Il nuovo romanzo di Stephen King
e il duello con Kubrick sulle siepi animate

Stephen King ha compiuto 74 anni lo scorso 21 settembre ed è probabilmente lo scrittore più ricco del mondo. Dopo un’ottantina di titoli fra romanzi e raccolte di racconti, e circa 300 opere audiovisive (film e serie tv) ispirate al suo lavoro, può permettersi di passare il tempo come gli pare e piace. I pochi italiani che l’hanno conosciuto di persona giurano che la sua unica vera passione sono i Rock Bottom Remainders, il supergruppo rock del quale fanno parte anche Scott Turow e il creatore dei “Simpson”, Matt Groening. Dev’essere stupendo essere Stephen King a 74 anni: puoi dire e fare ciò che vuoi. Ad esempio, puoi dare dell’idiota a Donald Trump un giorno sì e un giorno no.

“Billy Summers” è uno dei suo romanzi migliori

È appena uscito l’ennesimo romanzo di King, “Billy Summmers” (edito in Italia da Sperling & Kupfer), uno dei suoi migliori. Ora vi diremo in breve che tipo di romanzo è. Ma la cosa più divertente del romanzo è che nel corso delle sue quasi 600 pagine King si toglie dalle scarpe un mucchio di sassolini. E i destinatari di questi sassolini sono, nell’ordine: l’establishment letterario che lo considera ancora uno scrittore “di genere”, la guerra in Iraq e tutti coloro che l’hanno voluta, Rupert Murdoch, Donald Trump e Stanley Kubrick. Rassicuriamo i cinefili: il sassolino-Kubrick è il più elegante, un modo quasi tenero di chiudere i conti con il genio del cinema con il quale King condivide le iniziali (S. K.), un film (“The Shining”) e poco altro.

Ma andiamo con ordine. “Billy Summers” (a parte la strizzatina d’occhio kubrickiana, di cui diremo alla fine) è un thriller puro, senza la minima traccia di soprannaturale. Il Billy Summers del titolo è un assassino su commissione. È un cecchino infallibile che viene dal “white trash”, il proletariato bianco: da ragazzino ha ucciso il compagno della madre tossica, che aveva appena massacrato di botte la sua sorellina. Poi è entrato nei marines, imparando a sparare e servendo in Iraq dove ha combattuto a Falluja, vedendone di tutti i colori. Congedato dall’esercito, si è messo in proprio: è un killer professionista che però, parole sue, uccide solo “persone cattive”. Viene assunto da un mafioso per un ultimo incarico, che verrà pagato due milioni di dollari: uccidere un delinquente pluri-omicida che potrebbe diventare un pericoloso testimone in un processo. Per compiere quest’ultimo omicidio, Billy deve andare “undercover”: gli creano un’identità fittizia e gli affittano un ufficio, nella cittadina dove si terrà il processo. Dovrà fingere di essere uno scrittore, che sta scrivendo un misterioso romanzo.

Ecco la prima trovata, con la quale siamo dalle parti di “Misery”, secondo chi scrive il più bel romanzo di King: Billy vorrebbe davvero diventare uno scrittore. Di fronte a tutti i suoi committenti, Billy finge di essere stupido e di leggere solo fumetti; ma in realtà è un uomo intelligentissimo, adora Zola e Dickens e mentre attende di ammazzare il “cattivo” comincia a scrivere un romanzo autobiografico. Per lunghi capitoli, noi leggiamo proprio ciò che Billy scrive. Primo sassolino: la guerra in Iraq, con tutta la sua follia e le sue menzogne. Sotto traccia, il secondo sassolino: il Billy Summers che recita la parte dello scemo e in realtà scrive cose bellissime che narrano il lato oscuro dell’America è ovviamente lo stesso King, scrittore horror poco amato dai critici e snobbato dall’Accademia del Nobel che in realtà ha già scritto almeno tre o quattro volte “il grande romanzo americano”, ma se ne sono accorti solo (solo?) i suoi milioni di lettori.

“Billy Summers” è un romanzo politico, uno dei più politici che King abbia scritto. Siamo ai livelli del bellissimo “22/11/63”, nel quale un tranquillo professore d’inglese scopre un passaggio nel tempo che lo riporta nell’America degli anni ’50: e dopo due-tre brevi viaggi (nei quali inizialmente si ritrova sempre nello stesso momento, le 11:58 del 9 settembre 1958) decide di rimanere nel passato per arrivare al 1963 e fermare Lee Harvey Oswald prima che spari a Kennedy. Non sfugge a nessuno come il nuovo romanzo rovesci la prospettiva: Billy Summers è un Oswald “buono”, che uccide i “cattivi” ma è anche sufficientemente astuto per non fidarsi dei mafiosi che l’hanno assunto.

