Il nazionalismo di Putin
è diventato guerra contro
l’Ucraina che “non esiste”

Che cosa vuole Vladimir Putin? Apparentemente, l’avventura nella quale si è lanciato aggredendo brutalmente l’Ucraina sembrerebbe non aver senso. Se il suo problema – come ha sempre sostenuto – era allontanare il pericolo della NATO dai suoi confini ha ottenuto l’esatto contrario. Infatti non c’era alcun rischio che il suo debole vicino dell’ovest venisse accolto nell’alleanza, almeno per un ragionevole futuro (e lui lo sapeva), mentre il primo, disastroso (per lui) effetto dell’invasione è stato quello di ricompattare politicamente l’alleanza e di far affluire nei paesi dell’area, dall’Estonia alla Romania passando per la Polonia, ancora più uomini e minacciosi sistemi d’arma. Se mirava al decoupling tra gli Stati Uniti e l’Europa, non era difficile immaginare che l’acutizzazione della crisi avrebbe fatto finire invece in secondo piano i tanti motivi di divergenza degli interessi tra le due sponde dell’Atlantico e lo stesso discorso vale nel caso che avesse puntato piuttosto a dividere la NATO dall’Unione europea o i paesi della UE fra loro. Da quando è comparso in tv per annunciare il suo proposito di “demilitarizzare e denazificare” l’Ucraina e ancor più da quando le tv hanno cominciato a mostrare aerei in picchiata, missili in arrivo, famiglie in fuga e bambini terrorizzati il resto del pianeta è stato unanime come rare volte in passato. Putin è diventato il cinico uomo di potere che persegue i propri interessi senza curarsi della verità e delle leggi della convivenza civile. Anche i suoi amici all’estero, quelli che ne avevano fatto la sponda delle loro fantasie eversive antisistema, sono stati costretti a prenderne le distanze, come Matteo Salvini e Marine le Pen. Persino il suo discepolo fedele in fatto di “democrazia illiberale”, Viktor Orbán, si è sentito il dovere di telefonare al presidente ucraino Zelenski la propria solidarietà dimenticando, forse solo per qualche ora, l’appoggio all’irredentismo della Rutenia.

Dall’alba di giovedì 24 febbraio Putin è un paria politico: isolato dal resto del mondo e con più di un problema in casa. Ieri sera si sono viste manifestazioni contro la guerra in 50 città e i sondaggi più o meno legali che circolano anche in Russia dicono che c’è in patria una consistente maggioranza che rifiuta la guerra. Ma quel che più dovrebbe inquietarlo sono gli scricchiolii nel suo cerchio politico più intimo: le occhiatacce scambiate in diretta streaming con il capo dei servizi di sicurezza, i percepibili distinguo del suo ministro degli Esteri Lavrov, le dichiarate preoccupazioni degli industriali dopo l’incredibile crollo del 30% alla Borsa di Mosca, le lamentazioni che avrebbero costretto il presidente a convocarli tutti insieme al Cremlino per richiamarli all’ordine.

Manifestanti contro la guerra a San Pietroburgo

E allora: perché quella mossa, che – siamo onesti – ha spiazzato tutti quelli che non credevano sarebbe mai arrivata perché del tutto “illogica” e avevano improvvidamente irriso ai ripetutissimi “al lupo al lupo” dell’amministrazione Biden? Il fatto è che l’aspetto “difensivo” nell’atteggiamento di Putin, il proposito di tener lontana la minaccia della NATO, non era l’unico. Non che non esistesse, intendiamoci, ma era solo una parte della sua strategia, la quale era di profilo ben più lungo ed era alla base di un disegno di “riconquista” che prevedeva consapevolmente la componente della violenza: la guerra o comunque la pressione militare.

