Lavoro tra precarietà, crisi e Gig economy

Il futuro del lavoro sta nella Terza Rivoluzione Industriale, ha affermato Jeremy Rifkin in una recente intervista. In attesa che i nostri politici e imprenditori si informino e si formino sulla “nuova infrastruttura intelligente, ad alto tasso di integrazione digitale” celebriamo questo Primo Maggio guardando al lavoro che c’è. O che non c’è.
L’ultima rilevazione dell’Istat, a febbraio, ha contato 2 milioni 835 mila disoccupati, in calo rispetto al dato precedente e questa è una buona notizia, ma pur sempre il 10,9% della popolazione in età da lavoro. La percentuale s’impenna al 32,8 tra i giovani, tasso questo in crescita dello 0,3%. Su base annua si conferma l’aumento degli occupati (+0,5%, +109 mila), ma in questo caso “la crescita si concentra esclusivamente tra i contratti a termine”, spiega l’Istituto di statistica, contratti che a febbraio segnano un nuovo record storico: sono 2 milioni 918 mila i lavoratori a scadenza che vivono il presente come l’unico tempo possibile, tanto è difficile immaginare un futuro.Con il contratto a tutele crescenti il Jobs Act ha reso più flessibili le assunzioni e i licenziamenti nelle imprese con più di 15 addetti; ha concesso inoltre fino a 24 mesi di decontribuzione fiscale per ogni assunto a tempo indeterminato per i successivi tre anni. Uno scambio, insomma tra diritti, tutele e occupazione. Oggi assistiamo – lo dice l’Istat – a una crescita dell’occupazione quasi del tutto ascrivibile ai contratti a tempo, la forma migliore del precariato, a dimostrazione che finiti gli incentivi è finita la festa. Restano però le minori tutele e la maggiore facilità di licenziare. Ne è valsa la pena?
A rendere più precario e insicuro il lavoro non ci sono solo politiche dall’impianto discutibile. Si è molto parlato in questi mesi dei rider, i fattorini in bici o scooter che, zaino termico in spalla, sfidano il traffico e spesso l’inclemenza del tempo per consegnare cibo a domicilio “pedinati” da applicazioni-azienda. Sei di loro hanno intentato una causa civile contro Foodora impugnando l’improvvisa sospensione del rapporto di lavoro dopo una mobilitazione tenuta nel 2016 per ottenere un giusto trattamento economico e tutele. Il tribunale di Torino ha respinto il ricorso argomentando che il lavoro in questione non poteva configurarsi come subordinato. Eppure i ciclofattorini devono essere costantemente reperibili tramite l’applicazione, sono tracciati, monitorati, cronometrati, ogni loro mossa è soggetta a valutazione. Ma sono liberi di rispondere o meno alla chiamata, dunque nessuna subordinazione, dice l’azienda. Hanno contratti di collaborazione coordinata o continuativa o di prestazione occasionale. A seconda delle piattaforma per cui lavorano (oltre Foodora, ci sono Deliveroo, Glovo, Just Eat e altre) hanno o no l’assicurazione all’Inail, macinano chilometri e guadagnano pochi euro all’ora.

E’ la cosiddetta Gig economy, l’economia on demand dei lavoretti fatti da giovani e studenti. In realtà gli over 50 nella Gig economy non mancano, anzi. “La sentenza di Torino farà male al lavoro” hanno commentato a caldo gli avvocati dei fattorini. C’è da chiedersi se, di fronte a tanti aggressivi cambiamenti nel mondo del lavoro, la linea debbano dettarla i tribunali!
Il presente del lavoro è fatto di vertenze, non solo giudiziarie. Moltissimi i tavoli aperti al ministero dello Sviluppo. L’ultima crisi affrontata in ordine di tempo è quella di Condotte, terzo gruppo italiano delle costruzioni alle prese con una seria crisi finanziaria. La società ha presentato richiesta di concordato in bianco, i sindacati chiedono l’amministrazione controllata per evitare la bancarotta, 3mila i posti di lavoro a rischio, 10mila con l’indotto. Non sarà un bel Primo Maggio per i dipendenti che giovedì hanno manifestato sotto il Mise e per il 2 maggio proclamato uno sciopero.

Fumata nera anche per l’Ilva, le trattative si sono interrotte dopo che le delegazioni sindacali hanno ritenuto inaccettabili le proposte del governo e del futuro acquirente Am Investco formulate nei giorni scorsi sempre al Mise. In pratica Mittal ha confermato che assumerà solo 8.500 lavoratori, dunque ci sarebbero 5.500 esuberi che andrebbero a sommarsi ai tagli al salario messi sul piatto in un round precedente. Condotte e Ilva sono solo due delle vertenze che dall’inizio di aprile sono state discusse al ministero dello Sviluppo economico. Alla voce “imprese in difficoltà”, sul sito del Mise scorrono i nomi di Solvay di Porto Marghera, dell’Omba di Vicenza (80 licenziamenti), della Plasmon dove sono stati decisi contratti di solidarietà, del Gruppo Dico spa, di Italiaonline con 400 posti di lavoro a rischio, di Aferpi (ex acciaierie Lucchini), del Gruppo Dps con il marchio Trony che il 20 aprile ha formalizzato 458 licenziamenti, e ancora Bekaert, Valtur… E menomale che c’è la ripresa. 
Ci sono, con tragica sicurezza, i morti sul lavoro. L’Inail ci informa che tra gennaio e marzo sono stati denunciati 22 incidenti mortali in più rispetto ai primi tre mesi del 2017, si passa così da 190 a 212 (+11,6%). Alle vittime, alla sicurezza che non c’è, Cgil Cisl e Uil dedicano il Primo Maggio. I leader di Cgil Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo saranno a Prato per la manifestazione nazionale, ma sono centinaia le iniziative in tutta Italia ad avere come slogan “Sicurezza: il cuore del lavoro”. Una scelta che si è imposta dopo l’escalation di gravi incidenti a cui abbiamo assistito nelle scorse settimane, un trend “anacronistico” è stato definito, comunque inaccettabile, le cui cause affondano nella ricerca del profitto che si fa strada a colpi di subappalti, nell’obsolescenza di impianti e macchinari, nella scarsa formazione alla prevenzione (del resto chi investe per formare i lavoratori con contratti a termine?) negli scarsi controlli destinati a scemare ancora se è vero che in cinque anni i soli ispettori delle Asl sono stati dimezzati. Nessuno parla poi delle malattie professionali, un vero e proprio tabù del nostro mondo del lavoro. Eppure sempre l’Inail ci fa sapere che al 31 marzo le denunce sono aumentate del 5,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, passando da da 15.247 a 16.124.
Sicurezza nel lavoro, sicurezza del lavoro. Questo chiedono i lavoratori, le loro famiglie e con loro i sindacati. Intanto aspettiamo la Terza Rivoluzione Industriale e, magari, il Parlamento al lavoro e il nuovo governo.