Il nostro amico Battiato che cantava quel che noi pensavamo

Era il nostro amico. Diceva (cantava) le cose che pensavamo, a volte prima che le pensassimo. È una delle funzioni principali delle canzoni quella di dare una forma a sentimenti sconosciuti o inespressi. Ed è anche la ragione per cui i cantautori sono stati importanti, perché le loro canzoni hanno (o forse avevano) una voce, una faccia, un corpo, non erano impersonali come quelle di tanti parolieri e compositori professionisti di un passato ormai lontano. Nel caso di Battiato, poi, quelle canzoni avevano anche un suono, inconfondibile, a volte così apparentemente “leggero”, a volte così “serio”.

Ma di chi era amico Battiato? Di molti, certamente più di quelli che capivano davvero i testi delle sue canzoni, di quelli che sapevano cosa ci fosse dietro il “Centro di gravità permanente”, o che il destinatario di “E ti vengo a cercare” fosse un maestro di vita, non una generica persona amata (molto amata, sì), come si tendeva a interpretare secondo la lettura più comoda.

Così Battiato piaceva a chi finalmente poteva muoversi al ritmo di un pop accattivante in giro di Do, e non ne poteva più dei “cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese, e anche la nera africana”, e a chi gli gridava dalla platea “Viva Gurdjieff!”; piaceva a chi lo considerava uno dei cantautori “seri”, e a chi i cantautori “seri” non li sopportava; piaceva a chi riconosceva in lui il retroterra della musica elettronica o delle canzoni frizzanti di Brian Eno degli anni Settanta (delle quali i suoi critici non si ricordano mai), e piaceva a chi ritrovava nelle sue canzoni un impasto melodico-armonico tardoromantico, mahleriano, del quale sicuramente Battiato era debitore anche a Giusto Pio, suo orchestratore, ex primo violino dell’orchestra sinfonica della Rai di Milano.

Sicuramente c’erano anche molti a cui Battiato non piaceva. Non proprio tutto gli riusciva bene, non tutti i suoi versi erano memorabili, anche se si deve riconoscere proprio lì l’influenza del suo maestro (indiretto) Georges Ivanovič Gurdjieff e della deliberata mescolanza di sublime e di pedestre che caratterizzava il suo insegnamento. Battiato è stato popolare anche all’estero, ad esempio nella Spagna della movida dei primi anni Ottanta (quella per cui è nato il nome, non quella delle birrette con o senza mascherina dei nostri giorni).

Non riuscì a diventare star internazionale

Avrebbe potuto essere una star internazionale, e vale la pena forse ricordare perché non lo fu. Nel 1985, al vertice del suo successo, la casa discografica (una delle majors) progettò un album antologico cantato in inglese. I mezzi della casa discografica e l’intelligenza di Battiato avrebbero potuto permettere che i testi fossero tradotti da un paroliere o un(a) cantautore/cantautrice angloamericano/a all’altezza del compito (chissà: Paul Simon? David Byrne? Joni Mitchell? Suzanne Vega?). Ma si preferì fare tutto in casa.

Battiato aveva usato spesso, per i suoi testi, l’antica tecnica del centone: riunire versi estratti da poesie e canzoni note. Per esempio in “Up Patriots to Arms” (1980): “Chi vi credete che noi siam, per i capelli che portiam? Noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre…” La traduzione in inglese fu quasi letterale: “Who do you think we are, don’t judge me by my car, we are just fireflies waiting in the darkness.” Ma così andava perduto il gioco delle citazioni e delle reminiscenze che era alla base del fascino dell’originale: il riferimento a “Come potete giudicar” dei Nomadi (1967, il testo firmato da Toni Verona era un adattamento da una canzone di Sonny Bono), e a “Lucciole vagabonde” di Bixio-Cherubini (1927), canzoni del tutto ignote al pubblico anglofono. Fu un fiasco, e qualcuno ebbe il coraggio di dare la colpa alla pronuncia approssimativa di Battiato.


Ho un ricordo, e qualche foto sgranata, di una conferenza che si tenne nell’Aula del Quattrocento dell’Università di Pavia, nel dicembre del 2003. Ero stato chiamato a fare da intervistatore e moderatore di un incontro sul sufismo, con Franco Battiato come unico protagonista. L’aula era strapiena, forse non solo di studenti desiderosi di approfondimenti sul sufismo. Ma Battiato, per quanto mi ricordi, si attenne strettamente al tema.

Complicità e amicizie in comune

Verso la fine una giovane italiana convertita all’Islam lo rimproverò di essersi allontanato dall’ortodossia (quale? Non c’è nulla di meno ortodosso del sufismo). Battiato non si scompose, diede una risposta tranquilla che non ricordo e che non soddisfece l’interlocutrice. Credo che sia l’ultima volta che l’ho visto, ma mi è rimasto a lungo un sentimento di complicità, anche per le amicizie comuni e per il rispetto profondo. Adesso se n’è andato anche lui, dopo Claudio Rocchi: non posso più essere l’amico laico di uno che pensa religiosamente, come in tanti siamo stati.