Il Pci è finito negando Berlinguer
con l’ossessione di andare al governo

Chi firma questo articolo ha avuto, dal tempo della Resistenza in poi, responsabilità via via crescenti nelle attività del Pci e particolarmente rilevanti nel tempo precedente al suo autoscioglimento. O, per essere più esatti, alla metamorfosi del Pci in altro da sé. Avvenuta, purtroppo, non secondo il mito di Apollo e Dafne, per cui dalla bella fanciulla in fuga dal dio voglioso d’amore nacque un bell’alloro o altre consimili metamorfosi a dignitoso esito. Ma piuttosto secondo quelle in cui gli umani che sfidano gli dei subiscono trasformazioni in animali più o meno spiacevoli, come la povera tessitrice Aracne che aveva sfidato Atena e finì ragno. Mentre il piccolo burocrate Gregorio Samsa si sveglia un mattino mutato in un insetto per conto proprio – cioè senza un motivo che Kafka ci voglia spiegare. Un insetto non gradevole, e non gradito dai suoi parenti e conoscenti umani, che si lascerà morire di fame.

L’addio alla “p” di partito

Sia detto senza offesa, naturalmente, verso il Pds – cui anch’io partecipai -, il quale prima si lasciò morire (ma non di fame) perdendo la P(partito) e poi nuovamente si spense perdendo la S(sinistra), ma riguadagnando la P, così che nacque alfine il Pd. E senza offesa, s’intende, verso l’altra creatura nata dalla metamorfosi: la quale creatura (Prc), a sua volta, disconosceva una prima se stessa generando per divisione cellulare altre varie entità nominalmente analoghe.

So bene, anche se ho scherzato un po’, che questa vicenda su cui è facile ironizzare è stata dolorosa per molti (compreso chi scrive) e contiene una domanda sui motivi della fine di quel partito che pure aveva ancora un vasto seguito. La mia natura di testimone partecipe, e perdente, di quell’evento (e dunque sottoposto al giudizio di chi voglia interessarsi al tema), mi obbliga, avendo deciso di scriverne, a una attenta vigilanza sulle mie opinioni, perché non vorrei apparire parziale, anche se è molto difficile e forse irrealistico. Per fortuna, credo di non essere afflitto dalla sindrome di chi pensa di avere sempre avuto ragione.

Tra l’altro non ho mai nascosto che non ritengo affatto che chi si oppose a quella metamorfosi fosse esente da errori. Fu sbagliato apparire come puri nostalgici, come almeno in grande misura accadde per la natura composita di quella opposizione (avevo votato, insieme a Ingrao, contro la proposta, passata a maggioranza nell’assemblea della mozione di opposizione cui partecipavo, di comporre una mozione unica con quella che si orientava chiaramente per la scissione). E non rendemmo ben chiaro, forse per non averlo ben chiaro noi stessi, il tema vero di quello scontro.

Forse posso ricordare, scusandomi per la ripetizione, di avere sempre sostenuto che un cambiamento era necessario, ma era sbagliato il modo, che è in ogni caso non forma ma sostanza. Cercai per quel che potevo, insistendo a lungo, di evitare che una decisione tanto delicata fosse affidata alla conta tra un sì e un no di un congresso di tipo referendario, pensavo a un processo lungo e ragionato. Temevo quello che avrebbe potuto accadere e accadde e cioè la scissione – forse non sgradita agli oltranzisti delle due parti, ansiosi ciascuno di liberarsi degli altri. E ho sempre ricordato che l’abiura è la medesima cosa dell’esaltazione acritica. Entrambe rifiutano un esame attento del passato, chi per esaltare tutto chi per rifiutare tutto, in tal modo evitando di vedere, per ciò che riguardava il Pci, non tanto i meriti autentici, iscritti nella storia del paese, quanto le mancanze o gli errori, anche allo scopo di evitarne la riproduzione.

Che c’entrava il crollo del Muro?

