Pd: ricostruire la sinistra senza farsi incantare dalle sirene centriste

Il dato fondamentale della situazione politica italiana è la cornice di una democrazia senza partiti. Per un lungo periodo, abbiamo scambiato questo dato per un “segno dei tempi”, come se fosse una tendenza naturale dell’epoca, della modernità matura (o, come si dice, della post-modernità), senza riflettere abbastanza sul carattere paradossale di quella formula. Una democrazia senza partiti, come una democrazia senza popolo, non è propriamente una democrazia, ma una transizione pericolosa, incerta, un piano inclinato che può evolversi verso una vera democrazia o regredire verso forme autoritarie o tecnocratiche. La storia di questa decomposizione è ormai lunga ed è stata raccontata più volte, non sempre con la dovuta consapevolezza. Inizia con la fine del mondo bipolare, con la scelta (secondo chi scrive inevitabile, ma non per questo condotta nel modo migliore) del Pci di chiudere la sua esperienza storica, prosegue con il cataclisma di tangentopoli, trova una composizione e quasi una supplenza nel periodo dell’alternanza tra Berlusconi e Prodi, sfocia nella formazione di nuove figure politiche, specie “populiste”, e in una serie di scissioni, che contribuiscono a frammentare ulteriormente il quadro politico.

L’eccezione del Pd

È importante osservare che in tale situazione il Pd rappresenta ancora una “eccezione”, anche se ambigua e non definita compiutamente. È proprio sulla esistenza o meno di questa “eccezione” che continuiamo a discutere a sinistra da quasi quindici anni, fra chi la riconosce e chi la nega. E ne derivano, con piena legittimità, scelte. riflessioni e strategie diverse. Ma la verità è che il Pd è l’unico partito rimasto in piedi in una democrazia senza partiti. Questo fatto deriva da circostanze storiche (la scelta della Bolognina e la posizione diversa, rispetto agli altri partiti, in tangentopoli) e soprattutto dalla sua identità potenziale o virtuale, dalla promessa originaria di essere l’erede e il continuatore delle grandi tradizioni del riformismo italiano, a partire da quelle del comunismo, del socialismo e del cattolicesimo democratico.

Tuttavia, fin dalla sua fondazione, nel 2007, il Pd ha oscillato gravemente, sul terreno della cultura politica, tra questa promessa, che lo avrebbe portato a raccogliere, in un partito moderno, l’eredità teorica e pratica del movimento operaio (nelle sue diverse espressioni culturali), e l’illusione di diventare un partito liberale di massa, sostanzialmente centrista, progressivo solo nell’assecondare ogni diritto degli individui invece di radicarsi nei gruppi sociali costitutivi della sua identità. Hic Rhodus, hic salta. Il Pd deve decidere se essere il partito della sinistra, in una creativa continuità con la storia dei lavoratori italiani, o se diventare un movimento che sub-sce (e che, in questa chiave, non potrebbe contribuire a risolvere e superare) la crisi generale della democrazia.

In una democrazia senza partiti, è normale, e a tratti auspicabile, che si affermino soluzioni di tipo arbitrale, perché non esiste la possibilità di praticare una politica delle alleanze di tipo strategico. Con l’occhio molto lungo, Gramsci parlò, a tale proposito, di un “cesarismo senza un cesare” come possibile evoluzione (o involuzione) delle democrazie moderne. In queste situazioni, le leadership internazionali e le forze economiche globali esercitano una influenza più diretta sull’agenda politica, arrivando a volte a surrogare le decisioni di un governo nazionale, “scelto dal popolo”. Qui deve essere esercitata, da parte nostra, la massima capacità di distinguere e di costruire il futuro. In un paese orientato a destra, come l’Italia di oggi, il governo di Mario Draghi ha rappresentato la soluzione più avanzata. Farlo cadere, in un momento delicatissimo per la vita economica e sociale del paese, costituisce perciò un errore, che può giovare solo alla destra.

Le elezioni politiche sono comunque la soluzione migliore (secondo la condotta impeccabile del Capo dello Stato), anche perché si è ormai determinata una divaricazione eccessiva, non più sostenibile, tra la composizione dell’assemblea rappresentativa e gli orientamenti dell’elettorato. Il parlamento che si va sciogliendo ha tuttavia una colpa capitale, quella di non avere saputo assicurare al paese, dopo il referendum costituzionale del 2020, una nuova legge elettorale di tipo proporzionale, accompagnata da una adeguata soglia di sbarramento. L’unica legge elettorale, come è stato spiegato da Antonio Floridia su Strisciarossa (qui il testo), capace di restituire all’elettorato un potere reale di scelta.

Mario Draghi
Mario Draghi

La scomposizione dei movimenti populisti

Rimane il fatto, però, che il governo Draghi ha determinato trasformazioni rilevanti, anche se piuttosto volatili, nell’equilibrio delle forze politiche, perseguendo una scomposizione “dall’alto” dei movimenti populisti. Scomposizione che è riuscita in misura significativa verso il M5S (specie con la scissione di Di Maio, ma non solo), ma che ha toccato in modo marginale il fronte del centrodestra (per la scelta di Berlusconi di uscire dal gioco appena rischiava di diventare pericoloso). Tuttavia, il quadro politico è mutato o sta mutando, e queste novità rendono “aperta” e incerta la competizione elettorale. La vittoria del centrodestra non è così sicura, al di là dei freddi numeri dei sondaggi, sia per la debolezza e la frammentarietà del profilo politico della coalizione sia per la scarsa credibilità internazionale di cui può godere. E non è difficile prevedere che la scelta della leadership aprirà ulteriori crepe tra le diverse anime dell’alleanza.

La sinistra ha buone carte se…

 

In questa situazione nuova la sinistra ha buone carte da giocare. A condizione che, archiviata l’ipotesi astratta del “campo largo” (una politica delle alleanze in una epoca in cui essa non è possibile), sappia costruire un’analisi realistica dei nuovi “rapporti di forza”. Da un lato, il Pd deve uscire da una visione semplificata e subalterna dei rapporti con il M5S di Giuseppe Conte. Non si tratta di allearsi con Conte o di interrompere, a priori, qualsiasi dialogo con lui, ma di essere consapevoli che c’è una competizione e una sfida tra due idee diverse di “sinistra”, che a volte calcano lo stesso terreno sociale. Il Pd dovrebbe raccogliere la sfida della fine del populismo “di sinistra” e disegnare lo spazio di un’altra vi-sione politica. D’altro lato, è necessario che il Pd delinei un rapporto costruttivo e soprattutto dialettico con il centro, qualora esso riesca a superare le sue divisioni e a costituirsi in una forza politica determinata. In sintesi: competizione a sinistra, rapporto dialetico con il centro.

Ma è facile osservare che solo una forza politica che torni a occupare realmente lo spazio della sinistra democratica italiana, che ritrovi un radicamento effettivo nei suoi gruppi sociali, che sappia stabilire un nuovo patto di crescita con le forze della cultura e della formazione, può riuscire in questa opera, diremo così, di navigazione e diventare il perno di una nuova coalizione. Per questo il Pd deve decidersi. Un partito liberale di massa non si distinguerà dal centro e sarà sconfitto a sinistra. Subirà l’egemonia di Draghi (a partire dalla politica estera) e sarà scavalcato dal M5S nelle questioni sociali. Solo un partito riformatore, democratico e di sinistra, può riuscire in questa impresa.