Il maggio di Francesca Morvillo nella Palermo della mafia che l’uccise

Una storia che comincia con la parola «maggio» non può non evocare Parigi e la Francia, la rivolta e le barricate, la primavera e la speranza in un mondo migliore. Quella che racconta Gilda Terranova, invece, si svolge a Palermo. Maggio è allora il mese in cui le aspirazioni legittime di una generazione di giovani consapevoli, ribelli allo spettacolo della violenza quasi quotidiana contro i rappresentanti della giustizia e delle istituzioni democratiche, hanno ricevuto un colpo irrimediabile. Il fatto che questa storia sia dedicata a Francesca Morvillo, magistrato e moglie del giudice Giovanni Falcone, uccisa insieme a lui e a tre agenti della scorta il 23 maggio del 1992 nella strage ordita dal capo della mafia corleonese Totò Riina, permette di definire l’angolo prospettico dal quale il racconto viene costruito: non l’eroe protagonista, ma la compagna di viaggio, quella che ha scelto di condividere tutto, a rischio della propria vita, e per di più compagna di lotta, perché Francesca Morvillo è stata un’eccellente magistrata, una delle prime donne ad avere indossato la toga, quando i concorsi per la magistratura furono aperti alle donne (solo nel 1967), e ha svolto il suo mestiere con competenza e passione, in particolare come giudice del Tribunale per i minorenni di Palermo.

Non era solo la moglie di Falcone ma una grande magistrata

Francesca Morvillo e Giovanni Falcone

Così, la compagna di vita e di lotta non è una semplice «moglie di» e merita che le si presti attenzione. La narratrice sarà allora degna dell’oggetto del suo interesse: Laura, liceale timida e piuttosto solitaria, è un’osservatrice nata, curiosa e acuta. Durante le soste mattutine nel bar vicino alla scuola, incontra ed è subito catturata dall’immagine sfuggente di quella donna affascinante, circondata da guardie del corpo attente, pronte a scacciare un pericolo oscuro come se la loro vita fosse al riparo da danni e minacce. Cosa penserà quella donna? si chiede Laura.

In quel frangente, la città si trova sotto i riflettori dei media nazionali, a causa di un evento straordinario che è legato direttamente alla vita della coppia di giudici coraggiosi. Il racconto di Laura si svolge infatti nell’arco temporale che dal 1986, anno di inizio del primo maxi-processo, conduce alle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, mentre lei, Laura, frequenta gli ultimi due anni di un liceo scientifico della capitale siciliana e i primi anni della Facoltà di Lettere della stessa città. Quei sei anni rappresentano per certi versi una svolta, un tournant o Wendepunkt per dirla con Klaus Mann, per tante ragioni: la minaccia nucleare colpisce per la prima volta il cuore dell’Europa – così il professore privato che dà lezioni di fisica a Laura e ad alcuni suoi compagni pretende che gli allievi si cambino da capo a piedi prima di entrare nel suo appartamento, per evitare ogni possibile contaminazione (un assaggio di quello che avrebbero vissuto i ragazzi del 2020 con la pandemia di Covid19, per non parlare delle minacce più recenti); il muro che divide Berlino e l’Europa in due blocchi contrapposti viene abbattuto in un gesto di liberazione da una folla in festa negli stessi giorni in cui Laura partecipa all’occupazione della Facoltà di lettere per protestare contro un progetto di legge che vuole affidare l’Università ai finanziatori privati – un movimento che da Palermo si estenderà in tutta l’Italia senza però raggiungere il suo obiettivo ma, dice Laura, «se non altro, grazie alla mobilitazione, agli studenti era rimasta l’autogestione di alcuni spazi all’interno delle facoltà e i piani di studio erano stati liberalizzati».

Questi eventi fanno da sfondo e accompagnano il lavoro indefesso dei magistrati, i quali per imprimere una svolta alla lotta contro la criminalità organizzata accettano di lavorare nell’aula bunker come prigionieri in una città che spesso non si mostra all’altezza della loro battaglia, perché, dice Laura, «per molti palermitani rabbiosi e incattiviti la lotta alla mafia non riguardava il futuro di tutti ma solo il presente di poliziotti e magistrati troppo ostinati. Laura e Marta non riuscivano proprio a capirli, quei palermitani ostili, e non erano pochi, che si lamentavano per il rumore assordante e continuo delle sirene o perché, per «colpa» dei magistrati, erano stati ridotti i parcheggi in prossimità delle loro abitazioni e dovevano girare a lungo per trovare un posto libero. Quell’incapacità di sguardo lungo, di minimo senso civico, di gratitudine verso chi rischiava la propria vita in ogni momento, era per loro inaccettabile».

Una storia da tramandare ai giovani di oggi

Ma chi tra i giovani di oggi conosce veramente questa storia, e soprattutto quella dell’unico magistrato donna vittima della mafia? Tanto più che le tracce simboliche degli eventi nei quali Francesca Morvillo fu coinvolta, «per impegno, amore e coraggio», non la contemplano, come se lei non appartenesse alla sua storia, come se il suo sacrificio non meritasse di essere ricordato. Con il capitolo conclusivo, «La tomba che manca a San Domenico», questo racconto toccante rivela infine l’intento di trasmettere alle nuove generazioni la memoria di una donna di grande valore, sia sul piano professionale che umano, contribuendo alla costruzione di modelli di riferimento femminili, a controcorrente di una Storia che oscura insensibilmente il ruolo delle donne.

A ciò si aggiunga che Maggio a Palermo è anche un utile strumento pedagogico per la semplicità con cui viene evocata la storia del pool antimafia, e in particolare le figure dei giudici Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nel contesto della cosiddetta «seconda guerra di mafia», senza nulla togliere alla complessità delle dinamiche interne alla magistratura dell’epoca e dei suoi rapporti con il mondo politico.

Gilda Terranova,
Maggio a Palermo.
Una storia per Francesca Morvillo,
Einaudi ragazzi di oggi, 2022