Imola, la sinistra divisa e il Pd sconfitto

“Io avevo segnalato più volte la distanza che andava aumentando tra noi e i cittadini. Ma sono rimato inascoltato. Non solo in passato: anche in vista di queste elezioni, non si è messo in campo un progetto chiaro e innovativo. La stessa candidatura di Carmen Cappello, pur di profilo civico, è stata calata dall’alto da un ristretto gruppo di vertice del Pd. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti”. Parole e musica dell’architetto Fabrizio Castellari, uno che per il Pd ha svolto incarichi politici e istituzionali di primo piano e ancora adesso risulta il consigliere comunale più votato. Di minoranza, però.

Benvenuti a Imola, cittadina di 70.000 abitanti in provincia di Bologna. però con rango di federazione autonoma del Pd. Epicentro – non certo l’unico, ma tra i più devastanti – del terremoto politico che in molti comuni ha mandato all’aria equilibri politici consolidati da decenni. A Imola addirittura da 73 anni, durante i quali si sono ininterrottamente avvicendate amministrazioni della filiera Pci-Pds-Ds-Pd. Fino al ballottaggio di una settimana fa, vinto nettamente dalla candidata cinque stelle Manuela Sangiorgi, che al primo turno era molto indietro rispetto alla Cappello (29 % contro 43%), ma al secondo turno ha fatto il pieno di tutto ciò che restava da raccogliere, mentre la rivale è rimasta percentualmente immobile.

Per avere qualche parametro di valutazione dell’entità del sisma, basta pensare che nel 2008 il candidato del centro-sinistra Manca passò al primo turno con il 61,6% (il Pd da solo aveva il 51) e nel 2013, ancora al primo turno, venne riconfermato con il 53,6% . Ma qualche mese fa, alle politiche del 4 marzo, le avvisaglie di quel che poi sarebbe successo furono già forti e chiare: Pd e liste satelliti al 34%, Liberi e Uguali al 5, M5S al 29, centro-destra al 26.

“Naturalmente – insiste Castellari – il contesto nazionale ha pesato anche sulle nostre elezioni comunali. Però le responsabilità locali, degli amministrazioni uscenti e di chi ha diretto il partito, ci sono e non vanno taciute”. Infatti, le prime teste sono già cadute: si sono dimessi sia Mauro Raccagna, segretario della federazione imolese, sia i suoi più stretti collaboratori. Venerdì scorso si è riunita la direzione, poi sabato l’assemblea federale – invero poco partecipata: 21 presenti su 122 membri – ha eletto a maggioranza Roberto Visani, ex vicesindaco, come reggente in attesa del congresso, che si dovrebbe tenere in ottobre. “Ero del parere che ci saremmo dovuti prendere uno spazio di discussione più ampio – dice Castellari – comunque adesso è il tempo di ricostruire il Pd e il centro-sinistra, sia a Imola che a livello nazionale, partendo dall’ascolto e dalla ricucitura dei rapporti con i cittadini. Personalmente, cercherò di dare il mio contributo nel consiglio comunale e nel partito. Io ho creduto e credo ancora nel progetto che ha portato alla fondazione del Pd, ma dopo undici anni e dopo le ultime pesanti sconfitte è necessario un ripensamento radicale, in senso civico, popolare, attento ai bisogni. E prima di discutere e decidere chi lo dirigerà, bisogna discutere e decidere i contenuti”.

Se in casa Pd la ri-costruzione si preannunzia né breve né facile, per le sigle a sinistra del Pd lo sgombero delle macerie non sarà meno faticoso. Anche nelle precedenti e più fortunate competizioni elettorali, a Imola, mettere insieme le sparse membra era una impresa ardua: nel 2013, ad esempio, una lista di Sel e una di Verdi, Pdci e Rifondazione Comunista si presentarono alleate al Pd, totalizzando insieme un 5% decisivo per vincere al primo turno; ma non mancò una lista civica di sinistra che, presentandosi separatamente, arrivò al 6,5. Questa volta, perfino la neonata aggregazione Liberi e Uguali è riuscita a dividersi, paradossalmente in sigle quasi identiche: un pezzo è diventato “Sinistra per Imola”, in coalizione con il Pd a sostegno di Carmen Cappello, un altro pezzo è diventato “Sinistra Unita Imola”, a sostegno di un altro candidato, Filippo Samachini. Se non bastasse, anche una civica chiamata “Imola Futura” faceva riferimento alla sinistra. Risultato: nessun consigliere eletto per nessuna di queste liste.

“Alcuni dirigenti di Mdp – è la spiegazione di Giovanni Paglia, ex parlamentare e dirigente nazionale di Sinistra Italiana – hanno voluto una alleanza subalterna con il Pd, a costo di dividere non solo LeU, ma anche il loro stesso movimento. Una operazione sbagliata nel merito, perché i punti di divergenza erano parecchi, dal raddoppio della discarica al ridimensionamento dell’ospedale alla esternalizzazione dei servizi. E sbagliata anche tatticamente, perché al primo turno ha portato solo pochi voti alla coalizione Pd e al ballottaggio nessuno in più. Altra e più sensata scelta sarebbe stata una sola e autonoma lista di sinistra, per discutere poi di un eventuale appoggio al secondo turno”. L’altra campana è Antonio Borghi, coordinatore circondariale (Imola e altri dieci comuni) di Mdp: “Avevamo ottenuto dal Pd un impegno alla discontinuità, sia nel programma sia nei candidati, rispetto alla amministrazione uscente, che in effetti non era apprezzata dai cittadini. Io penso che la sinistra debba parlare con il Pd, non essere massimalista e antagonista. Anche se…”. Anche se? “A dire la verità, forse ringalluzzito dal risultato del primo turno, negli ultimi giorni di campagna elettorale il Pd aveva un po’ abbandonato il tema della discontinuità. Questo certamente non ha aiutato”

Sia come sia, per di più in assenza di controprova, anche a sinistra del Pd la frittata è fatta. “E’ vero – conferma Borghi – a Imola divisioni ci sono sempre state. Bisogna cercare con pazienza di superarle, io resto sostenitore del progetto di Liberi e Uguali”. Paglia non nasconde le sue perplessità: “Alcuni faticano ancora a recidere il cordone ombelicale con il Pd, tra l’altro senza neppure che si sappia se il Pd intenda cambiare e in quale direzione. Se non facciamo chiarezza su questo punto, come sinistra ce lo ritroveremo sempre davanti come un macigno e non faremo passi avanti. Ad esempio, per le elezioni amministrative del prossimo anno, io sostengo che dobbiamo avere una nostra presenza autonoma, con liste civiche di sinistra, come è già avvenuto con buoni risultati in alcune città”. Vasco Errani, ex presidente della Regione, ora unico parlamentare di LeU in Emilia Romagna, che nella partita imolese ha avuto qualche voce in capitolo, preferisce non sbottonarsi. Se non per ribadire ecumenicamente che “queste elezioni comunali indicano ancora una volta la necessità di un cambiamento radicale per la sinistra”.

E fin qui, sarebbe difficile trovare qualcuno che non sia d’accordo. Però la traversata dal dire al fare è ancora in mezzo al guado. O forse più indietro.