Il PCI, i sindacati, l’Unità: la fermezza
nei giorni del sequestro Moro

L’11 marzo 1978, dopo una lunga crisi di governo durata quasi due mesi, Giulio Andreotti forma il suo quarto esecutivo monocolore Dc sostenuto anche da comunisti, socialisti, socialdemocratici e repubblicani.

Cinque giorni più tardi, il 16 marzo, le due Camere vengono convocate per discutere e votare la fiducia.

Quella mattina in via Fani, a Roma, un commando delle Brigate rosse rapisce Aldo Moro -presidente della Dc e principale sostenitore dell’intesa – e uccide i cinque uomini della sua scorta: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi.

Immediatamente la Federazione Cgil-Cisl-Uil proclama lo sciopero generale e migliaia di lavoratori, studenti e cittadini si riversano nelle piazze delle grandi città: a Torino in piazza San Carlo, a Milano in piazza Duomo, a Roma in piazza San Giovanni, dove tra gli altri prende la parola, visibilmente teso e preoccupato, il segretario generale della Cgil Luciano Lama.

Si legge su «l’Unità» il giorno seguente (la mattina stessa del 16 marzo era uscita un’edizione straordinaria dal titolo Rapito Aldo Moro, sciopero generale e mobilitazione unitaria, i nemici della democrazia non passeranno): “Se i criminali che hanno ideato e attuato il tragico agguato calcolavano di impaurire e dividere gli italiani, di creare uno stato di smarrimento e di confusione, così da scavare un solco tra le masse e le istituzioni democratiche, ebbene si sono sbagliati. Ciò che è accaduto ieri, subito dopo il rapimento di Aldo Moro e l’efferato massacro della sua scorta, è qualcosa che emoziona. L’Italia è davvero un paese straordinario […] L’immagine che l’Italia, la classe operaia, le grandi masse lavoratrici, i giovani, gli studenti, e tutto il popolo hanno offerto nella giornata di ieri è – lo diciamo senza retorica – una immagine che trova riscontri soltanto in altre ore gravi della nostra storia recente, quelle nelle quali la coscienza popolare ha saputo reagire alle sfide reazionarie spontaneamente, d’istinto, prima ancora che le giungesse l’appello dei sindacati e dei partiti. C’era qualcosa che ricordava il 14 luglio del 1948, l’attentato a Togliatti. Da Torino a Roma, da Napoli a Palermo si accavallano al giornale le telefonate. La radio ha appena finito di trasmettere la notizia della imboscata mortale alla scorta e del rapimento dell’on. le Moro, e già i primi cortei si formano, escono dai grandi stabilimenti, dilagano nelle strade e nelle piazze”.

Il 19 marzo su tutti i principali quotidiani campeggia la foto di Aldo Moro prigioniero e l’annuncio che le Br intendono processarlo («l’Unità» apre con un titolo eloquente, Un uomo torturato). Nello stesso numero Enrico Berlinguer interviene con un lungo editoriale per ribadire la linea del Partito di unità e rigore: “E’ giunto il momento di scegliere da che parte si sta – dirà il segretario dei Partito comunista – Noi la scelta l’abbiamo fatta. Essa è scritta nella nostra storia. Il regime democratico e la Costituzione italiana sono conquiste irrinunciabili del movimento operaio”.

Nel corso dei cinquantacinque giorni della detenzione di Aldo Moro, il Partito comunista e il suo organo di stampa si faranno portavoce della linea della fermezza nel rifiuto del ricatto e della contrattazione con l’organizzazione rivoluzionaria.

Il 13 aprile 1978 «l’Unità» darà alle stampe un editoriale intitolato Perché non bisogna trattare, nel quale spiegherà che «di fronte alle mosse dei brigatisti occorre tenere ben fermo il rifiuto intransigente, il no più risoluto ad ogni ricatto, anche se dire queste cose pesa di fronte al fatto che in gioco è anche una vita umana».

La linea della fermezza e la contrarietà alla trattativa viene ribadita dal Pci il 28 aprile e illustrata in un altro editoriale in cui si legge: “Quando diciamo nessuna concessione intendiamo dire no a qualsiasi atto che significhi entrare in un qualsiasi rapporto contrattuale con le Br. Tale sarebbe anche un cosiddetto patteggiamento muto fra Stato e Br, cioè uno scambio di prigionieri da compiere tramite gesti cosiddetti autonomi, in realtà calcolati nell’illusione di ottenere una contropartita”.

Il 9 maggio le Br uccidono Aldo Moro e fanno ritrovare il suo cadavere in via Caetani, all’interno di una Renault rossa.

Assassinato Aldo Moro, l’efferato crimine delle Br offende e sfida la coscienza civile di tutti gli italiani titola «l’Unità» e nelle grandi fabbriche gli operai sospendono autonomamente il lavoro per due ore.

Il giorno seguente la Federazione unitaria e la Flm proclamano lo sciopero generale, il blocco immediato delle aziende e il presidio per tutta la notte delle fabbriche fino alla ripresa del lavoro l’indomani mattina.

“Aldo Moro è stato il dirigente politico che ha meglio inteso la necessità di muoversi verso l’incontro e la collaborazione con tutto il movimento operaio – dirà Enrico Berlinguer dalle colonne de «l’Unità» del 10 maggio – fino a favorire, con passi successivi, la formazione di una maggioranza parlamentare con il Partito comunista italiano per fronteggiare in modo adeguato la crisi che oggi attanaglia il Paese”.

“Chi era Aldo Moro? – si chiederà Luciano Lama – Era il capo di un partito col quale il movimento sindacale in questi decenni ha avuto anche momenti di contrasto e di lotta. Era uomo di partito e uomo di Stato, era, io credo, un moderato nella concezione politica e nel carattere, ma un moderato illuminato da una viva intelligenza e sensibilità sulle trasformazioni in atto nella società italiana, attento e lungimirante nel prevedere gli sviluppi dei processi che si svolgevano anche nel profondo di questa società. […] Noi sappiamo che le Brigate Rosse colpiranno ancora e potranno colpire uomini politici, sindacalisti, cosa che hanno già cominciato a fare, e dirigenti di impresa e poliziotti […] La lotta contro il terrorismo non finisce oggi, anche se il miglioramento dell’efficienza dell’apparato dello Stato dovrà rendere più spedita l’azione contro le forze eversive. Ma se il paese rinserrerà le sue file, se il destino d’Italia sarà preso nelle proprie mani da ogni lavoratore, l’esito finale di questa dura prova è sicuro: le Brigate Rosse potranno ancora distruggere e uccidere, la loro barbarie inumana potrà farci ancora soffrire, ma essi non prevarranno”.