“Il mio vicino Adolf”: una ventata di ironia yiddish in questi tempi bui

Pare incredibile eppure in Israele, l’“unica democrazia del Medio Oriente”, c’è chi sta pensando seriamente a una norma che permetta alla Knesset, il parlamento, di superare eventuali bocciature delle sue leggi da parte della Corte Suprema: una bomba distruttiva per l’equilibrio dei poteri, un lasciapassare per azioni ancora più illegittime nei confronti della minoranza interna araba e dei palestinesi.

Una boccata di “witz” ebraico

il mio vicino adolfGiusto in questi momenti di riscossa destrorsa in Israele, con Bibi Netanyahu impegnato a formare un governo che imbarcherà le peggio formazioni del sionismo religioso, da Potere Ebraico (Otzma Yehudit ) di Itamar Ben Gvir a Ebraismo della Torah Unito (Yahadut HaTorah), ci voleva una boccata d’intelligenza condita da witz ebraico, lo spiritello autoironico yiddish che aleggia nel film “Il mio vicino Adolf”, azzeccata operina del polacco Leonid Prudovsky, in buon equilibrio tra toni di commedia, suspense e gelide folate di quell’apocalisse umana cavalcata dalla bestialità nazifascista. Vendicativo suprematismo ebraico – chiamiamo le cose col loro nome –, più che sconfinante nel razzismo anti-arabo? No, per favore. C’è un fondo di umanità, una fiammella da preservare, un abbraccio oggi difficile ma da cercare nel buio degli odi strumentali che ovunque cercano di seppellire, dall’inquietante ortodossia di una parte d’Israele all’America negazionista trumpiana, la temperanza e la capacità emendativa della politica alta guastandoci il futuro.

Siamo nel 1960. Il mugugnoso e solitario Malek Polski (lo scozzese David Haiman) vive nella sperduta campagna colombiana, ma pur cambiando cielo non si è inaridita la vena del dolore. Unico e traumatizzato superstite dell’Olocausto che ha travolto, nell’Europa orientale, la sua famiglia felice e incastonata in un amabile angolo di mondo, si ritrova nella casa attigua un vicino, anzianotto come lui, dal cognome ebraico, Herman Herzog (un lussuoso Udo Kier). Il fatto già di per sé lo disturba e l’ostilità di principio aumenta quando Frau Kaltenbrunner (Olivia Silhavy), curatrice degli interessi del nuovo vicino, informa Malek che la sua staccionata ha indebitamente mangiato metri quadri al giardino del nuovo venuto. Poco male, peccato che l’amatissimo roseto di Malek si ritroverà, una volta aggiornati i confini, fuori della sua giurisdizione. Una perdita atroce, quelle rose nere, curate come faceva sua madre nell’età dell’oro con acqua e gusci d’uovo sbriciolati, sono il simbolo vivo di una cruciale memoria custodita. Se ne farà malvolentieri una ragione. Strano però quel tipo barbuto amante degli scacchi. Gioca in giardino col suo Wolfie, un cane lupo troppo simile a quelli che stavano al guinzaglio delle SS nei lager, dipinge vecchi ruderi, ha un paio di occhi azzurri attraversati dalla follia, si lascia andare a scatti d’ira. Come Hitler. Monta la paranoia, gli indizi da piccolo thriller, implacabilmente scadenzati dal regista, si accumulano.

Una storia di muri da abbattere

Malek, versione maldestra di James Stewart nella “Finestra sul cortile” di Hitchcock, punta l’obiettivo, spia, va in città a denunciare quel Führer redivivomuro all’ambasciata israeliana, ma la responsabile dei servizi d’informazione (Peled Kineret) ovviamente nicchia: “Lasci perdere, Hitler è morto nel ’45”. Chi è davvero allora il signor Herzog, l’uomo al di là della staccionata? Malek e Herman prendono a frequentarsi, si scolano della gran vodka, giocano a scacchi, poco alla volta i due uomini solitari abbassano le armi, finché il presunto Adolf non dipinge un ritratto al vicino e una sera non riceve una visita di alcuni loschi personaggi arrivati in limousine nere. Malek, sempre all’erta, ode distintamente uno di loro salutare Herman con uno squillante “Heil mein Führer”. Logico portare il suo ritratto all’ambasciata israeliana: a detta degli esperti pare proprio dipinto da Hitler. Possibile? E se invece di un aguzzino, fosse a sua volta una vittima? I confini, nel film di Prudovsky rappresentati dalla staccionata che divide i giardini delle due case e dalle porte sulla strada con tanto di spioncini scorrevoli evocanti una caserma, possono essere abbattuti, ci racconta la storia. E non si può vivere eternamente imprigionati nella propria mente: un richiamo alla necessità di andare oltre la tragedia dell’Olocausto, di serbarne scrupolosa, salda memoria senza farne un eterno immarcescibile pretesto per alzare recinti e vessare altri popoli, come in una pessima “rendita di posizione”.

