Il Pd: miseria o nobiltà?
Qualche domanda
sul futuro dei dem

Non sembri irriverente, ma molti recenti discorsi che provengono dall’interno del Pd ricordano quelle figure di altezzosi aristocratici, oramai in decadenza e squattrinati, che continuano però a ragionare come ai vecchi tempi, e che anzi continuano a coltivare sogni di grandezza e di nobiltà, ignorando una realtà molto più prosaica.

C’era una volta la vocazione maggioritaria

“Il Pd ha ancora una vocazione maggioritaria?”, si è chiesto angosciato da ultimo il sindaco di Firenze Dario Nardella. E qui davvero cascano le braccia, a sentire riesumare questo equivoco mito fondativo del PD, che tanti guasti ha prodotto. D’altra parte, il segretario Zingaretti, in varie sedi e occasioni, si è dedicato a prospettare impegnative linee di programma per l’azione di governo; tante buone idee (non tutte) ma che lasciano uno strano retrogusto, e alcune domande irrisolte: questo Pd ha le spalle sufficientemente robuste? E, soprattutto, quale è l’ispirazione politica e ideale che può fare da collante ad una serie di idee e di programmi che, altrimenti, rischiano di restare una sorta di patchwork, prive di una qualche visione unificante?

Al centro delle dispute, com’è noto, la prospettiva della cosiddetta “alleanza strategica” con il M5S.

Sia quanti vagheggiano un PD “a vocazione maggioritaria”, espressione di un imprecisato “riformismo”, sia coloro che difendono l’attuale esperienza di governo e aspirano a rafforzarne il profilo strategico, non sembra facciano i conti con la realtà: quella di un partito che, per la sua (indefinita) cultura politica e per il modo concreto con cui è strutturato (la sua effettiva “costituzione materiale”) appare radicalmente inadeguato alla bisogna.
Per questo, appare opportuno cercare di rimettere in ordine alcune idee.

Diamo per scontata una premessa, che credo molti condividano: questo governo è nato da circostanze straordinarie e da una condizione di emergenza. La Fortuna, come insegnava Machiavelli, ha una parte non secondaria nelle vicende della politica, e dobbiamo ringraziare la sorte che sia stato questo governo ad affrontare la pandemia. Da coloro che, nell’estate del 2019, avrebbero preferito le elezioni anticipate potrebbe essere opportuno che giungesse anche qualche nota di autocritica. Ma aldilà di ciò, rimane il problema: questa anomala alleanza di governo può “evolvere” in qualcosa che abbia un respiro “strategico”? E qui cominciano tante chiacchiere inutili, e si manifesta in alcuni quella sindrome da aristocratici decaduti di cui si diceva sopra.

Quale ruolo vuole svolgere il Pd?

La domanda è molto semplice: come si immagina possa trasformarsi, nei prossimi anni, il sistema politico italiano? E che ruolo si pensa possa svolgere un partito che, bene o male, si pone come l’erede della storia della sinistra italiana? A questo proposito, conviene distogliere lo sguardo dalla cronaca quotidiana, per cercare di capire quali siano stati i movimenti profondi dello scenario politico italiano, nel ventennio che abbiamo alle spalle. Ebbene, un’analisi siffatta ci restituisce un panorama che, usando una metafora geologica, potremmo paragonare alla “deriva dei continenti”, ossia il distacco di placche tettoniche che mutano radicalmente la geografia.

Si guardino alcuni semplici dati, noti per lo più, ma che è bene ricordare. Nelle prime elezioni di questo ventennio (2001 e 2006) si confrontavano due blocchi elettorali di forza quasi analoga. A destra, va ricordato, il “polo” berlusconiano sfiorava o superava la maggioranza assoluta (e quindi, non è certo una novità di questi ultimi anni la forza della destra: sono cambiati i protagonisti), mentre il centrosinistra e la sinistra toccavano i 17 milioni e mezzo di voti (2001) e i 19 milioni di voti (2006). La “deriva” inizia nel 2008 (con la nascita del PD a “vocazione maggioritaria” e la fine dell’Ulivo come coalizione plurale: sarà un caso?): dal blocco di CS-Sinistra si distaccano circa 3 milioni e mezzo di voti.

