Il neofascismo di Giorgia Meloni allarma il mondo: tutte le ombre nere di Fdi

È normale che l’opinione internazionale più autorevole s’interroghi sui rischi delle elezioni politiche italiane per la natura, le politiche e le alleanze della nostra destra. Sarebbe un errore imperdonabile, una scelta autolesionista, rinunciare a dire la verità e non mettere pur tardivamente in conto a Giorgia Meloni e a Fratelli d’Italia la responsabilità di nutrire, oggi, la tradizione fascista, i disvalori del fascismo. E proprio alla Meloni d’essere una leader che ha preservato e promosso l’identità neofascista. Ovvio che la campagna elettorale si giocherà soprattutto su proposte e alleanze, sulla condizione degli italiani nella crisi. Penso che il Pd e i progressisti sbaglierebbero a riproporre l’agenda Draghi come programma. Mentre le responsabilità per la fine anticipata della legislatura o per la comoda e ambigua opposizione di Fratelli d’Italia vanno fatte valere, ma per dire che l’emergenza si affrontava con quel governo per preparare un’uscita da sinistra dalla crisi, chiedendo agli elettori il consenso su proposte di giustizia sociale e ambientale che è tornato ai progressisti in molti Paesi europei. E da qui le alleanze necessarie.

La fiamma arde ancora

meloni propagandaChe un partito d’impronta neofascista possa diventare primo partito e aspirare alla conduzione del governo è un’anomalia politica in Europa, tanto più grave oggi. Questa constatazione ha un grande valore per chi sostiene che l’Unione Europea con i suoi principii guida sia la difesa maggiore dall’offensiva delle autocrazie, dall’aggressività della Russia e dal rischio dell’avvento di nuove democrature.

Il neofascismo di Giorgia Meloni è dimostrabile anche per come si motiva il suo estremismo sovranista. Basti leggere i testi, non improvvisati, degli interventi pronunciati in tre convegni di ultraconservatori a Washington il 3 marzo 2019, a Roma il 3 febbraio 2020 e a Orlando il 27 febbraio 2022. Meloni può ben dire “siamo coerenti con i valori di sempre”, quelli volutamente rappresentati nel simbolo del partito, la fiamma che arde, omaggio alla memoria di Benito Mussolini. Un segno evidentemente incancellabile, una prova voluta di neofascismo.

Sì, neofascismo. Perché è debole difendersi o sviare svogliatamente sostenendo che il fascismo è un’esperienza storicamente determinata, conclusa con l’esito della tragedia della seconda guerra mondiale e della Shoah. Perché si deve realisticamente e impietosamente riconoscere che basi fondative del fascismo e dei fascismi oggi vengono riproposte, pur in un contesto tanto differente, come risposta ad una crisi globale forse più profonda di quella vissuta dopo la prima guerra mondiale e con la crisi del 1929. Dunque è legittimo riassumere con la formula “neofascismo” le tendenze che si stanno affermando, anche per marcarne l’assoluta pericolosità.

Nazionalismo, autoritarismo e sovranismo

La nuova destra che soppianta via via i tradizionali partiti conservatori e polarizza bruscamente l’offerta politica ha caratteri neofascisti, con graduazioni diverse. Nazionalismo;meloni orban leaderismo assoluto e patrimonializzazione della politica; messa in scena mediatica e imposizione delle non-verità; xenofobia – verso i migranti e fino a riproporre l’antisemitismo –, creazione del nemico; richiamo alle tradizioni e strumentalizzazione delle religioni per coprire un feroce antiegalitarismo e colpire i diritti civili; sopraffazione dell’avversario, forzatura delle regole e attacco contro la separazione dei poteri: il neofascismo è una mutazione che conduce all’inagibilità democratica, alla limitazione della partecipazione politica e alla vanificazione della libertà del voto. All’autoritarismo possibile, sempre più estremo. Da questo punto di osservazione le dichiarazioni e le azioni di Giorgia Meloni sono perfettamente aderenti al modello, con in più in neofascismo fondativo che ancora distingue Fratelli d’Italia. Il modello è sviluppato in competizione convergente con Matteo Salvini e Silvio Berlusconi (chi ha considerato stupidamente il Cavaliere un centrista ha dimenticato come egli sia stato, invece, uno degli apripista della nuova destra). Salvini ha fascistizzato la Lega, in piena concorrenza con la Meloni, ma non ha retto alla prova, per i suoi errori e perché Fratelli d’Italia ha fatto valere il suo retroterra politico, l’abilità tattica e la superiore sapienza organizzativa. L’intruso è stato arginato e messo all’angolo.