Stephen King

Tutte le frecciate contro Donald Trump

Vi abbiamo raccontato solo le prime 50-60 pagine. Poi, succede di tutto. Soprattutto, succede l’incontro con una ragazza vittima di uno stupro di gruppo che fa di Billy Summers anche un paladino delle donne indifese. Ma ci fermiamo, perché con King gli “spoiler” sono pericolosi: potrebbe spedire il pagliaccio di “It” (altro grande romanzo americano) a fare vendetta. Imbocchiamo un’altra via. Grazie alle meraviglie tecnologiche del Kindle, dove l’abbiamo letto, possiamo dirvi che in “Billy Summers” King cita Trump 13 volte. Non sono poche, visto che Trump non c’entra nulla con la trama (forse). King non perde occasione di descrivere come “trumpiani” i personaggi più laidi e negativi. Uno dei suoi committenti è il proprietario del palazzo dal quale Billy dovrà sparare: già il fatto che l’edificio si chiami “Gerard Tower” la dice lunga. Lo descrive come “una sorta di Donald Trump in miniatura”. Ma è solo l’inizio: a un certo punto – e qui dobbiamo essere vaghi – nella trama entra un altro “cattivo”, un multimiliardario padrone di un network televisivo: “È il proprietario della World Wide Entertainment. Si tratta di un network e di una dozzina circa di tv via cavo, tra cui quella che trasmette solo notizie e che sostiene Trump”. Così lo descrive. Se non vi sembra che stia parlando di Fox News e di Rupert Murdoch… ma andate a leggere il romanzo e vedete cosa combina, questo pseudo-Murdoch. King non le manda a dire. Evoca i magnati che hanno sventrato la politica americana e li trasforma in maschere dell’orrore.

Del resto King non le manda a dire nemmeno nella vita vera. Se siete suoi “followers” su Twitter, lo sapete bene. Nel 2017 è stato protagonista di una strepitosa baruffa con il presidente in carica. Dopo una serie di “tweet” polemici, Trump l’ha bloccato – come ha fatto con diverse persone famose. E King ha commentato: “Donald Trump mi ha bloccato. Forse dovrei suicidarmi”. È seguita una valanga di “tweet” indignati e ironici, ad esempio quello di JK Rowling – la scrittrice di “Harry Potter” – che gli ha scritto: “Io ho ancora l’accesso, ti tengo informato”. Ma i “tweet” di King su Trump sono numerosi, e per nulla diplomatici. Forse il più bello è dell’8 novembre 2020, subito dopo le elezioni: “You lost, you miserable self-entitled infantile fucker. Concede and get the hell out”. Una traduzione non eufemistica sarebbe: “Hai perso, miserabile coglione auto-eletto e infantile. Accettalo e vattene al diavolo”. Carino anche quello del 6 luglio 2021: “Donald Trump era ed è un pazzo narcisista. Non deve mai più avere una posizione di potere. L’uomo ha dimostrato di essere un pericolo per il paese che sostiene di amare”. Notevole quest’altro, di cui non abbiamo ritrovato la data (ma è del 2021, dopo l’irruzione dei barbari nel Campidoglio): “Trump non andrà mai in galera. Se lo merita, ma è ricco e potente, anziché povero e nero. Benvenuti in America”. Insomma, King la pensa più o meno come Noam Chomsky, che il 30 ottobre 2020, in un’intervista al “New Yorker”, ha definito Trump “the worst criminal in human history”, il peggior criminale nella storia dell’umanità (che pensando ad Attila, Hitler o Pol Pot sembra persino un’esagerazione!). Probabilmente molti italiani non sapevano che il loro scrittore horror preferito fosse anche un battagliero democratico. E invece è così.

Una scena di Shining di Kubrick

Il mistero dell’Hotel Overlook di Shining

E Kubrick? Ah, questa è divertente. A un certo punto della trama, Billy Summers si rifugia sulle Montagne Rocciose, in un eremo dove vive un suo amico sul quale manteniamo il riserbo. Lì, Billy fa delle passeggiate e trova una capanna abbandonata dove può ritirarsi a scrivere in pace. Dalla capanna si vedono, sull’altro lato della valle, le rovine di un albergo andato a fuoco anni prima. Si chiamava Overlook. Il “kinghiano-kubrickiano” fervente, come chi scrive, appizza le orecchie: Overlook? Interessante. Ma non è finita: a una parete della capanna è appeso un quadro, dove si vede un albergo – sì, proprio l’Overlook – circondato da siepi potate a forma di animali. Mentre scrive, Billy ha la sensazione che le siepi su quel quadro si muovano, cambino forma. Toglie il quadro dalla parete, lo nasconde. Ma quando ritorna alla capanna il quadro è di nuovo al suo posto. Molto inquietante.

Questa immagine del quadro “vivente” è l’unica, infinitesimale traccia di soprannaturale che King inserisce nel libro. Ed è una frecciatina a Kubrick. Billy si trova ovviamente a poche miglia dal luogo in cui si svolge “Shining”, e vede le rovine dell’hotel Overlook nel quale Jack Torrance era sempre stato il custode. E fin qui, tutto bene. A King piace che i suoi romanzi contengano tracce di altri romanzi. Come se tutto si svolgesse a Kingland, un paese fantastico come Disneyland. Ma le siepi? Le siepi erano una grande trovata di “Shining” romanzo che Kubrick non volle mantenere in “Shining” film. Nel romanzo le siepi si animavano, diventavano vere belve feroci. L’idea a Kubrick non piacque, ma provocò un’altra idea ancora più potente: il labirinto di siepi nel quale Jack Torrance muore, novello Minotauro. Però la cancellazione delle siepi/animali fu uno dei motivi, uno dei tanti, per cui King ha odiato il film di Kubrick e continua a odiarlo. Riprendendo in modo quasi subliminale proprio QUELL’IDEA del suo romanzo, King sembra volerci dire che l’unico vero “Shining” è il suo, il libro. Noi continueremo ad amare anche il film. Speriamo non ci blocchi su twitter…