Ma poi il movimento si accelera: nel 2013 entrano in scena due nuovi attori, il M5S (8 milioni e 700 mila voti, al primo colpo) e la lista di Mario Monti (3 milioni e mezzo di voti, il 10%: non proprio un fallimento, come oggi si dice, anzi un’operazione che ottenne pienamente l’obiettivo che si era dato, “azzoppare” la possibile vittoria di quella pericolosa coppia di bolscevichi che rispondevano al nome di Bersani e Vendola). Il Pd paga il prezzo del suo sostegno (fin troppo prolungato) al governo “tecnico”, e così dal CS si “distacca” un’altra grande placca tettonica: altri tre milioni e mezzo di elettori che se ne vanno. E poi inizia la stagione e la micidiale “cura” renziana: i cui effetti si vedranno nel 2018, con altri tre milioni di voti in fuga, e il M5S che ne ottiene altri due in più (toccando i 10 milioni e 700 mila elettori). Insomma, in dieci anni e in tre elezioni, dieci milioni di voti in meno all’area che nel complesso possiamo definire di sinistra-centrosinistra. Da ultimo, tra il 2018 e il 2019 (Europee), 5 milioni e mezzo di elettori M5S o se ne stanno a casa, o in parte (circa tre milioni) vanno (o ritornano) a destra. Ma qui il giudizio va sospeso, giacché le Europee (come dimostra anche il clamoroso ed effimero 40% del PD nel 2014) sono un terreno competitivo sempre infido e spesso illusorio.

Come costruire un’alleanza solida con il M5S

Ora, se il quadro – a volo d’uccello – è questo, sono molti gli interrogativi che, in particolare, dovrebbero porsi i gruppi dirigenti del PD e del M5S. Ci limitiamo solo a formularne qualcuno. In primo luogo, vi sono alternative realistiche al progetto di costruire un’alleanza più solida, dotata di una visione comune, tra Centrosinistra e M5S? E poi ci sono domande specifiche, per il PD: è consapevole questo partito che il distacco di milioni di elettori, in questo decennio, nasce da una profonda frattura, da una “disconnessione” radicale, che – stante l’attuale profilo e modo di essere del partito – ben difficilmente potrà essere ricomposta in tempi brevi? Si rende conto il Pd che il suo stesso “marchio” è oramai profondamente logorato, e che – al massimo – come forse sta accadendo – si possono tamponare le perdite? Si intravvede un qualche slancio politico e ideale, capace di avviare una radicale ricostruzione di questo partito? Si è consapevoli del fatto che interi “continenti” di elettori (ossia, interessi e forze sociali, interi pezzi della rappresentanza popolare) si sono oramai allontanati e che dunque occorre ripensare completamente l’orizzonte strategico in cui ci si muove?

La discussione sulla possibile “alleanza strategica” tra il Pd e il M5S, quale che siano le tesi che si propongano, sembra avvenire nel vuoto. Coloro che guardano inorriditi a questa prospettiva, assumono spesso un insopportabile atteggiamento di arroganza intellettuale: ma come, milioni di elettori, che erano “tuoi”, ti hanno voltato le spalle, e tu ti permetti di apostrofarli con sufficienza e sussiego? Tutti “populisti”? Puoi anche continuare ad irridere questo o quell’esponente grillino, e crogiolarti compiaciuto della tua superiorità, ma sarebbe bene abbassare un po’ la cresta, se non altro perché alla fine dovrebbe emergere pur sempre un interrogativo inquietante: ma cosa mai ho combinato, cosa c’è che non va nel mio modo di essere, se alla fine milioni di elettori mi hanno abbandonato e hanno preferito questa manica di incompetenti?
Ora, a mio parere, la scelta (difficile, ma senza vere alternative) del dialogo con il M5S dovrebbe nascere dalla ripresa di un classico “modello” strategico che è stato a lungo proprio della migliore tradizione della sinistra italiana, e di quella comunista in particolare: uno “spirito unitario” che non ha tanto, né soprattutto, l’obiettivo di “convincere” gli stati maggiori (un Di Maio ben difficilmente potrà cambiare natura, se gli eventi non lo costringeranno a farlo), ma di parlare a milioni di elettori che erano “tuoi”e che sono fuggiti a gambe levate da quello che il PD e il centrosinistra sono stati in tutti questi anni. Questo presuppone un altro classico atteggiamento: una vera “egemonia” si costruisce cogliendo l’elemento di “verità” che è contenuto nelle posizioni altrui. Facciamo un esempio: il reddito di cittadinanza grillino è stata una misura mal congegnata e piena di difetti, d’accordo, ma vuoi riconoscere che ha risposto ad un’esigenza reale che le tue scelte di governo non erano state in grado di cogliere? E cosa gli contrapponi? Il tuo Jobs Act, o piuttosto una qualche idea per migliorarlo e renderlo più efficace?

