Il Monte dei Paschi
e le amnesie
della sinistra

Il neodeputato di Siena, nonché segretario del Pd, Enrico Letta propone per il futuro della famosa banca locale, il Monte dei Paschi, di trovare soluzioni che “salvaguardino l’occupazione, il marchio, l’unità della banca e il ruolo di Siena”. Sempre a sinistra, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ringrazia il governo per aver interrotto la trattativa per il passaggio del Monte dei Paschi a Unicredit e dichiara: “MPS ce la può fare senza essere incorporata da un’altra banca”. Adesso un bel brindisi, coraggio.

In che mondo vivono Letta e Giani?

C’è da restare allibiti a leggere queste dichiarazioni. In che mondo vivono Letta e Giani? Che cosa sognano? Di tornare ai bei tempi quando il Monte distribuiva soldi, finanziamenti, sponsorizzazioni, regali, quando sosteneva la squadra di basket e quella di calcio, concedendo con facilità prestiti a imprenditori e faccendieri, pure a costruttori poco raccomandabili? Letta e Giani sono felici perché Rocca Salimbeni non è stata espugnata, compratori di altre contrade sono stati respinti. Il legame col territorio è garantito. Evviva, tanto pagano gli italiani e il conto aumenta.
MPS (che il mercato valutava meno di zero, meglio ricordarlo agli eroi della difesa del territorio) è stato salvato quattro anni fa dallo Stato che ha immesso 5,4 miliardi di euro, ormai vaporizzati, con l’autorizzazione dell’Unione Europea che ha posto come condizione il ritorno della banca ai privati entro una determinata scadenza (forse fine anno, ma non è stata ufficializzata). Eccoci, ci siamo. Ora il governo dovrà mettere mano al portafoglio, per circa 3 miliardi di euro, per difendere gli indici patrimoniali ed evitare cadute peggiori. E non è finita, altri fondi saranno necessari se non si trovasse presto un partner. Se poi qualcuno nel mondo politico e sindacale pensasse alla nazionalizzazione, ma l’Europa non lo permetterà, allora il salvataggio costerebbe una cifra impossibile da definire.

Unicredit, matrimonio impossibile

L’opzione di una cessione con dote, e che dote!, a Unicredit oggi non può andare in porto. Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit famoso nel mondo del credito per le sue remunerazioni da primato, ha chiesto come condizione per realizzare l’operazione che lo Stato sottoscrivesse un aumento di capitale di 6,3 miliardi per rafforzare la banca e altri 2,2 miliardi di crediti fiscali. In tutto una “mancia” di 8,5 miliardi per accettare di prendersi il peso del Monte Paschi.

Naturalmente oltre a questo regalo, il possibile compratore non si sarebbe fatto carico degli esuberi (7-8000, un terzo dei dipendenti) e dei crediti inesigibili. Non ci sono, dunque, “le condizioni di mercato” che aveva chiesto il ministro dell’Economia Daniele Franco. Salta così un disegno politico e finanziario, quello del matrimonio UnicreditMPS, che era stato preparato da tempo anche con le dimissioni da parlamentare dell’ex ministro Pier Carlo Padoan diventato non casualmente presidente proprio di Unicredit.

Malagesione, scelte sbagliate, perdite milionarie

Il Monte dei Paschi, controllato governato e gestito per decenni da manager scelti e votati dalla Fondazione espressione diretta della maggioranza politica di sinistra del comune e degli enti locali del territorio, è una banca che rischia di precipitare sotto il peso della passata malagestione, di scelte profondamente sbagliate, delle perdite miliardarie accumulate negli anni.

Chi ha deciso di comprare Antonveneta per 10 miliardi di euro (il triplo, forse di più, del suo valore)? Chi ha nominato Mussari, così abile da diventare pure presidente dell’ABI (l’Associazione delle banche italiane), e la sua squadra? Quale serie di eventi straordinari ha determinato lo sperpero del patrimonio del Monte?

Le tracce del disastro del Monte Paschi si trovano facilmente volgendo lo sguardo al passato. Un misto di arroganza e d’incompetenza, una commistione indebita tra politica e banca, ha dominato per molto tempo le sale del potere del Monte, chi governava era convinto che l’Istituto di credito più antico sarebbe stato perennemente in salute con la gestione degli uomini scelti dalla Fondazione, “ultimo retaggio dei Soviet” diceva ferocemente un famoso economista.

Così negli anni Novanta del secolo scorso, quando la “foresta pietrificata” del credito iniziava a muoversi tra riforme e privatizzazioni, Rocca Salimbeni rifiutava sdegnosamente di avvicinarsi alla Banca Nazionale del Lavoro e più tardi respingeva le offerte dell’Unipol delle cooperative rosse per creare un polo bancario-assicurativo di assoluto livello nel Paese. “Facciamo da soli, cresceremo da soli” assicuravano gli amministratori del Monte prima di trovarsi con i bilanci pronti per essere portati in Tribunale.

Ricomincia la giostra

Oggi tocca di nuovo allo Stato assumersi la responsabilità di trovare una soluzione per la sopravvivenza della banca. E meno male che ci sono Mario Draghi e Daniele Franco, autorevoli e capaci di farsi ascoltare anche a Bruxelles. Forse tra qualche tempo si troverà un altro interlocutore al posto di Unicredit, magari Banco Bpm rafforzato sarà la base del terzo polo creditizio nazionale (oltre a Intesa Sanpaolo e Unicredit), oppure si disegnerà un progetto per unire tre debolezze regionali come Carige, MPS e popolare di Bari, o arriveranno altri stranieri.

In Italia le banche non possono fallire, perché contano, creano consenso e gestiscono potere e influenze attraverso il credito. Non siamo l’America dove Lehman Brothers “la banca che non poteva fallire” è fallita. Enrico Letta potrebbe spiegare la differenza.