlo, lei scrive su Facebook che alla fine ha vinto la censura visto che il caso Fedez ha oscurato i temi propri del Primo maggio…

Parto da una premessa. In queste ore piangiamo una ragazza di 22 anni, Luana D’Orazio, che ha perso la vita in una fabbrica tessile di Prato. Sono 123 le morti sul lavoro dall’inizio dell’anno, una strage continua. In termini macroeconomici solo in Italia nel 2020 abbiamo distrutto circa 39 miliardi di euro in termini di salari. Siamo di fronte a un’emergenza di carattere sociale ed economico che ha pochi paragoni con il passato. L’Istat parla di una perdita secca di 945.000 posti di lavoro. È aumentato di circa un milione il numero delle persone in condizioni di povertà. E ancora, conosciamo quali sono le condizioni lavorative e contrattuali delle categorie più colpite dalla pandemia e dal lockdown, mi riferisco alla sfera dei servizi, della ristorazione, del turismo, dell’assistenza. Sappiamo anche che giovani e donne sono particolarmente esposti al ricatto della precarietà. Ecco, il quadro d’insieme propone una realtà particolarmente allarmante che costituiva l’agenda sociale di questo Primo Maggio.

Il caso Fedez distoglie l’attenzione dalla realtà del Paese, quindi?

Faccio una seconda premessa che non è certo in contraddizione con la prima. Io resto affezionato a quell’insegnamento che anni addietro ci venne, tra gli altri, da Stefano Rodotà sulla necessità di non sacrificare la dimensione unitaria dei diritti, la loro indivisibilità. A sinistra abbiamo impiegato del tempo a maturare la convinzione che non esiste una gerarchia dei diritti: prima i diritti sociali, poi i diritti civili. È chiaro che prioritariamente bisogna riempiere il carrello della spesa e mettere la minestra in tavola ogni sera. È altrettanto evidente che nel corso degli anni abbiamo compreso che esiste un legame stretto tra la dimensione dei diritti sociali e l’accesso alla cittadinanza per fasce, categorie e minoranze che storicamente ne erano escluse. La conquista di questi diritti sul versante civile costituisce uno strumento indispensabile per garantire poi anche l’accesso ai diritti sociali.

Da destra si accusa la sinistra di aver dimenticato il lavoro e di aver privilegiando unicamente i diritti delle minoranze…

È una critica infondata quella secondo cui ci sarebbe una sinistra ripiegata sostanzialmente nella sfera dei diritti civili perché incapace di parlare dei diritti sociali. Non voglio negare elementi che possono fare riflettere su questo terreno, però mi sembra che quell’argomento venga usato come una caricatura della realtà. La verità è che oggi la sinistra è impegnata con il ministro Orlando su una frontiera decisiva che è quella di riformare gli ammortizzatori sociali. Io penso ad esempio – anche se non è ancora la posizione del governo – che sia sacrosanto accogliere la proposta dei sindacati posticipando la scadenza del blocco dei licenziamenti prevista per luglio e prevedendo nel contempo un ammortizzatore universale che garantisca le diverse categorie di lavoratori, a cominciare da quelli più esposti e più precari.

Il caso Fedez ha posto all’ordine del giorno il tema del disegno di legge Zan contro l’omofobia…

Credo, come ho detto prima, che porre in primo piano il tema del lavoro non sia in contraddizione con l’esigenza di costruire una campagna di pressione nel Paese perché si approvino normative di buon senso e di civiltà. Queste riguardano certamente il provvedimento di cui si discute in questi giorni, ma anche lo Ius culturae o altri interventi che riguardano i diritti civili.

Da sinistra, questa volta, si pone l’accento sulla lunga presenza dal Pd al governo del Paese e sul fatto che non sia stata colta l’occasione per approvare provvedimenti fondamentali sui diritti civili. Non è che sia facile adesso far passare leggi che il centrodestra osteggia apertamente…

Ecco, una critica che è legittimo sollevare – e mi sento di condividerla, anche se nel mio caso si deve parlare naturalmente di autocritica – è che quando siamo stati al governo, in 11 degli ultimi 15 anni, alcune di quelle leggi avremmo dovuto farle e non le abbiamo fatte. Anche quando non sedevamo accanto alla Lega o a Forza Italia. E qui sono io a dire che ci sono dei peccati che abbiamo commesso e per i quali dobbiamo pentirci. Dobbiamo interrogarci se, dal governo, non ci siamo macchiati di una responsabilità che non può essere considerata poca cosa per la sinistra: quella di aver inibito riforme che si ritenevano, sbagliando, non in sintonia con il sentimento diffuso e con il senso comune del Paese. A volte questo atteggiamento ha spinto la sinistra, e il mio partito purtroppo, a compiere scelte che andavano contro interessi e valori su cui fondiamo la nostra identità.

Un esempio?

Siamo noi che abbiamo abrogato ogni forma di finanziamento pubblico alla politica pensando in questo modo di poter ridurre il bacino di consenso di forze che pigiavano sul pedale del populismo, dai 5 Stelle ad altri. E ancora, fummo noi che nel 2001 approvammo, e in scadenza di legislatura, la riforma del Titolo V, provvedimento di cui abbiamo sperimentato i molti limiti proprio alla luce della prova durissima della pandemia. Ci illudemmo così di ridurre il bacino di consenso della Lega, ma ci sono riforme che non si possono fare per inseguire l’avversario. Tra l’originale e la copia la gente sceglie sempre l’originale.