Alla ricerca di un’identità mai trovata

Qui casca l’asino, come si suol dire. I fautori dell’identità “riformista” del PD dovrebbero pur dire a quali “riforme” pensano: quelle del mainstream neo-liberale, o riforme radicalmente redistributive, che incidano sulle ingiustizie e le diseguaglianze che ci sono nel nostro paese?

La possibilità di un dialogo con il M5S poggia anche su alcune basi strutturali: i molti studi che oramai hanno analizzato la vicenda del M5S sono concordi nel ritenere che la “prima ondata”, quella del 2103, e poi quella del 2018, erano frutto di un’abile collocazione “anti-sistema” che ha permesso di raccogliere le più disparate correnti di opinione. Il crollo alle Europee mostra che l’elettorato grillino con origine e propensione a destra ha trovato in Salvini il proprio interprete; mentre non è forse un caso che, da quando è iniziato il governo Conte bis, l’emorragia sembra si sia fermata. La base elettorale attuale del M5S è, in gran parte, una base che proviene da una “storia” di voto a sinistra. Di Maio e altri si illudono forse di poter tornare ai fasti di un M5S “centrale”, mentre Grillo e Conte hanno ben capito che alleanze a destra sono oramai precluse. Ci vuole molta pazienza, a discutere con i grillini; ma, ripeto, il problema non è convincere Di Maio, quanto quello di rivolgersi ai “loro” milioni di elettori che continuano ad avere verso di te una profonda (e spesso giustificata) diffidenza. Il tentativo, fino all’ultimo, di costruire delle alleanze contro la destra in alcune regioni, a quanto pare, andrà incontro ad un fallimento; ma non sarà stato un tentativo inutile: potranno esserci anche dei riflessi nelle urne (spostamenti, o anche solo un po’ di voti “disgiunti”, che come in Emilia – ricordiamolo, circa cento mila voti “grillini” su Bonaccini – potranno risultare decisivi). Vedremo.

Il governo potrà anche cadere perché il M5S è un partito ingovernabile e ingovernato; le “fughe” trasformistiche potranno minare la base parlamentare della maggioranza, specie al Senato. Anche per il M5S si pone un problema di identità e di modello organizzativo. D’altra parte, la situazione appare bloccata: sia una soluzione di governo alternativa, sia il ritorno alle urne sono altamente improbabili. E qui casca un altro asino: chi vagheggia un nuovo governo guidato da “Super-Mario” Draghi avrebbe il dovere di indicarne la base di sostegno. Un governo sostenuto insieme dal PD e dal centrodestra a trazione Salvini-Meloni? Davvero si vuole dare un colpo mortale al PD? Lasciamo perdere, per carità di patria. Meglio aiutare questo governo a fare quanto meglio possibile.
Tuttavia, come accennato, se il progetto strategico, per il PD e per tutta la sinistra, non può che essere quello di provare a dare respiro politico ad un’alleanza di governo tuttora molto precaria, questo presuppone che il PD chiarisca una buona volta cosa vuole essere e cosa pensa di sé. E cosa immagina per il futuro assetto del sistema politico italiano
Ora, a questo punto, sono due le questioni centrali. Il sistema elettorale e il profilo politico e ideologico del PD.

PD 30 settembre 2018 Foto Umberto Verdat

Quale sistema elettorale bisogna scegliere

L’evoluzione del sistema politico è legata anche al sistema elettorale. I casi sono due: o si va verso una riforma di tipo proporzionale o rimane una qualche variante ibrida, che contenga però un elemento essenziale: la necessità di formare coalizioni pre-elettorali.

Nell’un caso e nell’altro, coloro che guardano inorriditi al dialogo tra il PD e il M5S devono porsi delle domande: se si va su un proporzionale puro, ognuno corre per sé, ogni forza deve trovare e conquistarsi una propria autonomia, e porsi poi il problema delle coalizioni parlamentari per formare un governo. Posto che il Pd non tornerà mai più ai fasti del partito a vocazione maggioritaria, dove e come trovare possibili alleati? Si può persino auspicare che si crei un “polo” centrista liberale (Renzi, Calenda, Bonino? Ma sapranno trovare una qualche sintesi, posto che anche in quest’area politica ci sono feroci odi personali?), ma è evidente che comunque – nella logica di una democrazia parlamentare proporzionale – i possibili interlocutori vanno cercati tra le forze più “contigue”, e quindi un M5S che non abbia più tentazioni di alleanza a destra rimane un interlocutore essenziale.

