Il massacro di Bucha, orribile crimine di guerra come fu in Kosovo

Mani livide che spuntano da sepolture sommarie. Polsi legati con stracci bianchi su corpi senza vita, chissà forse gli stessi stracci che i civili ucraini si annodano addosso per far capire che sono civili: “per favore non sparate”. Volti deturpati, segni di torture, cadaveri schiacciati sull’asfalto, spianati dai tank che ci sono passati sopra, come nella “Pelle” di Curzio Malaparte. Fosse comuni. Di nuovo, e ancora in Europa. E di nuovo e ancora lo stesso scambio di accuse tra chi denuncia crimini di guerra e chi, Mosca stavolta, dice che è solo una montatura, i cadaveri non sono veri, le fosse comuni sono state riempite ad arte.

“Una provocazione”, dalla Russia chiedono addirittura la convocazione del Consiglio di sicurezza Onu per denunciare. Ma se anche i morti di Bucha, i 410 trovati sparsi per le vie della cittadina, nei cortili, nel seminterrato di una casa di cura trasformato in camera delle torture, nei boschi, nei campi, nei giardini, nelle case sfondate, nelle fosse comuni ecco se anche tutti questi morti fossero veri, si sostiene, le ragioni sarebbero altre che non la brutalità dei militari russi. Uccisi dagli stessi militari ucraini, freddati perché collaborazionisti: così suggerisce Mosca e qualcuno rilancia dai social. E poi perché i russi in ritirata avrebbero dovuto lasciarsi dietro quella carneficina che li accusa agli occhi del mondo?

La memoria di un’altra guerra

Kosovo, 1999. I serbi in ritirata, lasciavano la regione a maggioranza albanese costretti dai bombardamenti Nato, uscendo dal territorio al cui ingresso avevano affisso un grosso striscione con su scritto: “il Kosovo è serbo”. Dietro di loro migliaia di civili che si erano rifugiati nei boschi e villaggi devastati. Persone affannate si gettavano sulla strada per fermare le auto dei reporter, riconosciute dalla scritta “PRESS” fatta con lo scotch sulle fiancate. “Venite a vedere… in quel pozzo hanno buttato dei corpi”. “Dietro a quel muro… in quel cortile… in quella fabbrica”. Case devastate, mine lungo le strade. E le scritte sui muri che dileggiavano le vittime. “Il Kosovo è serbo”.

A vedere la devastazione di Bucha e degli altri villaggi ripresi dalle forze ucraine dopo oltre un mese di scontri, si rivedono ingigantite le stesse immagini. I corpi nei pozzi, le scritte sui muri (solo che stavolta si legge “Ecco che cosa succede a voler entrare nella Nato”), i racconti di violenze insensate, le mine lasciate in ricordo per uccidere ancora: l’immagine del male. E i civili puniti. Per la loro resistenza o solo per il fatto di esistere. L’orrore di chi rimane.

Colpire nel mucchio per piegare il morale. Umiliare, annientare il nemico. Si è sempre increduli quando se ne è testimoni, tanto più se in terra europea. Eppure i lager in Bosnia, quei volti smagriti dietro alle recinzioni e al filo spinato, gli stupri etnici, le fosse comuni, Srebrenica con i suoi 8000 morti e l’intera popolazione maschile sterminata hanno insegnato che è possibile, che accade. Che l’orrore non è confinato nel passato o prerogativa di paesi lontani.

Quei colpevoli che negano

Ma anche allora, come oggi, i colpevoli hanno sempre negato. Le stragi al mercato di Sarajevo? Per i serbi l’opera malevola dei musulmani assediati per far ricadere la colpa su di loro. Mariupol fatta in brandelli? Putin assicura che non è vero e che nessuno prende di mira i civili. “Ho dato disposizione di rispettare la Convenzione di Ginevra”, ha detto. Ma chi non si ricorda di Grozny che nel 2003 venne definita come la città più devastata al mondo dopo il suo passaggio o di Aleppo? Milosevic, che era più accorto e soprattutto molto meno potente e avvertiva il rischio di finire sul banco degli imputati, aveva ramazzato quanti più cadaveri albanesi per seppellirli vicino Belgrado, dopo averli impilati in camion frigo per non lasciare tracce sul terreno. O almeno non troppe.

