Il nuovo Recovery
più inclusivo ma pesa
il fattore tempo

Più attenzione alle disuguaglianze, di età, di genere e territoriali. E meno al tema della crescita economica, cruciale per la sostenibilità del debito. Più stanziamenti per istruzione e sanità, meno per digitalizzazione e innovazione. Sono questi alcuni dei principali cambiamenti contenuti nella nuova bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per l’utilizzo dei fondi europei del Next Generation Eu (NGEU), approvata lo scorso 12 gennaio dal Consiglio dei ministri. Un documento molto più dettagliato rispetto a quello circolato a dicembre, che incorpora un’altra scelta di fondo destinata a far discutere: quella di far crescere la quota degli investimenti pubblici a scapito degli incentivi. E’ nota infatti la difficoltà italiana a rispettare le tempistiche degli investimenti pubblici come anche note sono le scadenze entro le quali le risorse europee andranno impegnate (2023) e spese (2026).

Il prima e il dopo del Piano

recovery fund
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

I cambiamenti sono fotografati con precisione dall’Osservatorio Cpi dell’Università Cattolica di Milano. E partono da un raffronto tra i valori totali dei due piani: gli interventi previsti dal nuovo PNRR ammontano infatti a 223 miliardi di euro, con un incremento del 14% rispetto ai 196 miliardi del precedente. A tale aumento, che colloca l’entità del piano ben oltre i 209 miliardi di euro teoricamente spettanti all’Italia, non appare estranea la considerazione che, dal momento che esiste il rischio che alcuni progetti vengano respinti da Bruxelles, sono stati presentati progetti in eccesso per essere in grado comunque di spendere tutti i fondi messi a disposizione.

Sanità, inclusione, istruzione

Ma il cambiamento più evidente messo in atto nel nuovo piano del Governo riguarda maggiori stanziamenti per alcune specifiche categorie d’interventi: sanità (+10,7 miliardi), inclusione e coesione (+10,5) e istruzione e ricerca (+9,3). Per converso, le due componenti più ‘sacrificate’ nel passaggio al secondo documento sono state efficienza energetica e riqualificazione degli edifici (i cui fondi sono scesi da 40,1 a29,4 miliardi) e digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo (da 35,5 a 26,7 miliardi).

La scelta di privilegiare gli investimenti diretti (a cui è ora destinato ora il 70% delle risorse) rispetto agli incentivi (21%) è stata motivata dai tecnici dell’Esecutivo con la tesi che il cosiddetto ‘moltiplicatore’ è più alto per il primo elemento: in soldoni un euro di spesa pubblica destinato a investimenti diretti provocherebbe un aumento del Pil maggiore rispetto a quello innescato da un euro di incentivi. Ma tale posizione si raffronta con la tradizionale difficoltà italiana a rispettare le scadenze per gli investimenti maggiori, come le grandi opere (vedi il dossier Alta Velocità) mentre altrettanto dimostrata è la reattività del comparto privato a incentivi mirati, come dimostra il successo del piano Industria 4.0.

Ancora lacune da superare

Foto di Nattanan Kanchanaprat da Pixabay

Il documento del Governo contiene ancora delle evidenti lacune che dovranno essere colmate. L’Unione Europea, infatti, vorrà garanzie sul fatto che ad alcune riforme inserite nel piano (Giustizia, Fisco, Pubblica Amministrazione), corrispondano misure concrete che, a tutt’oggi, mancano. La partita è ancora tutta da giocare anche sul versante della governance per l’attuazione del piano con la scelta, anzitutto, tra l’affidare la delega più importante a un ministro o a una task force.

Nel frattempo il tempo stringe. Gli ostacoli per arrivare alla scadenza del 30 aprile, termine ultimo per la presentazione del piano a Bruxelles, sono numerosi. Il Recovery Plan italiano dovrà affrontare la discussione e il voto in Parlamento prima nelle commissioni Politiche Ue e poi nelle due aule, in uno scenario politico incertissimo. Inoltre, in parallelo, è atteso un confronto organico con le parti sociali per il quale, malgrado le assicurazioni del ministro Gualtieri, non esiste ancora alcun calendario. Poi, concluso il confronto con le parti sociali, il Governo dovrà approvare la versione definitiva del PNRR da mandare a Bruxelles con un secondo passaggio in Consiglio dei ministri. Dopo la presentazione del Piano a Bruxelles, entro il 30 aprile, la Commissione avrà due mesi per il suo ok a cui seguirà l’esame del Consiglio, che avrà altre 4 settimane per dare il suo assenso. Se non ci saranno intoppi il piano potrebbe tornare indietro approvato a luglio e, solo in quel momento, l’Italia potrà incassare un anticipo che vale circa 20 miliardi euro. Una boccata d’ossigeno necessaria per iniziare subito il rilancio dell’economia.