Debbo comunque confessare subito, a proposito dei motivi della fine del mio vecchio partito, che continuo a non accontentarmi di una risposta che appare ovvia e che dice: il crollo del mondo sovietico non poteva non travolgere tutto ciò che dalla medesima rivoluzione aveva preso avvio – come anche il Pci – e a quel mondo era stato troppo a lungo legato. Naturalmente in questa spiegazione ovvia c’è del vero, ma non si adatta perfettamente al caso dei comunisti italiani – che con quel mondo erano entrati in contrasto acuto – e non va, a mio parere, alla radice della questione. Allo stesso modo non ho mai condiviso l’idea secondo cui tutta la responsabilità di quell’autoscioglimento ricada solamente su coloro che lo promossero in prima persona, anche se continuo a ritenere che abbiano sbagliato nel modo – il referendum– e nel contenuto ideale e politico della loro scelta e della loro prospettiva. Ma, anche qui, fermarsi a questo giudizio negativo (che oggi non appartiene più solo agli oppositori di allora) non risponde, mi pare, ai motivi più lontani e più veri. Che è necessario cercare e mettere in luce perché sono questi motivi più di fondo che spiegano non solo un passato da indagare ma il presente in cui viviamo.

Oggi, pur con tutto il rispetto per le forze democratiche rimaste in campo, si deve constatare la pratica scomparsa in Italia di una sinistra ove con questa parola si intenda non solo una collocazione parlamentare, ma la capacità di disegnare una prospettiva autonoma e credibile per il proprio paese e dunque utile innanzitutto alle classi tuttora subalterne che portano il peso maggiore dell’edificio sociale.

Palmiro Togliatti

A proposito del rapporto con l’Urss

Può essere utile, per cercare di capire, riandare con la memoria al tempo della caduta del Muro di Berlino e di ciò che ne seguì. Allora, il crollo dell’Unione Sovietica con la vittoria degli Stati Uniti nella guerra fredda e il successo planetario del modello capitalistico (anche in Cina) parevano significare non solo la sconfitta di una esperienza politica e di una ideologia storicamente ben determinate, ma la fine di ogni possibile idea di una qualche alternativa sociale. E la fine in particolare di quelle idee che potessero richiamarsi in qualche maniera a quella esperienza fallita. Perciò qualcuno parlò addirittura di “fine della storia” e perciò parve indispensabile a coloro che erano stati più o meno coinvolti nella vicinanza ai sovietici, dichiararsene totalmente estranei. Estraneità, va detto per l’esattezza, largamente vera anche in linea di fatto per la nuova generazione di dirigenti comunisti italiani di allora, chiamati alle maggiori responsabilità dagli anziani con il sistema tradizionale della cooptazione, ma non senza ampie prove alle spalle (…).

Per la nuova generazione portare lo stesso nome “comunista” di chi ora, crollando, dimostrava che il tragico cammino percorso dal mondo sovietico si concludeva con un fallimento economico e politico, poteva apparire impossibile e cancellarlo del tutto naturale e necessario. Ma anche i dirigenti di partito della vecchia generazione e quelli della Resistenza, con qualche eccezione, avevano condiviso e sostenuto il distacco dal partito sovietico iniziato da Longo e concluso da Berlinguer: ma se diversi di essi aderirono al mutamento di nome, altri, tra cui ero anch’io, si opposero. Non certo per una sorta di feticismo nostalgico (non sono i nomi astratti a fare le cose, avrebbero detto alcuni dei protagonisti di certe antiche discussioni filosofiche), ma per l’indirizzo politico dichiarato di quel cambiamento. Alla fine del congresso di una sezione emiliana, dove avevo parlato per la mozione di opposizione prendendo molti applausi e pochissimi voti, diversi compagni, per consolarmi, mi dicevano: «Non preoccuparti: noi siamo sempre noi». Ma, purtroppo non era così semplice, come si è visto (…).

