Diritti delle donne
un memorandum per
i congressisti a Verona

Fino a non tantissimi anni fa in Italia le donne non potevano votare, non potevano abortire né divorziare, potevano essere licenziate in caso di matrimonio, non potevano – da sposate – usare il proprio cognome, e se venivano uccise non era poi così grave, almeno non se si erano macchiate della colpa di aver leso l’onore maschile.

Nell’avvicinarsi del congresso di Verona sulla famiglia è utile ricordare quanti progressi sono stati fatti, e quanti ancora sono da fare, perché non è vero che parole come femminismo sono vecchie. Sembrano vecchie perché ci illudono che non ci sono discriminazioni e invece ci scontriamo con gli stessi problemi con cui si sono misurate le nostre mamme e le nostre nonne prima di noi.

La realtà rischia di non essere totalmente cambiata rispetto a ieri e richiede parole già usate e neanche lontanamente usurate, prima fra tutte la parola RISPETTO (se una volta volevamo il pane e le rose forse oggi gradiremmo non fiori ma uomini per bene!).

Prima del 1945 alle donne non era consentito votare.

Un decreto del 1945 concede alle maggiorenni (21 anni) il diritto di voto attivo, mentre un decreto del 1946 concede alle donne maggiori di 25 anni il diritto di voto passivo. “Un diritto che venne riconosciuto in extremis – preciserà nel 2007 la Cinciari Rodano in occasione della presentazione del libro Le donne della Costituente – nell’ultimo giorno utile per la composizione delle liste elettorali, alla fine del gennaio 1945, ma che non fu, come taluno sostiene, una benevola concessione, bensì il doveroso riconoscimento del contributo determinante che le donne, con le armi in pugno e soprattutto con una diffusa azione di massa, di sostegno alla Resistenza, avevano dato alla liberazione del Paese”).

Nella prima metà degli anni Cinquanta le principali rivendicazioni delle donne sul terreno del lavoro sono l’attuazione del dettato costituzionale sulla parità salariale e la realizzazione di una tutela della maternità che garantisca non solo migliori condizioni di lavoro, ma anche una serie di servizi esterni di sostegno (asili nido, mense, ecc.).

La legge sulla tutela delle lavoratrici madri, per la quale si era battuta Teresa Noce, verrà  approvata nel 1950. Il testo definitivo, pur se limitativo rispetto alla proposta Noce, rappresenta un importante risultato per le lavoratrici italiane, ma apre un altro fronte di rivendicazioni; molte imprese, infatti, per aggirare la legge, impongono alle assunte la cosiddetta clausola di nubilato, che prevede il licenziamento in caso di matrimonio. Sempre per iniziativa di Teresa Noce nel maggio 1952 viene presentato alla Camera il progetto di legge per l’«Applicazione della parità di diritti e della parità di retribuzione per un pari lavoro», ma l’accordo sulla parità sarà raggiunto solo il 16 luglio 1960 relativamente ai soli settori industriali (le donne otterranno la parità salariale in agricoltura nel 1964).

Solo nel 1958 viene approvata la legge sulla tutela del lavoro a domicilio (sempre nel 1958 è approvata la Legge Merlin sulla Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui), mentre sono del 1963 le leggi che vietano il licenziamento delle donne in caso di matrimonio e l’ammissione delle donne ai concorsi per entrare in magistratura (la scelta delle costituenti di mettere ai voti un doppio emendamento riuscì a garantire il risultato che le donne volevano raggiungere: bocciato l’emendamento Rossi – Mattei (120 voti su 153) che dichiarava esplicitamente il diritto femminile di accesso a tutti i gradi della magistratura, passò quello della Federici, che sopprimeva la parte limitante dell’articolo in discussione).

Nel 1970 il divorzio viene finalmente concesso e regolamentato, cinque anni più tardi viene riformato il diritto di famiglia.

I coniugi diventano uguali davanti alla legge (nel codice del 1942 era prevista la potestà maritale e la norma (art. 144) stabiliva: “Il marito è il capo della famiglia, la moglie […] è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli creda opportuno di fissare la sua residenza), il patrimonio di famiglia è condiviso secondo la comunione dei beni (scompare la dote), i figli nati dal matrimonio acquistano gli stessi diritti dei cosiddetti ‘legittimi’, il tradimento del marito può essere causa di legittima separazione.

