Il “Monaco nero” di Serebrennikov affascina (e un po’ turba) Avignone

Dal momento che esistono le prigioni e i manicomi,
bisogna pure che qualcuno vi stia dentro.
A.Cechov, La camera n. 6, 1892
(Racconti e novelle, Sansoni, 1954)

Nel mese di luglio la piccola città di Avignone diventa la capitale mondiale del teatro. Ogni ambiente, ogni spazio, ogni strada diventano un teatro permanente e continuo. Centinaia di spettacoli, eventi, incontri. Gli spettacoli principali ritenuti più interessanti si svolgono nella grande corte d’onore del palazzo dei Papi. Una grande fortezza inespugnabile, con pareti altissime, torri, merlature. Dopo l’arrivo dei Papi nel 1309 la fortezza venne iniziata nel 1335 e completata nel 1363. Quest’anno lo spettacolo inaugurale era la messa in scena di una novella di Anton Cechov “Il monaco nero” del 1894. Regia, messa in scena e scrittura del testo teatrale di Kirill Serebrennikov, regista e sceneggiatore cinematografico, autore di diversi film tra cui “La moglie di Tchaikovsky” in concorso lo scorso maggio al festival del cinema di Cannes. In esilio a Berlino dal marzo 2022 dopo un periodo di restrizioni a Mosca di quasi 2 anni per presunta appropriazione di fondi pubblici. Tutta la vicenda del regista è stata ricostruita dal giornale Le Monde in un lungo articolo del 1° luglio “Le zone d’ombra di un creatore russo molto alla ribalta”.

La novella “Corsia n. 6” di Cechov

Kirill Serebrennikov, regista. Foto di Col. Hans Landa (da Wikipedia)

Cechov nel 1892 pubblica una lunga novella “Corsia n. 6” (Il nome cambia) in cui parla di un piccolo manicomio in cui sono rinchiuse poche persone, seguite da uno psichiatra e sorvegliate da Nikita “che appartiene al numero di quegli uomini semplici, positivi, buoni esecutori e ottusi che più di tutto al mondo amano l’ordine e perciò sono convinti che bisogna picchiare. Egli picchia sulla faccia, sul petto, ovunque gli capita ed è convinto che senza di ciò qui non ci sarebbe ordine.” All’epoca non pochi pensarono che quel reparto n. 6 era la Russia. A Lenin è attribuita la frase, dopo la lettura, di essere rimasto “raccapricciato, di essere uscito, con la sensazione di esser chiuso nel reparto n. 6”.

Cechov riprende il tema della follia nella novella “Il monaco nero” di due anni dopo. I personaggi, ripresi da Serebrennokov, sono Andrej V. Kovrin, un docente e scrittore (un genio nel testo teatrale), Pesotskij, famoso giardiniere e antico educatore di Kovrin (il Vecchio), Tanja Pesotskaja, figlia del giardiniere, Tanja da anziana, il Medico, il Monaco (un’allucinazione). Siamo nell’immensa tenuta agricola del Vecchio, la cui unica grande passione sono le piante e i fiori, che tutto funzioni come deve, che tutti i vegetali siano in buona salute. Il resto non lo interessa. O meglio è ossessionato dall’idea della morte, dall’idea che il suo immenso giardino possa essere distrutto quando lui non ci sarà più. Non si fida di sua figlia, vorrebbe che si sposasse con Kovrin, l’unico che potrebbe salvare il suo mondo. Un mondo senza fine, dall’alba al tramonto come scrive Cechov “sempre gioioso ed animato, per il movimento perpetuo di persone che si occupavano di tutto.” Una cosa fondamentale sono le nuvole e meglio la mancanza di nuvole. Siamo in inverno, le gelate possono essere distruttive per il giardino. Bisogna realizzare in continuazione dei fumi per impedire le gelate.

La scena è immensa, sovrastata dalla parete verticale della corte d’onore. Ci sono delle capanne di legno e plastica, tipo serre, e costruzioni dove far riposare il personale. Ci sono canzoni, cori, balli. E ci sono persone che si muovono dappertutto, i lavoranti, stagionali soprattutto, su cui domina il Vecchio. I fumi vengono creati di continuo, ovunque, anche dentro le capanne, e si vedono i volti delle persone avvolte nel fumo, si ha l’impressione di migranti, incarcerati, ci si ricorda della pandemia e della necessità di purificare tutto. La grande parete è un immenso schermo, i volti dei protagonisti sono ripresi in primo piano e proiettati sulla parete. Altre telecamere riprendono ed ingigantiscono tutto.

