Il mio impegno per ricomporre la lacerazione tra il PD e il mondo del lavoro

Nel 2016 la Cgil fece una campagna straordinaria di assemblee in tutti i settori e in tutto il Paese – per promuovere tre referendum e la proposta di legge della Carta universale dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Credo sia stata l’ultima grande e diffusa campagna di assemblee di lavoratori e lavoratrici. Uscimmo da quello straordinario viaggio con la consapevolezza della solitudine del mondo del lavoro: da un lato ci era stato restituito un messaggio positivo sulla ricostruzione dei diritti del lavoro e, insieme, il bisogno di uscire dalla solitudine e dall’invisibilità. Constatammo, senza perifrasi, la misura della rottura, della sfiducia nei confronti della politica, del governo, del centrosinistra.

Il “non ci vedono”, che nel frattempo è diventato “non ci hanno visto”, era la costante degli interventi sul rapporto con la politica. Jobs act e Buona scuola hanno rappresentato un punto di rottura: mentre le crisi industriali restavano irrisolte, veniamo propagandati modelli competitivi e colpevolizzanti, al contempo si negavano diritti sociali necessari a contrastare le insicurezze.

Sentii, allora, la responsabilità di condividere l’esito di questa consultazione con i gruppi parlamentari del centrosinistra, i direttori dei giornali e il Presidente della Repubblica (l’unico che mostrò curiosità ed interesse ad approfondire). Certo non era un sondaggio, né un’inchiesta scientifica, ma nemmeno uno sfogo. Era il maturare di una frattura già avvertita qualche mese prima, alle elezioni regionali dell’Emilia Romagna, quando – durante un attivo dei delegati in piazza Maggiore a Bologna – delegati storici di importanti fabbriche mi informarono della loro decisione di non andare a votare, rompendo un vero tabù della nostra cultura. Per chi non ricorda, furono le elezioni del 37% di votanti.

Un marchio non spendibile

Non scopro oggi, quindi, il processo per cui il PD è diventato un “marchio non spendibile”, non rappresentativo delle istanze del mondo del lavoro; so come e quando è arrivato a compimento il processo di rottura. Ho visto come sia più lacerante e generi maggior solitudine la frattura simbolica col lavoro se avviene nel centrosinistra. Rottura più profonda che non quella con il governo Monti. Allora, infatti, Barca votò contro nel consiglio dei ministri e Bersani ottenne modifiche che salvaguardavano la sostanza della tutela dell’art.18.

Sono partita, apparentemente, da lontano perché penso che la più grande responsabilità sia stata quella di non confrontarsi sulla rottura con la “base ideale” della sinistra. Nel continuare a pensare che impresa e lavoro siano sinonimi, che i diritti sociali esistano solo quando c’è surplus e non per effetto di politiche redistributive, che la precarietà sia superabile inseguendo l’araba fenice della flexsecurity, che la discriminazione delle donne sia risolvibile nello sfondare il tetto cristallo per poche senza guardare alle molte.

Nello stesso tempo ho sempre pensato che non si potesse immaginare una nuova sinistra plurale e di governo senza fare i conti con il PD.

Ho fatto la campagna elettorale candidata nelle liste di Italia Democratica e Progressista provando a proporre e valorizzarne il programma, credo il più a sinistra degli ultimi venti anni, che pur senza autocritiche, un po’ in sordina, comincia a fare i conti con gli errori e le rotture.

Un programma che permette di ragionare di futuro a partire dalla lotta alle diseguaglianze, dal valore del lavoro, dell’ambiente e del contrasto al cambiamento climatico. Che dice che i diritti civili, fondamentali, non sono in alternativa a quelli sociali, anzi, gli uni senza gli altri possono far regredire entrambi.

Voglia di discutere

Ho incontrato in campagna elettorale molti militanti – giovani e non – che non hanno paura di discutere di errori e di proposte; ho invece sentito il peso dei comitati elettorali, incapaci di elaborare il lutto per la fine del governo Draghi – tradotto invece in slogan elettorale – e senza voglia di mettersi in gioco sul che fare.

Nella prossima legislatura rappresenterò una regione del Mezzogiorno (la Campania, ndr), e continuo a vedere i giovani e le giovani che se sono andati, le reazioni all’autonomia differenziata, l’insofferenza allo sprezzo con cui si da la colpa della povertà e si bollano come assistenzialismo gli interventi per mitigarla. Il senso di una parte del Paese che si sente non vista e non conosciuta, come tanti lavoratori e lavoratrici.

Così come ho avvertito che aver rimosso il tema della guerra dalla campagna elettorale non diminuisce la paura e l’insicurezza, e sarebbe necessario avere proposte di pace.

Di questo credo che si debba discutere nel PD per definire le scelte di rappresentanza e le politiche che rispondano al grande tema delle diseguaglianze. Sono queste le ragioni che mi hanno portato a firmare l’appello Bindi, De Masi, Montanari, Bruni ed altri: non il gioco “scegli le alleanze e scoprirai chi sei”, ma la volontà di proporsi una sinistra unita, plurale, di governo, cha ha dinanzi a sé una stagione – probabilmente lunga – di opposizione che sarà anche la misura delle scelte e del profilo politico.