Della vicinanza di Giorgia Meloni a Putin, a Orban, alla Le Pen hanno detto le cronache e lei stessa ha scritto nel suo libro. Ma di più parlano tante testimonianze che si possono riproporre. Il doppio gioco di Fratelli d’Italia è dimostrato anche nella vicenda dell’affossamento del governo Draghi. Se per la Meloni l’Unione europea rappresenta la “nuova Unione sovietica”, l’antieuropeismo di Fratelli d’Italia è provato dalla disciplina trumpiana e dalla condotta in Parlamento europeo: non bastano le tutele atlantiste di Guido Crosetto e di Adolfo Urso, nella speranza che torni Trump, a nascondere la realtà. Dunque non sono tanto i toni del comizio fatto in omaggio a Vox a Marbella o le intemerate contro il magistero di Papa Francesco a risvegliare un allarme, quanto i caratteri profondi e scanditi di un’ideologia neofascista che sarà mitigata nella campagna elettorale, tranne che per alcune parole d’ordine mobilitanti: “prima gli italiani” e la triade “Dio, Patria, Famiglia”. Neppure gli intenti di riforma della Costituzione saranno posti al centro della campagna elettorale, ma sappiamo che Fratelli d’Italia persegue il presidenzialismo non bilanciato e la riduzione dell’autonomia del potere giudiziario alla Orban. Nella competizione elettorale il rischio è massimo. Il sistema elettorale e la divisione dei progressisti potrebbero dare alla coalizione della Meloni una maggioranza schiacciante, tale da consentire di approvare riforme della Costituzione immuni dalla verifica di un referendum. In più, per i conflitti d’interessi mai risolti, si avrebbe la massima concentrazione dominata e proprietaria dell’informazione televisiva e di gran parte del resto.

Ma le riprove evidenti quanto poco contestate del persistente richiamo nostalgico sono date da iniziative che procedono in ordine sparso, ma con un’unica regia.

C’è una vicinanza di Fratelli d’Italia alle forze organizzate dell’estremismo neofascista, Casa Pound e Forza Nuova, che emerge di solito in occasione delle elezioni amministrative: ultimo il caso del Comune di Lucca, dove l’alleanza esplicita e formale con Casa Pound è stata decisiva per il successo del candidato della destra. La Meloni non per caso ha omesso di condannare con chiarezza l’assalto squadrista contro la sede nazionale della Cgil – “non conosco la matrice” –: è stato un errore molto grave archiviare il caso e non chiamarla con il rigore necessario a rispondere neppure di questo comportamento omertoso, ostentato per rassicurare l’estremismo violento e per convalidare il significato simbolico dell’aggressione contro “nemici”.

La “fase Alemanno”

meloniSe si leggono i libri e gli articoli di un giornalista coraggioso come Paolo Berizzi (fra gli altri, L’educazione di un fascista) si colgono relazioni e assonanze chiarissime in un sottobosco nero in espansione, particolarmente insidioso verso i giovani. Quando la Meloni usa ostentatamente e ripetutamente il termine desueto “patriota” sa a chi si rivolge. Quando esalta la “comunità politica” o parla di “stirpe di sicura fede” e di “fedeltà all’idea”, coltiva una precisa identità, quella dei vinti che rinascono.

Poca memoria si rischia di dimostrare anche della “fase Alemanno”, una delle più tristi della storia repubblicana. Nella Capitale ha rappresentato e creato di nuovo legami con settori della criminalità da sempre contigua all’estrema destra – la storia di Massimo Carminati è esplicita – e a appartati deviati o devianti dello Stato. E la Meloni è stata il braccio destro politico di Gianni Alemanno, entrambi discendenti dalla dottrina di Pino Rauti, l’ideologo di una destra reazionaria, che reagisce ai sommovimenti politico-sociali post ‘68 e si presta alle alleanze più torbide, che è tutt’una con la strategia della tensione che ebbe inizio con i tentativi di golpe e dalla strage di piazza Fontana del 1969.

Quanto Fratelli d’Italia tenga a preservare certe responsabilità storiche è dimostrato dall’attivismo del deputato Federico Mollicone, al quale è stato assegnato dalla Meloni un duplice compito: cancellare le tracce del terrorismo nero e delle sue complicità con il “doppio Stato” che riconducono al Movimento sociale italiano, quel nome di partito ancora scandito della fiamma alla base del simbolo di Fratelli d’Italia, a confermare l’identità nostalgica. Ciò dimostrando che il terrorismo fu solo rosso e alimentato dall’Urss, per sottrarre al giudizio storico più severo una tradizione politica antidemocratica e sempre avversa alla Costituzione repubblicana. Dunque, con l’avvento di Fratelli d’Italia s’impongono una radicalizzazione politica e una banalizzazione di copertura del fascismo. Si va ben oltre le contraddizioni che hanno segnato una storia, quella del passaggio dal Msi a An, analizzate da Marco Tarchi nel suo prezioso lavoro di ricerca. E si dimostra anche una notevole disinvoltura, come dimostrano le inquietanti campagne acquisti di dirigenti fatte nei territori senza garanzie di legalità.