Di film ispirati a vecchi nazi riparati in Sudamerica o in America se ne son visti diversi, dal Mengele di Gregory Peck nei “Ragazzi venuti dal Brasile” di Franklin Schaffner a Laurence Olivier dentista diabolico nel “Maratoneta” di John Schlesinger. E il tema della memoria, del nostos è l’anima del più recente “Ogni cosa è illuminata” (2005), splendido lavoro di Liev Schreiber ispirato dall’omonimo personalissimo romanzo di Jonathan Safran Foer, col viaggio in Ucraina di un ragazzo (lo stesso Foer) sulle tracce della donna che aveva salvato il nonno dai rastrellamenti nazisti. Con “Il mio vicino Adolf” siamo più vicini, nello spirito a tratti ironico, sebbene di spessore inferiore, al bellissimo “Train de vie” (1998) di Radu Mihaileanu, un what if onirico-fantastico tenero e commovente, perfetto nell’evocare la vita degli shtetl, i piccoli centri dell’Europa orientale vivai della cultura yiddish. O, in parte, alla satira felicemente demolitrice di “Jojo Rabbit” di Taiaka Waititi, uscito nel 2019, che sfodera un Hitler buffonesco, interpretato dallo stesso regista, nelle vesti di immaginario “santino” del bambino tedesco Jojo, fan assoluto dei nazi (cambierà idea presto).

La straordinaria prova di Udo Kier

udo kier“Il mio vicino Adolf”, una coproduzione tra Polonia, Israele e Colombia e in Italia distribuito da I Wonder Pictures, offre – ed è un plus del film – l’occasione di gustarsi un vecchio leone del cinema europeo, il settantottenne Udo Kier, in un ruolo a lui “destinato”. È stato infatti Hitler nella serie Amazon Original “Hunters”, dedicata a un gruppo di cacciatori di nazisti. E al cinema lo ha impersonato in “100 anni Adolf Hitler. L’ultima ora nel bunker”, uscito nel 1989, e nel mediometraggio “Mrs. Meitlemeihr” del 2002, dove Kier è un Führer che per meglio nascondersi a Londra si veste da drag queen. Una bizzarria, questa, del tutto consona al versatile, non incasellabile Udo, protagonista in molti film horror-splatter, vedi “Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete!!!” di Paul Morrissey, arruolato da Gus Van Sant (“Belli e dannati”) e Lars Von Trier (“Le onde del destino”). Se nel film di Prudovsky, anche sceneggiatore con Dmitry Malinsky e figlio di ebrei perseguitati durante il nazismo, il gioco delle apparenze e dei turbamenti prende una convincente consistenza, molto del merito è suo.

Lo scorso agosto “Il mio vicino Adolf” è stato presentato con successo a Locarno, col contorno di una contestazione a prescindere da parte di alcuni registi e attori israeliani, nel mirino la Fondazione Rabinovich, tra i finanziatori del film, accusata di imporre ai film sovvenzionati una certa censura sui malestri dello Stato di Israele ai danni dei palestinesi. Nulla che c’entrasse con la pellicola presentata al festival. A scanso di ulteriori equivoci dal fronte opposto dei tradizionalisti-sionisti circa la delicata tematica della sua dramedy il regista aveva puntualizzato: “Volevo solo raccontare una storia legata alla mia famiglia. Mi piace scherzare su tutto, se una storia è buona non mi sento offeso dallo scherzo”.