La storia sbiadisce, tra cancel culture
e il neo-irrealismo delle serie tv

Si parla tanto – spesso a sproposito – di cancel culture. Sinceramente non sono tra quelli che vorrebbero buttare giù le statue. Anche se ci sono statue e statue. Quando a venir giù erano le statue di Mussolini dopo il 25 luglio, ma anche quelle di Breznev e Stalin (su quelle di Lenin ho molti dubbi in più) credo siano stati in pochi a prendersela. Ora i nervi sono più scoperti perché le statue riguardano qualcosa di diverso, non un conflitto all’interno della cultura occidentale (mica penserete che Marx sia estraneo alla cultura occidentale?) ma una contrapposizione rispetto ad altri discrimini: il colonialismo, il razzismo, il maschilismo. Queste “colpe” non sembrano meritare un giudizio negativo.

So benissimo che ciascuno vive all’interno di un clima culturale e ad un pensiero collettivo legati alle credenze della propria epoca. Eppure queste credenze non smettono di essere sbagliate in assoluto e non solo se viste con gli occhi di oggi. Non cancello un’opera o un autore perché era convinto della superiorità degli stati imperiali rispetto alle popolazioni africane, asiatiche, nativo americane. Ma c’è qualcuno che propone davvero di farlo e poi vogliamo dire che il generale Custer avesse ragione e Toro Seduto torto?

L’America ha compiuto uno straordinario miracolo di ambiguità: conclusa la guerra civile ha permesso le statue al generale Lee e le bandiere sudiste davanti alle case, consentendo forse di permettere una specie di conciliazione ma perpetuando il razzismo e la segregazione, a conferma che le radici sostanziali dell’abolizione della schiavitù fossero più economiche che umanitarie. Ricordo di aver letto in un libro di William Least Heat Moon (leggetelo è l’autore di Strade Blu e di Kansas) che il Kansas, dopo molte indecisioni e un contrastato dibattito interno, decise di appoggiare gli Stati Uniti contro i confederati con l’avvertenza che i neri, quando non fossero più stati schiavi, dovessero andarsene in un territorio acquistato dal Messico (comunque molto lontano). Il Kansas, che viveva di allevamento e non di industria o di agricoltura intensive, non aveva bisogno della loro manodopera e quindi non aveva alcun desiderio di averli come cittadini.

Il neo-irrealismo delle serie tv

Ma quello che invece mi incuriosisce è un nuovo fenomeno culturale, quello legato all’emergere di alcuni serial televisivi (l’equivalente contemporaneo del grande romanzo più ottocentesco che novecentesco, per il quadro in cui gli eventi si muovono, per dispiegamento della narrazione, per complessità dei personaggi, per il disegno sociale in cui sono immerse) che modificano la storia, le consuetudini, la stratificazione sociale. Inventando una forma di neo-irrealismo che trasforma il futuro in passato. Non stiamo parlando di fantascienza: negli Irregolari di Baker Street siamo in una Londra vittoriana con i cavalli e le ciminiere, le fabbriche nei quartieri urbani, il fumo e la fame. Ma i personaggi sono bianchi, neri, asiatici non necessariamente nei ruoli tradizionali. Il dottor Watson è nero, tra i poveri ci sono molti inglesi di pelle bianca, tra gli eroi della storia (tre ragazzi dei bassifondi e un principe ereditario sotto mentite spoglie) una è asiatica, e uno è nero. Qua e là tra le comparse cinesi e indiani, i popoli coloniali che l’impero accanitamente teneva lontani dalla capitale. Qualche mese fa un’altra serie Bridgerton metteva in scena una vita di corte con una regina “mezzosangue” e lord neri e con uno splendido protagonista, un giovane attore inglese che conserva ancora la cittadinanza dello Zimbabwe.

I protagonisti di Bridgerton

Che c’entra questo con la disputa sulla cancel culture? Nulla e moltissimo. Queste serie tv (spesso scritte e prodotte da autori e colossi americani come Shonda Rhimes e Netflix e altrettanto spesso ambientate nell’Ottocento inglese, che agli occhi Usa probabilmente conserva una immagine affascinante e romantica) inventano un passato che non c’è stato, ma che somiglia di più al futuro che ci piacerebbe esistesse: libero, multirazziale, non sessista ma insieme seducente e almeno un po’ libertino. Insomma in nessun modo siamo nella storia come è stata davvero ma in una brillantissima fantasia.

Tra cancel culture e il passato reinventato

Mi sembra che siamo tra due estremi: uno che difende tutto e vuole tenere in piedi le statue anche dei colonialisti e dei razzisti, degli schiavisti, dei misogini convinti dell’inferiorità delle donne. E un altro che deve reinventare il passato per non pagare il pegno alla realtà di quelle epoche.

In mezzo che cosa c’è? Credo ci sia la storia, lo studio, la conoscenza, la “distanza” che ci permette di capire le cose di non smarrire il senso del valore conservando quello della prospettiva del tempo. Ci sono opere d’arte – penso al cinema per guardare ad un’arte visiva legata alla nostra contemporaneità – che non possono esser cancellate ma che al di là degli elementi estetici vanno comprese e criticate. Che cosa diremmo dei cavalieri bianchi del Ku Klux Klan esaltati da Griffith in Nascita di una nazione, o dal culto del corpo “ariano” di Olympia di Leni Riefensthal? Non li voglio bruciare ma li devo capire in maniera critica altrimenti per comprendere la realtà degli afroamericani La capanna dello zio Tom potrebbe apparire importante come le parole di Tony Morrison, e Via col vento realistico come un film di Spike Lee.

Ballerina di 14 anni, Degas

Un ultimo appunto sulla cancel culture. La verità è che è stata una pratica usatissima proprio da noi occidentali. Qualche volta ammantata da un fine “umanitario” (i missionari che trapiantavano fede e idee cosa facevano?), altre per puro desiderio di conquista (Cortes e Pisarro, ma anche la Compagnia delle Indie, i colonizzatori portoghesi e olandesi, i colonialisti di rapina del Belgio, gli sterminatori di indiani d’America o di aborigeni in Australia. Le statue, le lingue, le credenze di queste culture sono state cancellate, le loro arti derise e trattate alla stregua di disegni di bambini. Quando andava bene ci si appassionava delle cineserie (dopo la guerra dei boxer per imporre l’oppio in Cina) o delle danzatrici bambine che arrivavano dall’asia coi loro esotici re. E come capitò a Degas per la sua Danzatrice bambina di 14 anni si sentì dire da un critico, scandalizzato dalle fattezze non proprio ariane della scultura: “Non chiedo che l’arte sia sempre elegante, ma non credo che il suo ruolo sia sostenere la causa della bruttezza. Questa ballerina è una scimmia, un azteco, da mettere in contenitore sotto formalina”. E quando in Italia si parlava del jazz come musica negroide, e in Germania di arte degenerata, e delle pire di libri “antinazionali”, o le canzoncine razziste contro il Negus? Quanta cancel cultur abbiamo praticato con la forza delle nostre armi? Ricordiamocene, prima di prendercela con gli ingenui professori che vorrebbero aggiungere la musica africana ai programmi universitari, magari togliendo un po’ di spazio a Mozart che, ne sono certo, non se ne avrebbe a male.