A Bucha non sono solo i morti a testimoniare che cosa è accaduto, tra le colonne di tank ridotti a carcasse annerite che dicono quanto l’”operazione speciale” sia finita in un pantano. C’è chi rimane e racconta di settimane da incubo, di tentativi di fuga di cui rimangono cadaveri ancora insepolti per l’impossibilità di avvicinarsi. Tanti uomini uccisi, molti a torso nudo alla ricerca dei tatuaggi che li avrebbero indicati come appartenenti al battaglione Azov, ultra-nazionalista se non filo-nazista: un colpo secco alla nuca, le mani legate dietro alla schiena. Ma anche donne stuprate e uccise e persino bambini fatti fuori come fossero niente. Bambini che a Novyi Bykiv sarebbero stati usati come scudi umani, a protezione dei tank, per evitare che fossero bersagliati dall’artiglieria ucraina.

I vivi accanto ai morti

A Bucha ci sono mogli e madri, spesso anziane perché i più giovani hanno avuto più fortuna a fuggire, donne che cercano nella fossa comune scavata vicino alla chiesa di Bucha un padre, un marito, un figlio. C’è il sacchetto della spesa ancora vicino al corpo di un uomo freddato per strada con la sola colpa di aver cercato un po’ di cibo: yogurt, succo di frutta, piselli, un pacchetto di te. Ci sono i cellulari fatti a pezzi, per cancellare immagini e prove, fotografati dal giornalista spagnolo Luis De Vega. Ci sono i 150 ostaggi di Yahidne, nella regione di Chernihiv, rinchiusi in una stanza per giorni, “i vivi erano accanto ai morti. Fame. Sete. Paura. Dolore. Disperazione. Toilette in un secchio”, questo il racconto del sindaco. Bucha non è l’eccezione.

“Noto che la Russia ora suggerisce che gli ucraini hanno fatto da soli le esecuzioni di Bucha dopo il ritiro russo – ha scritto il 3 aprile l’inviato dell’Economist, Oliver Carrol -. “C’è una ragione per cui questo non può essere vero. L’odore dei corpi in decomposizione. Semplicemente non si provoca un odore così forte dopo pochi giorni a temperature molto fredde”, spesso sotto zero. Il massacro non è stato il colpo di coda dei militari costretti a ripiegare, sfiniti da giorni di scontri e resi folli dalla mancanza di tutto se, come hanno raccontato testimoni, qualcuno ha fatto irruzione nelle case per ucciderne gli occupanti e gettarsi nei loro letti o mangiare il loro cibo. Il massacro è cominciato prima, è andato avanti nel tempo.

Si parla della presenza di miliziani ceceni, noti per la loro ferocia. Gli attivisti di InformNapalm indicano come responsabili della carneficina di Bucha il tenente colonnello russo Omurekov Azatbek Asanbekovich e la sua unità 51460, la 64esima brigata di artiglieria motorizzata arrivata in Ucraina dalla Siberia. Informazioni rilanciate anche dagli attivisti di Anonymous, che nei giorni scorsi erano entrati in possesso della lista con i 120.000 nomi dei soldati russi dispiegati in Ucraina. Notizie che vanno vagliate. Nell’area erano presenti anche carristi della Guardia (36esima armata del distretto dell’Estremo Oriente russo) e uomini del 331° Reggimento parà della 98esima divisione aerotrasportata.

Il rischio dei cadaveri minati

Nomi e cognomi, responsabilità da verificare. Come pure regole di ingaggio e catena di comando. Se si vuole immaginare un processo futuro bisogna raccogliere prove, testimonianze, reperti. La Ue ha dato la sua disponibilità a inviare esperti dell’Europol ed Eurojust. Amnesty international e Human Rights Watch stanno già raccogliendo evidenze su crimini di guerra, come pure la procura ucraina.

“La situazione è certamente grave. Chiederemmo che soprattutto molti leader internazionali non si precipitino in dichiarazioni, non si precipitino in accuse radicali, ma chiedano ancora informazioni da varie fonti e almeno ascoltino i nostri argomenti”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov. Ascoltare, sì. Bucha sarà uno spartiacque di questa guerra? O solo un altro gradino nella scala della degradazione umana?
Intanto dalle strade i blindati ucraini trascinano via i corpi con delle funi: si teme che i cadaveri siano stati minati, meglio essere cauti.