Poi ci sono le iniziative divulgative e culturali di stampo neofascista, nate e orchestrate per dare punti di riferimento, che procedono in ordine sparso, ma sempre secondo una chiara regia.

Le riviste neofasciste

Ci sono le riviste neofasciste, nuove o rilanciate, Nova Historica, salutata al suo ritorno da quotidiano ufficiale di FdI Il Secolo d’Italia: “si direbbe proprio che a destra c’è una crescente voglia di storia. Già, perché sta per partire – meglio: ripartire – una nuova avventura editoriale alla quale sinceramente auguriamo tutto il successo possibile”. E, vecchia conoscenza, di stile un po’ stantio ma con profilo Facebook, Il Candido.

C’è poi l’attivismo di Edoardo Sylos Labini che dirige CulturaIdentità, un mensile anche cartaceo. Un artista e giornalista con il culto del fascismo, che, dopo l’ultima infornata di nomine della Rai, è stato spesso presente su RaiNews 24 entrata nell’orbita di FdI. Sylos Labini ha dato vita anche all’Associazione Città Identitarie che nel suo programma, alludendo alla difesa suprematista della razza, sostiene che “difendere l’Identità e, conseguentemente, la Cultura di un popolo, corrisponde alla certezza che quel popolo veda il futuro. Non c’è avvenire, infatti, se non si rispettano le proprie origini, se non si difendono le proprie tradizioni”.

Non sempre si trattengono gli impeti nostalgici, nonostante gli ordini alla cautela. Su La Voce del Patriota, espressione diretta del partito di Giorgia Meloni, si può leggere cosa scriveva Mussolini dell’Ucraina nel 1919. Il direttore del sito web è Ulderico De Laurentis, che si qualifica come “docente”, e “consulente di Fratelli d’Italia per la comunicazione del gruppo al Senato della Repubblica. giornalista e Laureato in Scienze della Comunicazione Pubblica e Istituzionale. Ha curato le campagne elettorali di parlamentari europei e nazionali, la presenza sul web di diversi think tank e fondazioni dell’area di centrodestra. Ha scritto di cyberguerrilla e geopolitica su Katehon, il progetto editoriale di Dugin, ma anche su QELSI e CulturaIdentità, allegato de Il Giornale.

La “rivisitazione” della marcia su Roma

Molto sottotraccia, al livello locale, sono in corso i lavori per la celebrazione del centenario della marcia su Roma. Ad esempio, si annuncia un l’uscita di un libro, dalla serie “La storia ritrovata”, titolo Dal Rosso al Nero, di Alberto Simoncini “una rivisitazione di fatti, accadimenti, aneddoti e curiosità dal Biennio Rosso alla Rivoluzione Fascista e alla marcia su Roma. Una storia ritrovata, non più soggetta ai giudizi dei vincitori o alle paure dei vinti, basata su documenti, giornali e foto dell’epoca”. “Il libro che fa già discutere”, annuncia lo spot che si può ascoltare sul profilo Facebook Dal Rosso al Nero.

Insomma, le preoccupazioni di Giorgia Meloni sono giustificate. Pochi giorni fa, parlando a Lodi, in un comizio a sostegno di Sara Casanova, candidata-sindaco del centrodestra – che poi le elezioni le ha perse –, ha messo le mani avanti: “Le elezioni politiche arriveranno e noi siamo pronti. Più noi saremo pronti e più succederà di tutto. Io vi devo mettere in guardia, perché sentirete dire di tutto su Fratelli d’Italia e sulla sottoscritta. Ci dipingeranno come mostri”. Lei sa che basta togliere uno strato sottile e si rivela non solo la natura neofascista di Fratelli d’Italia, ma anche un’intensa attività di potenziamento dell’identità nostalgica, intrisa di cultura neofascista. Emerge sfacciatala parola impronunciabile, titolo calzante di una bella analisi di Franco Ferrari sulla rivista il Mulino, che risponde a questa domanda: “Fratelli d’Italia è un partito di destra non più antisistema, una volta ripulito da qualche scoria nostalgica, o permane invece un chiaro ritorno della tradizione neofascista italiana celato sotto la cenere?” Una domanda che appare retorica alla luce dei fatti.

L’antifascismo è alla base della nostra Costituzione e della costruzione dell’Unione europea. È nell’interesse degli elettori che voteranno il 25 settembre svelare ogni dissimulazione e conoscere la verità.