Il mondo nuovo di Adriano Olivetti
tra utopia, mito e storia

“Spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”. Così scriveva Adriano Olivetti, un imprenditore di futuro, tra quei rari uomini di visione che calano un progetto nel vivo di un Paese e dei suoi bisogni. Al punto di far diventare un mito la sua creatura, proprio lui che, insieme col padre Camillo, dell’antiretorica e di un solido pragmatismo orientato al progresso inscindibile di fabbrica e comunità operante, all’unione di lavoratori e intellettuali, aveva fatto una ferrea linea di vita e di impegno. Il mito Olivetti, il suo primato industriale perduto (e svenduto), fuori dai rimpianti per quanto rappresenta di incompreso e inattuato nel campo dell’industria elettronica nazionale, oggi può servire a marcare una distanza tra il fare progressiva impresa moderna e lo spremere profitto dopo aver spremuto lavoratori via via più declassati, tra una managerialità “etica”, responsabile verso uomo e ambiente, e la resa ai canoni peggiori dello sfruttamento, che è puro divoramento di risorse senza crescita. Tra programmazione di un futuro possibile e miopia socialmente insostenibile: è il discrimine che divide in Europa e nel mondo le economie veramente avanzate e quelle che non sanno (o non sanno più) innovare. Insomma, come ha detto il grande storico dell’economia Giulio Sapelli, “olivettiani senza esserlo” o predoni senza futuro.

Qualunque cosa tranne licenziare

Negozio Olivetti 1966L’Olivetti, con le macchine da scrivere e da calcolo, col design e l’apertura culturale a a 360 gradi, è stato un passo profetico nel mondo nuovo, una incubatrice di futuro, dalla fondazione a Ivrea nel 1908 con Camillo, il padre di Adriano, fino a quello che qualcuno ha polemicamente (e ingiustamente) definito “olivetticidio”, con l’avvento di Carlo De Benedetti e poi l’incorporamento nel gruppo Tim. Una storia di coraggio e di cieche sventatezze molto italiana, nel bene e nel male. Ne parla Giacomo Ghidelli in Comunicazione Olivetti: dal mito alla storia (Libraccio Editore, pagg. 156 24,90 euro), con tutta la cognizione di causa dell’intellettuale organico a quella prodigiosa avventura, partita per lui nella seconda metà degli anni Settanta per arrivare alla metà degli anni Ottanta. Ghidelli in quel torno di tempo ha firmato tutte le maggiori campagne pubblicitarie nazionali e internazionali dell’azienda, sa raccontare e, soprattutto, scegliere, con buon istinto da storico, ciò che ha pesato, inciso socialmente e industrialmente nel sogno di Camillo e Adriano. Il prezioso corredo iconografico fa il resto.

In Olivetti già dal principio, tutto si tiene, in nome dell’armonia di un mondo che dalla linea di montaggio arriva alle case dei dipendenti e all’architettura civile, dalla progettualità va alla funzionalità che comprende lo stile del prodotto. L’ingegner Camillo non si nasconde, è un socialista militante e per lui il socialismo non è un modo di dire, ma “un modo di essere e, soprattutto, di fare”, tanto che nel ’26, a fascismo imperante, aiuterà, con Ferruccio Parri e Carlo Rosselli, la fuga in Francia di Filippo Turati. Ecco la stella polare di un gradualista fabiano, pragmatico ma fermo nei principi che non ha perso un grammo di verità: “Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia”. Di qui un welfare aziendale tessuto di decine di iniziative, un modo inaudito di curare le relazioni col personale nella leggendaria “fabbrica di mattoni rossi” a Ivrea, che discende “naturalmente” da una missione aziendale innervata di ricerca e innovazione, sullo stile dell’arrembante industria americana.

La “Prima fabbrica italiana per macchine da scrivere” insegue primati e li ottiene, nasce la M1, la prima “Olivetti”. Negli anni Trenta è la volta della prima portatile, la MP1. Giunto al timone Adriano, l’Olivetti punta, parole sue, ancora più decisamente a “una sintesi ove umanità, scienza, tecnica, arte e infine gli elementi costruttivi fondamentali della società operino coordinatamente”. Nascono e si impongono nuovi gioielli come la Studio 42 e, nel ’40, la prima calcolatrice, la MC 4S Summa seguita nel ’48 dalla Divisumma 14, la prima calcolatrice in grado di svolgere tutte e quattro le operazioni e stampare il risultato, poi la Lexicon 80 e nel ’50 la Lettera 22, progettata da Beccio e Nizzoli, una grande macchina in cui tutto è piccolo, dalle dimensioni (8,3×29,8×32,4 cm) all’ingombro della leva per l’interlinea al peso, di soli 3,7 chili. La Lettera 22 è racchiusa in una valigetta di tela, sui suoi tasti si appoggiano le dita di Hemingway, entra al MoMA di New York, vince nel ’54 la prima edizione del Compasso d’Oro. Nel ’59 l’Illinois Technology Institute la definisce “il miglior prodotto in termini di design degli ultimi 100 anni”. La fabbrica moderna vive per il mercato internazionale e accanto al prodotto di design (Mario Bellini ed Ettore Sottsass saranno le “firme” assolute negli anni Sessanta) marciano le idee, pure quelle pubblicitarie, già piene di sprint negli anni Trenta (vedi le “impensabili” macchine per scrivere colorate in mano a a dive del cinema oppure a una giornalista che scrive l’articolo su una partita di tennis) e non meno caratterizzate nel secondo dopoguerra, come ben illustra il libro di Ghidelli.