Il 22 maggio del 1978 la legge 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) viene pubblicata sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana, divenendo a tutti gli effetti legge dello Stato.

Capitolo conclusivo di una lunga battaglia iniziata qualche anno prima dal Partito radicale, la 194 (confermata da un referendum nel 1981) rende legale l’aborto attraverso l’abrogazione delle norme del titolo X del Libro II del codice penale (gli articoli 545-555 configuravano l’interruzione volontaria di gravidanza come “delitto contro l’integrità della stirpe” punibile con la reclusione, a seconda delle fattispecie di reato, fino anche a 12 anni).

Dopo il prologo, “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non é mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”, i punti principali della legge delineano tre l’altro l’istituzione dei consultori familiari, il termine di 90 giorni entro cui ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, l’obiezione di coscienza, le pene non più punitive, ma a tutela della donna (è prevista la reclusione da 3 mesi a 2 anni per chi cagiona a una donna per colpa l’interruzione della gravidanza; reclusione da 4 a 8 anni per chi cagioni l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna).

Già nel 1971 la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittimo l’articolo 553 del codice penale, che prevedeva come reato la propaganda degli anticoncezionali. Sempre nel 1971 veniva presentato il primo progetto di legge in materia (n. 1762) firmato dai senatori socialisti Banfi, Caleffi, Fenoaltea: la proposta – così come quella presentata nell’ottobre dello stesso anno – non sarà nemmeno discussa. L’11 febbraio di tre anni più tardi, Loris Fortuna (il deputato socialista che aveva dato il suo nome alla legge sul divorzio approvata nel 1970 dal Parlamento e confermata dal referendum del 12 maggio 1974) presenterà un nuovo progetto di legge sulla depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto sul quale convergeranno il Partito radicale e il Movimento di liberazione della donna, mentre il 18 febbraio del 1975 la Corte costituzionale dichiarerà parzialmente illegittimo l’articolo 546 del codice penale, riconoscendo la legittimità dell’aborto terapeutico, e il 29 aprile del 1975 il Parlamento approverà la legge 405 per l’istituzione dei consultori familiari.

Tra febbraio e aprile 1975 vengono presentate sei proposte di legge sulla materia. Intanto si cominciano a raccogliere le firme per un referendum abrogativo delle norme del codice penale che vietano l’aborto (l’8 novembre 1975 la Cassazione dichiara valido il numero di firme per il referendum) e inizia la discussione sul testo di legge unificato.

L’interruzione di gravidanza viene quindi dichiarata possibile per motivi personali, motivi di salute della donna o del nascituro, circostanze del concepimento. E’ possibile abortire entro i primi 90 giorni di vita del feto nelle strutture ospedaliere e a spese dello Stato. Si può abortire entro i primi cinque mesi di vita del feto nel caso in cui la gravidanza comporti rischi per la madre o per il bambino.

Dal 1981 le donne sono ammesse nel corpo di polizia, dal 1999 nelle forze armate.

Sempre nel 1981 viene abrogata quella parte della legge che attenuava le pene per chi commetteva un omicidio per causa d’amore (il cosiddetto ‘delitto d’onore’) e scompare il matrimonio riparatore secondo il quale uno stupratore poteva evitare la condanna sposando la vittima (nel 1996 – con la sola opposizione del Partito della Rifondazione comunista – viene approvata la nuova legge sulla violenza sessuale. La violenza diventa reato non più contro la morale ma contro la persona, gli altri cardini della normativa sono l’inasprimento delle pene, l’irrevocabilità della querela, la violenza presunta nei rapporti con i minori di 14 anni. La legge del 2013 introduce l’arresto obbligatorio in caso di maltrattamento e stalking).

Molta strada è stata fatta, molta ne rimane da fare. La violenza sulle donne è una sconfitta per tutti e la libertà delle donne è il metro di misura della democrazia.

A Verona, come in qualsiasi altra parte del mondo, sui nostri diritti non siamo disposte a fare nemmeno un passo indietro: tutte insieme vogliamo tutto, se non ora, quando?