Un “non paese”

L’Ucraina, ai suoi occhi, non era soltanto lo stato cuscinetto che serviva, e doveva seguitare a servire, a tener lontani i missili dell’occidente. L’Ucraina, come ha detto con una sua ardita esegesi storica in uno dei suoi ultimi discorsi, è un “non paese”, uno stato inventato da Lenin ritagliando un pezzo di Russia e appiccicandolo ai territori strappati alla Polonia. La scoperta della propria nazionalità da parte degli ucraini è in realtà una ribellione che si ammanta di un nazionalismo che non ha altro fondamento che quello di definirsi combattendo i russi. Non a caso, il compito che il capo del Cremlino indica come fine dell’iniziativa militare è, accanto a quello di “demilitarizzare” l’Ucraina, quello di “denazificarla”, ovvero reprimere le propensioni al nazionalismo esasperato antirusso che si manifestano nell’opinione pubblica ucraina, specie nelle regioni dell’ovest, e anche nella politica della classe dirigente di Kiev. E va detto che sono ben evidenti (e dovrebbero preoccupare tutti) certe manifestazioni di pericolosa deriva d’estrema destra fino al neonazismo dichiarato verso le quali non solo il potere di Kiev ma anche gli occidentali sono stati colpevolmente conniventi fino alla riabilitazione del leader nazionalista, antisemita e collaboratore dei nazisti Stepan Bandera, onorato dopo la fine del comunismo come “eroe nazionale”. Un clima che si è ovviamente amplificato con l’aggravarsi del conflitto con la Russia. Si realizza così il paradosso che il principio dell’antifascismo viene adottato in relazione all’Ucraina dal padre padrone di un regime autocratico in patria e sostenitore, all’estero, di movimenti che sposano allegramente pulsioni autoritarie e fascisteggianti all’ammirazione per l’”uomo forte” erede degli zar.

Tre soluzioni

Dove condurrebbe, almeno nelle intenzioni di Putin e di quelli che la pensano come lui, questa considerazione della “non esistenza” dell’Ucraina? Sono pensabili, dal punto di vista degli attuali occupanti del Cremlino, tre soluzioni: la prima è la pura e semplice annessione (il ritorno nella Grande Casa Russia); la seconda è la divisione del paese con la secessione di tutta la sua parte orientale e prospiciente il Mar Nero, largamente russofona e comunque più legata alla storia russa: la Noworossija strappata all’impero ottomano, di cui il Donbass sarebbe soltanto il primo nucleo; la terza sarebbe un cambio di regime a Kiev, sostenuto per così dire dalle baionette, che riporti alla guida dell’Ucraina una classe dirigente russofila, come è stato quasi sempre in passato dalla caduta dell’URSS alla “rivoluzione arancione” dei primi anni Duemila e poi ancora fino alla rivolta del Maidan nel 2014. È probabile che sia questa terza opzione, ben più praticabile delle altre due senza correre il rischio di una guerra generalizzata, quella cui propende Vladimir Putin. Anche se, purtroppo, l’uomo ha dimostrato una pericolosa tendenza all’avventura.

L’altra pulsione che si può leggere dietro all’avventurismo di Putin e di cui l’invasione dell’Ucraina sarebbe solo la più evidente manifestazione è quella del nazionalismo panrusso. Anche in questo caso, l’uomo del Cremlino non fa mistero delle proprie aspirazioni geopolitiche, almeno teoriche, quando ricorda il fatto che la caduta dell’URSS ha lasciato fuori della federazione russa 25 milioni di “compatrioti” che avrebbero il diritto di ricongiungersi alla Madre Patria o almeno di esserne tutelati. È l’espressione di uno sciovinismo non diverso da quello degli ultranazionalisti ucraini.

Paura dell’accerchiamento

L’accusa che viene rivolta in occidente a Putin di voler restaurare l’antico impero modificando i confini stabiliti in Europa dopo la caduta dell’Unione Sovietica ha qualche fondamento in relazione alla sua visione della storia, ma gli europei, gli americani e la NATO dovrebbero trarne conseguenze diverse da quelle che ne hanno tratto finora. La paura dell’accerchiamento e la propensione a cercare una certa sicurezza nei confini dell’Estero Vicino sono da sempre caratteristiche proprie dello spirito pubblico dei russi, quale che sia il regime in cui vivono. Aver accresciuto questi timori allargando a est la NATO quando ci sarebbero state, dopo l’unificazione tedesca e lo scioglimento del Patto di Varsavia, le condizioni per creare un sistema di sicurezza collettivo è stata una scelta che forse non è l’ultima delle cause che hanno portato al potere, e poi consolidato, il pericoloso nazionalismo del moderno zar del Cremlino.