La fabbrica comunitaria

Le Edizioni di Comunità – che pubblicano autori di formidabile caratura intellettuale, economica, politica e filosofica: Adorno, Bobbio, Buber, Claudel, Durkheim, Einaudi, Fromm, Friedmann, Galbraith, Jaspers, Jung, Kierkegaard, Le Corbusier, Maritain, Mumford, Quaroni, Schumpeter, Weber, Weil – rappresentano il braccio editoriale che vuol dare respiro al pensiero di Adriano Olivetti, mirato a un circolo virtuoso in cui individuo, fabbrica e società prendono reciprocamente uno forza dall’altro: così, nella comunità, in una costruzione dal basso, si afferma la persona. L’ordine politico delle Comunità è il vero “libro dei fini” di Adriano, un progetto che ambisce a delineare una via di progresso per tutto il Paese. Nato nel ’47 il “Movimento Comunitario” avrà tra le sue fila Nicola Abbagnano, Enzo Paci, Leo Valiani, Eugenio Montale, Carlo Levi, Altiero Spinelli, Massimo Severo Giannini, Paolo Volponi, Enzo Forcella, Gino Giugni, Stefano Rodotà, Giovanni Russo. Un supergruppo. Si vola alto e però si dà l’esempio: Adriano indica un cambio di prospettiva nella conduzione della fabbrica: le funzioni di direzione non devono più essere accentrate e indifferenziate nelle mani di pochi, ma distribuite tra competenti, tra ingegneri preparati che sappiano aprire creativamente la via al cambiamento, all’avvento del nuovo.

L’Olivetti arriverà al Consiglio di gestione, composto da rappresentanti degli operai, degli impiegati e dei dirigenti. È “l’industria nell’ordine delle comunità” e si chiama fabbrica comunitaria, “un luogo di lavoro dove alberga la giustizia, ove domina il progresso, dove si fa luce la bellezza, nei dintorni della quale l’amore, la carità, la tolleranza sono nomi e voci non prive di senso”. Eccola l’utopia che s’incarna, che crea valore economico e sociale. Ancora Adriano Olivetti: “Bisogna prendersi cura del lavoro. È ben altro che la produzione o la produttività. È ben altro che il costo che risulta dai bilanci. È ben altro dal continuo confronto fra meno ore e più salario, o il contrario. Nessuno vuole lavorare poco e nessuno vuole guadagnare poco. Il lavoro comincia dove un operaio tocca una macchina, e la fabbrica, che prima era ferma, si mette in moto. Ma non finisce con la fine della giornata, della settimana, del mese. Il lavoro disegna una identità e una vita, è una linea di connessione che raggiunge e attraversa la casa, la famiglia, il gruppo, si lega alla cittadinanza, diventa la persona e diventa il tempo e il modo in cui vive la società, se vogliamo una società che cammini avanti nel tempo”.

Dal design delle macchine per scrivere a un “design del mondo”, che mira a cambiarlo profondamente. Scrive Ghidelli: “Sono quattro i pilastri su cui Olivetti fonda la propria azione: 1. il design della giustizia, rivolto in primo luogo alla fabbrica e a chi vi lavora, ma anche al territorio in cui la fabbrica opera. 2. il design della cultura, sviluppato – ma non solo – attraverso il lavoro di una casa editrice e la creazione dei centri comunitari, che della cultura sono poli di crescita e di irradiazione. 3. il design della bellezza, di cui si esplorerà il senso soprattutto attraverso le forme delle architetture e quelle dei prodotti. 4. il design della comunicazione, rivolto ai diversi aspetti di una pubblicità che si incarna in pagine, poster, opuscoli e filmati e che trova una straordinaria sintesi in quelli che furono i grandi negozi Olivetti”.

La fine di un sogno

programma 101 olivettiAdriano muore nel 1960, il Movimento Comunità viene sciolto nel settembre dell’anno successivo. L’Olivetti è a un bivio. Roberto, figlio di Adriano, pensa che il futuro sia nell’elettronica, non solo nella meccanica. La famiglia che detiene il 70% delle azioni ordinarie, non è unita sulla direzione da prendere. Il tuffo definitivo nell’elettronica richiederebbe ingenti finanziamenti da parte di uno Stato con sguardo strategico. Sul tavolo ci sono ottime premesse, L’Olivetti sviluppa tra il ’62 e il ’64 la Programma 101, un “calcolatore da tavolo programmabile” da alcuni ritenuto il primo computer: se non lo è, poco ci manca. Peccato che il marketing dell’azienda storca il naso e nell’ottobre del ’65 sentenzi: “La programma 101 non è né un grande calcolatore elettronico né una calcolatrice da tavolo e il suo mercato non esiste. Prova ne sia che i concorrenti non hanno fatto nulla del genere”. Complimenti. Dal fronte Fiat, che vede nell’Olivetti una pericolosa concorrente nella corsa ai fondi pubblici, il presidente Valletta spara ad alzo zero: “La società di Ivrea è strutturalmente solida, potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.

La Divisione Elettronica Olivetti sarà venduta all’americana General Electronic, nei primi anni Settanta l’investimento in ricerca e sviluppo per l’elettronica e l’informatica in Francia sarà pari a 297 miliardi di lire, in Germania a 508 miliardi e in Gran Bretagna a 247 miliardi. In Italia il primo fondo di sostegno alla ricerca industriale avanzata, creato solo nel 1968, avrà una dotazione di soli 100 miliardi, genericamente indirizzati a sostenere progetti di ricerca e sviluppo in tutti i settori industriali. I chiari e gli scuri della storia Olivetti ci parlano ancora.