Ma questo vale ancor più se rimarrà un sistema elettorale semi-maggioritario con la previsione di coalizioni pre-elettorali: come fa il Pd a costruire un’alleanza competitiva se non cercando di costruire qualcosa insieme al M5S? O si pensa di immolarsi eroicamente regalando a Salvini una super-maggioranza, in grado di attaccare anche la Costituzione? I nostalgici del partito “a vocazione maggioritaria” come pensano di risolvere questo piccolo problema?

E infine, ma non ultima per importanza, la questione del profilo e dell’identità del PD. Quale che sia lo scenario che si prospetta, un partito degno di questo nome dovrebbe avere una propria autonomia politica e ideale. E qui non c’è bisogno di spendere molte parole. Mi è capitato già di usare questa metafora, e la voglio riproporre: il Pd è preda di una “sindrome montaliana”, in tutta la sua storia ha potuto solo dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Tutto nasce dall’idea iniziale di un partito “post-ideologico”, pensando che si potesse stare insieme solo sulla base dei programmi e delle “cose da fare”: ma i programmi, in sé, non reggono, e anzi non si riescono neppure ad elaborare, se non muovono da un’ispirazione politica e ideale. Tutto ciò ha portato all’afasia: il Pd non poteva rivendicare una qualche precisa identità politico-culturale perché non avrebbe potuto “tenere insieme” le varie anime.

Che cos’è veramente il Pd?

Oggi il PD è un grande equivoco: il Pd è il partito di una persona rispettabile come il sen. Andrea Marcucci, che iniziò la sua carriera nel 1992 come deputato del PLI, o è il partito delle idee di Gianni Cuperlo o Peppe Provenzano? Possono convivere? E’ dura, obiettivamente; ma in linea di principio forse sarebbe possibile, se il PD fosse un partito governato attraverso un modello democratico-rappresentativo e non fosse invece retto da un modello plebiscitario in cui, sotto l’ombrello di un segretario eletto da una base indistinta, vivono e si agitano signorotti, truppe mercenarie, vassalli e valvassori, ciascuno con il proprio piccolo o grande feudo da difendere. Un partito spesso ingovernabile. Ed è davvero singolare – a proposito di una mal riposta prosopopea – che si additino allo scherno le propensioni “direttistiche” dei grillini, e poi si abbia tra le mani un partito in cui non vige un sistema di democrazia rappresentativa, ma un modello feudal-plebiscitario.

Per questo ben vengano le invocazioni di un “congresso” che chiarisca finalmente le idee. Ma di quale congresso parliamo? L’ultima revisione dello Statuto, nel novembre 2019, ha finalmente reintrodotto la parola stessa “congresso”: una fase di discussione sulla base di documenti politici, riservata agli iscritti. Ma questa innovazione coesiste contraddittoriamente con il modello delle primarie aperte, a cui spetta pur sempre il compito di eleggere un segretario.

Si vuole fare davvero un congresso “rifondativo”? Si presentino mozioni e documenti politici, sulla base dei quali si elegga un’assemblea nazionale rappresentativa, ma sia poi questa assemblea a scegliere un segretario che sia espressione della maggioranza, ma sia anche capace di tenere insieme il partito e sentire tutti. E’ irrealistico? E’ probabile, ma non vedo proprio – con le regole attuali – come il PD possa sperare di uscirne vivo e integro.

Infine, una risposta ad una possibile obiezione: la prospettiva che qui ho difeso di un dialogo con il M5S, la critica all’idea del “partito a vocazione maggioritaria”, non è troppo rinunciataria? In fondo, cosa impedisce che un partito rivitalizzato possa aspirare a rappresentare un terzo, o anche più dell’elettorato? Per carità, non mettiamo limiti alla provvidenza. Un partito che sappia dire cos’è e cosa vuole, quali parti sociali vuole rappresentare (e non essere un partito “piglia-tutti”), può anche sperare di ottenere consensi molto elevati; ma intanto, dovrebbe pensare a “fare politica”, come si diceva un tempo, e parlare agli elettori che ti hanno abbandonato dovrebbe essere il primo passo da fare, qui e ora, lavorando sulle contraddizioni dei tuoi interlocutori, portandoli dalla tua parte, o mettendoli in difficoltà con i loro elettori. Si chiede troppo?