I momenti culminanti sono l’alba e il tramonto

Come scrive Cechov più volte, il momento culminante sono l’alba e il tramonto, tutto si ferma, tutti guardano, ed un enorme sole compare sulla parete e poi la stessa luna. La natura onnipresente.
Kovrin discute con il Vecchio della libertà, della immortalità, del genio, degli arbusti, gli uomini mediocri: “Essere libero, essere l’eletto, servire la verità, cercare la verità, essere tra quelli che rendono migliore l’umanità. La libertà è forse solo un’illusione, ma non è preferibile vivere in una grande illusione, volare via nel vento liberamente piuttosto che moltiplicarsi come un arbusto?”. Il conflitto esistenziale che coinvolge sempre Cechov nella sua opera. E che porta Kovrin alla follia.

Kovrin si fa convincere a sposare Tanja, anche se non con grande entusiasmo. E un grande velo bianco vola per il palcoscenico. Anche la natura ha modificato la scena, il Mistral, il vento ha costretto a tagliare le piccole capanne, i teli di plastica potevano essere strappati, le porte di legno non si riescono a chiudere. È il vento che entra in scena scendendo dalla grande parete, imprevisto ma evocato più volte nel racconto da Cechov. Il vento aumenta la situazione di grande agitazione e caos che c’è in scena. Immagino che il regista ne sia rimasto entusiasta.

Kovrin ricorda una leggenda di mille anni prima, un monaco vestito di nero vagava nel deserto dalle parti della Siria o dell’Arabia, e le persone avevano visto un secondo monaco, poi un terzo, dei miraggi. Per poi svanire nello spazio astrale. Ma la leggenda racconta che tornerà, esattamente dopo 1000 anni, adesso. Nessuno può vedere il monaco, solo Krovin. È un’allucinazione, è matto, deve essere curato, deve essere rinchiuso in un ospedale.

Nella prima parte è un artista tedesco che impersona Kovrin, Mirco Kreibich, tutto lo spettacolo è in tedesco, Serebrennikov vive a Berlino. E Cechov muore in Germania a Badenweiler nella foresta nera il 15 luglio 1904, al medico disse “ich sterbe” (io muoio).

L’attore è molto sopra le righe, corre per tutto il palco, sempre inquadrato in primo piano. Gli altri cantano, si muovono, lavorano, si fermano al sole. Il monaco appare poco.

Nella seconda parte continua la fascinazione per le immagini, i suoni, i personaggi in scena, l’attore che impersona Kovrin, Odin Biron, la stessa scena in modo diverso, con immagini diverse, è adesso statunitense, parla in inglese (nello spettacolo si canta in italiano, si parla e si canta in arabo, inglese, tedesco, russo). Rivive la storia ma la presenza del monaco aumenta, il racconto si sta frammentando, il caos, le immagini aumentano, le casette di legno e plastica cominciano a sgretolarsi, tutto quel mondo, il mondo si sta sgretolando. il Medico definisce così la malattia “È una malattia durante la quale la coscienza, restando piuttosto lucida lascia venire in primo piano delle idee del tutto deliranti che danno luogo ad una falsa interpretazione del mondo circostante, restando questo delirio all’interno di un sistema più o meno coerente”.

LE MOINE NOIR
Texte kirill serebrennikov mise en scene, scenographie kirill serebrennikov, d’apres anton tchekhov. 2022 © Christophe Raynaud de Lage Festival d’Avignon

Nella terza parte, la storia viene ripresa ed è sempre più frastagliata lasciando ampio spazio alle immagini e ai suoni che riempiono il palcoscenico. Una sorta di vertigine delirante che fa immaginare se non cogliere precisamente la follia e il delirio che aleggia sulla scena. Il terzo interprete di Kovrin, Filipp Avdeev, russo, è il più convincente. Il monaco compare adesso spesso in scena, sta diventando il personaggio principale: “il cammino dell’uomo ordinario al vero uomo passa per la follia. Un uomo non diventa libero se non attraverso la follia”.

La morte di Kovrin

Lo spettacolo termina come la novella con la morte di Kovrin. Sembra così. Il problema è che invece vi è una parte quarta tutta dedicata al monaco. In cui altri 30 monaci neri in scena ballano, cantano, il monaco capo ripete le sue frasi mistiche deliranti con le sue frasi suadenti, sorrisi ammiccanti, continuano i balli e i canti per un tempo interminabile, mettendo a dura prova il pubblico. Che era molto soddisfatto della fine alla terza pare. Il tutto termina con una enorme scritta sulla parete “Stop the War” che, come ha scritto il critico di Le Monde forse serviva a tacitare i dubbi sullo spettacolo e mettere tutti d’accordo. È mancata la misura, la capacità di tagliare il superfluo in uno spettacolo fantastico per immagini, suoni, richiami, rimandi, deliri e fantasie. Un bravo al Mistral che ha contribuito non poco al fascino dello spettacolo.