I problemi del dopo-Berlinguer

La scomparsa di Berlinguer aveva destato una commozione grandissima, anche tra gli avversari. Il suo tentativo del tutto iniziale e incompiuto fu rapidamente archiviato anche perché fu sconfitto il referendum contro il taglio della scala mobile da lui promosso, e avvenuto dopo la sua morte. E a quella immagine di sconfitta si volle legare la figura di lui dagli avversari del tempo ma anche in vasti settori del suo partito. La sua ultima svolta fu totalmente cancellata. Ma perduto quel riferimento e di fronte a quello che pareva il trionfo finale del modello capitalistico e della politica liberista promossa dalla cosiddetta rivoluzione conservatrice (Thatcher, Reagan) degli anni Ottanta, la scelta che parve obbligata al gruppo dirigente nuovo fu quella di una sinistra che si misurasse sullo stesso terreno dei conservatori. La sinistra sarebbe stata più brava nella gestione della medesima politica. Fu un calcolo sbagliato. Originato, però, da quella progressiva identificazione di una forza di sinistra e del suo necessario realismo con l’orizzonte medesimo di chi – il sistema capitalistico manageriale – appariva ancor prima del crollo sovietico come il migliore per la capacità espansiva nella produzione di merci e per la vita delle persone.

L’aspirazione al governo per un cambiamento sia pur graduale era diventata il bisogno di andare al governo secondo le norme e gli ideali di quel sistema: il che con la metamorfosi poteva realizzarsi. Si apriva una sorta di gara per spostarsi al centro. E il Novecento si chiudeva con le sinistre neo centriste (teorici e pratici Schroeder e Blair) al governo in quasi tutti i paesi d’Europa. Ma non molto dopo l’inizio del nuovo secolo anche le certezze dei vincitori si rivelavano del tutto caduche. Nel 2008, la crisi che ha minacciato di diventare disastrosa e comunque ha significato la rovina per molti, significava l’insicurezza del sistema pensato come definitivo. La globalizzazione creava conseguenze penose tra i lavoratori. La rivoluzione elettronica determinava nuovi modelli produttivi, nuovi lavori, ma anche nuove forme di disoccupazione, di dipendenza e di sfruttamento. E l’approdo conclusivo alla democrazia liberale si dimostrava del tutto fantasioso perché piuttosto che una democrazia quella esistente nei paesi a capitalismo sviluppato incominciava ad essere definita post democrazia o peggio ancora.

Non era stata la fine della storia, ma l’inizio di un periodo di nuove turbolenze, di nuove crisi, della ricerca di nuovi assetti. Il Pci si era dissolto per non aver voluto cercare a tempo debito un nuovo fondamento su cui poggiare. La sinistra che avrebbe dovuto esserne l’erede ha sbandato in opposte direzioni. Ognuna delle nuove forme di azione sociale create dal pensiero critico è andata e va per conto suo. Cosa importantissima, ma senza una visione d’insieme dell’avanzamento possibile può diventare stabile il ritorno a posizioni ancestrali anche di una parte del popolo che fu di sinistra: l’odio per i diversi, il razzismo, il maschilismo sessista, la prevaricazione del più forte, lo spirito guerresco contro i deboli o i supposti tali. Un colpo è stato dato, per fortuna, battendo Trump. E subito qualcuno ha detto che si batte il populismo dal centro. Si tratta di una persona che come capo di un partito “di sinistra” l’aveva trascinato talmente al centro da cadere a destra, toccando il fondo dei voti, portando all’estremo il processo che aveva condotto alla metamorfosi, e poi al suicidio delle creature mal nate.

Ha vinto il centro di Biden ma ha dentro la sinistra, la più datata come quella di Bernie Sanders, o quella avanzata e giovane della Ocasio-Cortes, degli antirazzisti, del femminismo, degli ecologisti. Senza di loro niente vittoria. Persino un super moderato come Mario Monti ha detto che il capitalismo diventa peggiore se non c’è in campo una prospettiva socialista. Certo, secondo il tempo e i mezzi nuovi. Ma non deve morire la volontà e la speranza. Per una lotta giusta non è mai troppo tardi.

 

Il testo di Aldo Tortorella è tratto dal nuovo numero di Critica marxistainteramente dedicato al centenario della fondazione del Pci con interventi di storici, intellettuali e protagonisti. Con l’occazione la rivista lancia anche la sua campagna abbonamenti per il 2021. Qui il sito della rivista