Pd e fattore Schlein: ritrovare il senso di comunità prima delle primarie

Il punto forte del PD è che si tratta dell’unico partito davvero contendibile: chiunque può candidarsi e aspirare alla leadership. Il punto debole del PD è che chiunque può candidarsi a dirigerlo più in virtù di una esposizione mediatica che sulla base di un programma politico discusso in maniera approfondita nel congresso. Il personalismi, insomma rischia di prendere il sopravvento sulla politica.

La contraddizione si ripropone ad ogni scadenza congressuale. Nella prossima – fissata per marzo 2023, ma che verrà probabilmente anticipata – la questione si presenta forse in modo ancora più singolare. Le candidature non sono ancora ufficiali, ma si delinea una partita abbastanza fuori dagli schemi. Non c’è un candidato della vecchia maggioranza (anche perché di maggioranza è difficile parlare attualmente), né della minoranza. Si sono per ora fatti avanti più o meno ufficialmente le parlamentari Paola De Micheli ed Elly Schlein e il sindaco di Firenze Dario Nardella, mentre resta sullo sfondo la figura di Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, considerato fino a ieri il grande favorito delle primarie.

La novità Elly

La novità più rilevante riguarda Elly Schlein, giovane esponente di un’area “movimentista” della sinistra, da sempre critica nei confronti del Pd. Nella sua biografia politica c’è, fra l’altro, la partecipazione al movimento “Occupy Pd”, e alla formazione “Possibile”, fondata da Pippo Civati, in una delle numerose scissioni o mini-scissioni dal Partito Democratico. (A merito di Civati, va sottolineato che è stato l’unico a uscire di scena, con grande dignità, alla presa d’atto del fallimento della sua operazione politica).

Elly Schlein

Nonostante la giovane età, Ellý Schlein può già vantare una significativa esperienza nelle istituzioni: parlamentare europea, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, e ora deputata. Sempre da indipendente.

E da indipendente Schlein sembra voler puntare ora alla leadership del Pd, aggiungendo paradossi a paradossi. Se già a ñon pochi appare una forzatura la decisione di ammettere alle primarie anche i non iscritti (“il primo che passa per strada”, per usare l’espressione dei critici più severi) fa certo più impressione che la guida di un partito venga affidata a una che di quel partito non fa parte…

Cercando la connessione sentimentale

Non si tratta di puri tecnicismi. All’origine dell’anomalia c’è a ben vedere una questione ancora più importante: lo smarrimento di quel senso di comunità che rappresenta da tempo una delle malattie del Partito Democratico. Per usare una espressione in voga: si è perduta la connessione sentimentale, almeno in buona parte del gruppo dirigente.

Poi, certo, c’è la politica: le priorità del programma, le alleanze, il rapporto non ancora chiarito con le forme di populismo che attraversano anche la sinistra. Su tutto questo è bene che si discuta, ci si divida, si trovi una sintesi.

Cos’altro dovrebbe fare poi un congresso che non voglia ridursi a una corsa ai gazebo? Ma per guidare un partito bisogna volergli anche un po’ di bene. A modo suo, almeno questo, nel suo mondo postfascista, Giorgia Meloni ha dimostrato di saperlo fare. Tra personalismi e scissioni “dall’alto”, la storia del PD fino ad oggi ha preso una direzione opposta. Forse siamo arrivati davvero all’ultima chiamata.