Il Labour riavvicina Europa e Inghilterra

Con il discorso di Coventry di lunedì scorso, Jeremy Corbyn ha segnato un significativo riorientamento della posizione sulla Brexit del Labour Party e, potenzialmente, del Parlamento britannico, che potrebbe mettere seriamente in difficoltà la stabilità del Governo conservatore di Theresa May.

Con un discorso equilibrato, ragionevolmente dettagliato e capace di tenere insieme le ragioni degli europeisti con il rispetto del mandato del voto degli euroscettici, Corbyn ha esplicitato la posizione ufficiale del Labour Party che, a differenza dei conservatori, è favorevole a una Brexit che permetta di rimanere in un’unione doganale con il resto dell’Unione Europea.

Dando seguito alle anticipazioni del ministro ombra per la Brexit Starmer, Corbyn ha chiarito che vorrebbe negoziare con la UE una (nuova) unione doganale, comprendente UE e UK, che definirebbero insieme, congiuntamente, i rapporti commerciali col resto del mondo. Se questo impedirebbe alla Gran Bretagna di firmare accordi commerciali separati (uno dei cavalli di battaglia dei brexiteers) darebbe al Regno Unito, nelle intenzioni di Corbyn, la possibilità di essere inclusi nella negoziazione di nuovi accordi commerciali tra il blocco europeo e paesi terzi.

Un passaggio politicamente importantissimo: in primis perché l’annuncio di Corbyn ha oscurato il faticosissimo accordo per una “ambiziosa divergenza controllata” dalle regole europee raggiunto tra i membri del governo al termine di una riunione fiume ai Chequers (la residenza di campagna del premier) e successivamente illustrato nel quarto discorso sul Brexit tenuto venerdì della May.

Nel suo discorso la May, pur confermando la volontà del governo di perseguire una hard Brexit, uscendo contemporaneamente sia dal mercato unico che dall’unione doganale, ha per la prima volta riconosciuto che questo comporterà una riduzione dell’accesso al mercato unico e la necessità di subire indirettamente la giurisdizione della Corte di Giustizia Europea, tardivi bagni di realtà che difficilmente placheranno i mal di pancia dei Tories europeisti.

La mossa di Corbyn è invece estremamente efficace proprio sul piano dell’aritmetica parlamentare, dove otterrebbe facilmente il supporto di tutte le opposizioni e di un numero sufficiente di ribelli Tories, con uno schema collaudato a dicembre, quando il governo è andato sotto su un voto che garantirà al Parlamento un maggiore scrutinio sulle negoziazioni. Governo che ha immediatamente deciso di rimandare a data da destinarsi il voto sul Trade Bill del brexiteer Liam Fox, una proposta di legge che doveva chiarire le modalità per la formulazioni di nuovi accordi commerciali: troppo grande il rischio di una sconfitta che metterebbe a rischio la tenuta del governo.

Con il governo oscurato e in ritirata, il Labour punta deciso a conquistare voti e seggi nelle amministrative di maggio, dove i Tories rischiano il sorpasso laburista nel voto nazionale. Il discorso e l’approccio di Corbyn sulla Brexit è infatti tarato su un compromesso accettabile sia dall’elettorato europeista delle grandi città che dagli elettori euroscettici delle regioni del Nord, in un contesto in cui cresce lo scetticismo rispetto all’impatto economico della Brexit.

La proposta di Corbyn ha anche il merito di poter risolvere l’annosa questione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, la cui assenza è uno degli elementi portanti degli accordi del Venerdì Santo che venti anni fa posero fine a una lunga e sanguinosa guerra civile. Una Brexit che preveda un’uscita dall’unione doganale europea come proposta dalla May rende infatti necessaria una dogana tra l’Irlanda, che è un paese membro della UE, e l’Irlanda del Nord, parte del Regno Unito, richiedendo una soluzione ad hoc per preservare gli accordi di pace che la May continua a non avere trovato.

Dove Corbyn rimane ambiguo è invece sul mercato unico europeo, col quale vuole una “relazione forte”. Forse un modo per prendere tempo in attesa di capire come affrontare la questione della libera circolazione delle persone, requisito per la permanenza nel mercato unico e vero nodo gordiano alla base del risultato del referendum. A fronte della determinazione della May a interromperla, sulla libera circolazione Corbyn rimane evasivo, pur chiarendo di non voler porre limiti all’immigrazione e di non considerare gli immigrati responsabili della caduta dei salari.

La mossa sull’unione doganale chiarisce però un aspetto importante della visione del Labour: non solo Corbyn vuole mantenere inalterato il legame commerciale con l’Europa, ma vuole contribuire a determinarne le regole anche in futuro (contributo propositivo ma anche oppositivo, per bloccare trattati come il TTIP), indice di una volontà esplicita di rimanere non solo commercialmente ma anche politicamente ancorato all’Unione Europea (coerentemente alla volontà di rimanere parte di molte agenzie e programmi europei espressa anche nel discorso della May).

Con cautela, Corbyn procede a piccoli passi verso una soluzione di buonsenso sulla Brexit che, pur non sconfessando il referendum, cerca di minimizzarne l’impatto sui lavoratori, sugli standard di vita e sull’economia. Dopo lo strappo di settembre, in cui aveva promesso di negoziare un accordo transitorio che lasciasse tutto invariato, un altro passo nella direzione della massima continuità formale delle regole comuni con l’UE. Passo dopo passo, senza lasciare nessuno indietro, il Labour può riavvicinare il Regno Unito all’Europa.