Il caso Fedez ripropone un tema più generale. Nel vuoto della politica cresce “il partito degli influencer” si sostiene. Si va affermando una nuova variante di populismo? La “partecipazione” ridotta a milioni di like? Ferragni e Fedez su Instagram contano assieme circa 36 milioni di Follower…

Su Facebook sono partito alla riscossa, ne conto ottantamila! Battute a Parte, quei numeri fanno riflettere. Non si possono fare questi paragoni, ma non posso non ricordare che il Pci, dal quale provengo, nei momenti di massima espansione contava due milioni di iscritti. E che in quel partito si realizzava un processo di partecipazione che contemplava anche la costruzione di un’appartenenza. Qui siamo a qualcosa di molto diverso che ha a che fare con il mondo dei social e con un livello di minore responsabilità dal punto di vista del singolo. E chiaro che tutto ciò pone materia di riflessione anche riguardo al vuoto che ha lasciato la politica. Il problema non è però recuperare su questi numeri, non è questa la gara che si deve fare, non è questa la competizione alla quale ci si deve iscrivere.

La politica può solo adeguarsi, quindi? Andare a rimorchio?

Credo che il problema da porre sia quello del disarmo critico delle culture politiche. Quando tu in un arco di tempo non banale rimuovi le occasioni, le forme, gli strumenti che producono formazione; quando un partito rinuncia ai processi di selezione della sua classe dirigente e li appalta a forme “esterne” – pensiamo ad esempio alle primarie – è chiaro che viene meno una delle funzioni basilari di un partito. E se tu per venti anni o più pensi che le culture politiche non abbiano più ragion d’essere, se hai chiuso gli uffici studi e moltiplicato gli uffici stampa, è chiaro che produci alla fine culture fragili, tendenzialmente astoriche.

Mai come adesso sarebbe necessaria una classe dirigente all’altezza, una politica capace di progettare un dopo pandemia che non può risolversi nel ritorno all’antico…

Dobbiamo partire da una domanda: come consideriamo l’anno che si è  appena consumato? Che giudizio diamo del drammatico passaggio della pandemia? Lo consideriamo una parentesi perché tutto poi tornerà come prima o uno spartiacque che impone alla politica e alla sinistra un rinnovamento radicale delle categorie di analisi e di iniziativa? Scambiare una parentesi per uno spartiacque ha prodotto nel passato equivoci e guasti profondi, basti pensare a Croce che considerò il fascismo una parentesi rispetto al lungo solco lineare dell’Italia liberale. E invece quel regime ha prodotto conseguenze durature come sappiamo. Ecco, è qui che la politica misura la sua efficacia.

Quindi?

Sono molto interessato all’analisi che molti osservatori fanno dei primi cento giorni dell’Amministrazione Biden. L’ultimo pacchetto di sostegno al Welfare ammonta a 1800 miliardi di dollari, finanziato per la maggior parte con l’aumento delle tasse ai ceti più ricchi, pari a 1500 miliardi di dollari. Gli interventi complessivi del dopo Trump ammontano a seimila miliardi tra misure anti Covid, piani infrastrutturali e piano del Welfare. Una colossale misura di stimolo e redistributiva consentita dalla progressività del sistema fiscale. Una linea coraggiosa anche perché riflette un’altra idea dell’America. Quella che un moderato come Biden fa propria anche grazie alle campagne di Sanders o di Elisabeth Warren. Una strategia consapevole che la politica di Obama del 2008 da sola, senza intaccare i meccanismi dell’accumulazione e della ridistribuzione, non aveva risolto i problemi e aperto la strada al fascismo di Trump.

Una ricetta esportabile anche in Europa e in Italia?

Penso che dovremo avere lo stesso coraggio. Noi, penso all’Italia e al Pd, non possiamo essere soltanto quelli che si limitano ad accompagnare la mediazione possibile dentro questa maggioranza di governo. Capisco benissimo che sedendo accanto a chi ha teorizzato per anni la flax tax non potremo ottenere da questo esecutivo la riforma fiscale che vorremmo. Ma proprio per questo credo che il nostro compito non possa essere quello di schiacciarci sull’agenda Draghi, come facemmo un tempo con l’agenda Monti. Dobbiamo manifestare lealtà e sostegno al governo perché dalla riuscita del piano vaccinale, dalla gestione dei fondi europei, dalla gestione dell’impatto sociale della crisi dipende la possibilità di fare uscire il Paese dal tunnel drammatico dentro al quale si trova. Nello stesso tempo però il Pd deve diventare il punto di riferimento di un’azione molto più coraggiosa, avanzata, innovativa e autonoma anche rispetto all’agenda del governo Draghi.

La riforma del fisco banco di prova immediato anche per recuperare risorse dai ceti più abbienti e meno colpiti dalle conseguenze della pandemia?

Il fisco è un terreno sicuramente fondamentale. Serve una discussione seria sull’Iva, sulla rimodulazione dell’Irpef, sull’aliquota marginale, sul disboscamento della giungla delle deduzioni e delle detrazioni che hanno finito per non garantire le fasce più deboli, sulla tassa di successione, sulla tassazione delle grandi compagnie del digitale o dell’e-commerce. Serve una vera strategia che punti a un testo unico di riforma fiscale. È molto probabile che questo governo non potrà conseguire questa riforma organica. Ma, a maggior ragione, dobbiamo rimarcare una nostra autonomia indicando una prospettiva, un disegno complessivo per ridurre le diseguaglianze anche con meccanismi di redistribuzione e combattendo l’evasione fiscale.