Il Pd alla prova decisiva
con la minaccia
di una scissione dall’alto

E se anche Matteo Renzi volesse piantare la tenda (in questo caso un intero accampamento) fuori dal Pd? Dubbi e sospetti vengono alimentati dalla recente esibizione televisiva dell’ex segretario, alla vigilia della direzione democratica sulla crisi di governo. Non tanto sul merito delle cose dette: in fondo basterebbero le reazioni incattivite di Di Maio (“un contratto col PD era l’ultima cosa che avremmo voluto fare, la pagheranno”), per dare conforto agli argomenti contro l’intesa con i 5 Stelle.

Lo stesso esito delle urne del Friuli Venezia Giulia conferma che l’elettorato grillino guarda a destra, con buona pace di chi “da sinistra” ha votato 5 Stelle: è bastato che il leader pentastellato volgesse, senza alcuna convinzione, lo sguardo al PD perché i suoi voti trasmigrassero in massa alla Lega di Salvini. Ma la sua radicale critica a un patto coi grillini, l’ex segretario democratico avrebbe potuto (dovuto) portarla alla direzione del partito, con un discorso appassionato e magari con una professione di lealtà nei confronti delle scelte della maggioranza dei suoi compagni, come chiedeva lui stesso, giustamente, all’ex minoranza scissionista. Invece si ha ora la sensazione che la comunità democratica, il partito, conti per chi l’ha diretto quasi quattro anni, assai meno di uno studio televisivo. (A proposito, questa volta il renzianissimo Anzaldi non ha nulla da ridire sull’acerrimo nemico Fabio Fazio?).

La direzione convocata giovedì sarà a questo punto uno snodo cruciale per il futuro del centrosinistra. Il voto friulano, con la tenuta e anzi una lieve ripresa del partito che appare ancora in campo, a cominciare da Udine dove va al ballottaggio non senza chances, costituiscono un piccolo segnale di speranza. Piccolo ma non scontato. Ancor più che in passato, è dunque fondamentale che si esca dall’ambiguità, che si vada al fondo delle questioni. È sconcertante che a un anno e mezzo dal referendum non sia stata prodotta alcuna analisi collettiva della sconfitta. Ma è ancora più grave che a due mesi dal peggior risultato della storia del centrosinistra non siano state affrontate le cause e individuato le responsabilità della disfatta. e almeno abbozzata una nuova strategia. Ci sono stati spunti in interviste, articoli, manifesti dei singoli dirigenti, ma mai un confronto chiaro negli organismi del partito, che sono tuttora gli strumenti attraverso i quali una comunità politica si esprime. Matteo Renzi, ad esempio, ha dato le responsabilità nell’ordine al Capo dello Stato – che gli ha impedito di andare al voto dopo il referendum -, al capo del governo che avrebbe fatto una campagna elettorale troppo soft, e agli elettori che avendo bocciato la riforma costituzionale hanno di fatto reso questo Paese ingovernabile.

Se non è questa la lettura e la linea del PD sarebbe il caso di dirlo con chiarezza. La crisi, le consultazioni, i doveri verso il Capo dello Stato, non possono essere la scusa per rimandare all’infinito la discussione. È in grado il PD di affrontarla senza spaccarsi e affondare? Il punto è proprio questo. la tenuta interna del PD. Ma questa volta si ha la sensazione che la principale minaccia non venga dalla minoranza ma dalla stessa componente di maggioranza del partito, con le sue tentazioni macroniane. Non è un caso che in questa area non si intraveda ancora un candidato alla successione di Renzi. Non pochi sospettano che prima saranno tolte le tende e piantate altrove. Ma un’altra scissione, comunque la si pensi, sarebbe il colpo di grazia per la sinistra.