Il nuovo Pd e una “carta dei valori” che sia patrimonio di tutti

La fase politica in cui ci troviamo è tra le più critiche di cui abbiamo memoria. Il Paese è governato da una destra estrema, liberista e antipopolare, e il campo del progressismo risulta diviso e incapace di contrattaccare. Ciò non dipende da un destino cinico e baro, ma è l’effetto finale di oltre un quindicennio di scelte politiche viziate da errori e omissioni.

È per questi motivi che il congresso costituente lanciato dal Partito Democratico, che vede l’adesione di Articolo Uno e di svariati indipendenti, si configura come un’opportunità che non può essere trascurata, per chiunque senta l’urgenza di rifondare la sinistra.
La cronaca politica ci dice, però, che questo processo si sta aggrovigliando: da un lato c’è sì un comitato che sta discutendo la stesura di una nuova “carta dei valori”, un documento fondativo che dovrebbe costituire la base valoriale del nuovo partito. Dall’altro, però, questo lavoro incontra svariate resistenze: a partire da numerosi dirigenti provenienti dall’area popolare, riunitisi in un convegno convocato da Pierluigi Castagnetti, per arrivare, ad ultimo, a Gianni Cuperlo, che nell’intervista di lancio della sua candidatura sembra soprattutto ribadire la sua adesione al progetto veltroniano che è all’origine del PD.

Ennesima conta interna?

PD. Foto Umberto Verdat

Soprattutto la corsa verso le candidature a segretario, la riproposizione del modello delle primarie aperte e l’assenza di modifiche al bizantinismo e plebiscitarismo delle procedure interne, rischia di rendere questa fase nient’altro che l’ennesima conta interna, che lascerebbe poi l’area del socialismo democratico in Italia – quella in cui il PD è nonostante tutto il maggior soggetto politico – nuovamente incapace di riconnettersi con la società e rilanciare la propria azione.
Secondo chi scrive, e non solo, perché il congresso costituente si riveli un vero momento di rinascita e non la mera riverniciatura dell’esistente, è necessario il coraggio di rimettere tutto in discussione, sin dalle fondamenta.
Per dare piena attuazione al lavoro costituente, piuttosto che alla dinamica meramente congressuale, sarebbe opportuno che venissero sospese le candidature e le campagne per la segreteria nazionale del PD; ciò permetterebbe di concentrare il dibattito congressuale sul documento che è in corso di stesura da parte del comitato costituente, la “carta dei valori” del nuovo partito, senza la quale è difficile capire in che direzione andare.
Nella stessa ottica, c’è da confidare che il documento costituente venga imperniato su di una rinnovata centralità del pubblico e della politica, a cui spettano il governo dei processi economici e l’indirizzo strategico di quelli produttivi; il dibattito che si è aperto sul rifiuto del liberismo mostra quanto sia centrale il posizionamento ideologico (che non è una brutta parola, al contrario!) del nuovo soggetto politico.

Confronto ampio sul documento costituente

Siccome non può essere sufficiente una discussione romana, neanche se fosse la più alta possibile, sarebbe altrettanto opportuno che il documento costituente, una volta discusso dal comitato nazionale costituente, venisse portato al confronto in tutte le federazioni dei partiti aderenti al processo, e che una volta approvato dal comitato nazionale, sia riconosciuto come piattaforma valoriale vincolante per il congresso, così come per il segretario o segretaria del nuovo partito e per i suoi organi dirigenti.
Per quanto attiene, poi, proprio a segretario e organi dirigenti, è qui che c’è da fare una delle più nette cesure con il passato: non è più sostenibile l’idea di un partito dai confini permeabili, soggetto alle ondate delle mode politiche, che non valorizza e rafforza i propri spazi di discussione interni.

PD. GIANNI CUPERLO Foto Umberto Verdat

Per questo lo statuto del nuovo soggetto dev’essere scritto riformando radicalmente quelli attuali, e in particolar modo prevedendo l’abolizione delle cosiddette primarie aperte, ricostruendo dunque una forma partito che riconosca la centralità degli iscritti nei processi deliberativi.
Infine, c’è un elemento di rappresentazione del processo che non si può trascurare: se la sconfitta del 25 settembre nasce innanzitutto da una gigantesca crisi di credibilità il nuovo partito non può essere la riproposizione dell’esistente neanche in termini simbolici, perché si tratterebbe di riproporre qualcosa che si è concretamente dimostrato un fallimento.

Per questo, sulla base della nuova carta valori, vanno trovati un nuovo nome e un nuovo simbolo, da scegliersi in sede congressuale, e che auspicabilmente abbiano un chiaro richiamo al lavoro.
È sulla base di riflessioni analoghe a queste che a Napoli si è tenuto un incontro tra compagne e compagni del PD, di Articolo Uno o senza tessera di partito, oltre quaranta persone che hanno sottratto tempo ai propri impegni familiari e lavorativi per partecipare a una discussione che ha preso le mosse da tre parole d’ordine: “socialismo”, “lavoro” e “pace”, ma la cui premessa sta innanzitutto nella parola “partito”, ciò di cui, a sinistra, si sente più disperatamente bisogno.

Un partito che non sia tale solo perché si auto-attribuisce questo nome, ma innanzitutto nel suo funzionamento e nella volontà e capacità di rappresentare una precisa parte del Paese. Da questa discussione è scaturito un documento che gli organizzatori hanno inviato ai due garanti del processo costituente, Enrico Letta e Roberto Speranza. E, nonostante le difficoltà, in tante parti d’Italia, finalmente, cominciano a esserci assemblee e incontri tra chi non si rassegna all’esito scontato della riproposizione di ciò che già è stato sconfitto.
C’è da confidare che chi ha iniziato ad attivarsi, al di fuori di quelle reti relazionali che troppo spesso hanno condizionato la vita del centrosinistra e vogliono continuare a condizionarla, riesca a dare una spinta a questo processo che avanza affannosamente.