Il labirinto di Federico II, re medievale
e mito “divisivo” da sempre

Non era facile confrontarsi con un personaggio storico e insieme leggendario come Federico II di Svevia, lo “stupor mundi”, amante delle scienze e crociato “pacifista”, nonché sovrano “illuminato” anticipatore della modernità e della tolleranza tra fedi e culture diverse, come siamo sempre stati abituati a immaginarcelo. C’è ben riuscito, indagando proprio su quell’ “immaginario collettivo”, Marco Brando nel suo ultimo libro L’imperatore nel suo labirinto. Usi abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia (Tessere, 2019), capace di tenere insieme le due dimensioni della storia e del mito – come sottolinea nella prefazione il medievista Giuseppe Sergi – autore del significativo Antidoti all’abuso della storia (Liguori, 2010) – e di rappresentare un valido contributo agli studi del “medievalismo”, cioè l’insieme delle rappresentazioni postmedievali del periodo medievale.

Il mito di Federico IIUsi e abusi del mito

Perché Federico II appartiene più che mai a quel Medioevo di cui siamo al tempo stesso figli e padri – figli in quando eredi dei suoi lasciti e condizionamenti, ma anche padri in quanto lo ricreiamo secondo i nostri sogni e anche rimodellandolo a nostro uso e consumo: così ribadisce nella postfazione Tommaso di Carpegna Falconieri, tra gli alfieri degli studi odierni sul medievalismo – dal suo fondamentale Medioevo militante (Einaudi 2011) alla cura del recente Medievalismi italiani. Secoli XIX-XXI (con Riccardo Facchini, Gangemi 2018).

Brando c’era già riuscito, un decennio fa con il suo Lo strano caso di Federico di Svevia (Palomar, 2008), l’esordio ‘federiciano’ nato dagli anni di lavoro al Corriere in Puglia, terra dove la venerazione per il sovrano aveva suscitato la grande curiosità del nostro autore, da sempre appassionato di storia. E se allora paragonava Lo strano caso del Dottor Jekyll e di mister Hyde di Stevenson a questo imperatore assai più famoso che realmente conosciuto, il titolo odierno è un omaggio a Il generale nel suo labirinto di Gabriel Garcia Marquez, accostando al Simon Bolìvar degli ultimi giorni – disilluso nel proprio sogno politico, sfiorato e svanito – il Federico al tramonto, sconfitto dopo tanti successi, ma anche un secondo labirinto, quello in cui è sorto e si è alimentato il suo mito.

Miniera di curiosità e informazioni godibili da parte di un pubblico amplissimo, il libro accompagna il lettore a dipanare la matassa dei luoghi comuni accumulatisi su quell’idolo leggendario che ha da tempo spodestato il Federico storico, il tutto miscelando gusto per l’aneddoto e ironia.

Re medioevale “divisivo”

In fondo Federico è sempre stato “divisivo”: nell’infanzia ha acceso la lotta per aggiudicarsi la sua tutela e il conseguente controllo dei suoi domini che andavano dalla Germania alla Sicilia; nella maturità ha fatto contrapporre chi lo vedeva come un grande monarca e chi come un tiranno, se non addirittura un “anticristo”; nella storiografia è stato esaltato da Kantorowicz e ridimensionato da David Abulafia. E infine, nel mito, ha spaccato le opinioni di Pugliesi, Lombardi e Tedeschi.

In sintesi: in Puglia, Federico II è considerato una colonna della “pugliesità”, popolare come un re Artù tanto da ispirare l’onomastica alle più diverse attività, dalla pizzeria all’autorimessa, dalla centrale elettrica alla compagnia aerea! In Lombardia è il nemico delle libertà comunali, degno nipote del Barbarossa. In Germania lascia perlopiù indifferenti, scavalcato com’è dalla popolarità dell’altro Federico II, quello di Prussia, re-soldato e filo-illuminista vissuto cinque secoli dopo.

Di queste visioni l’indagine di Brando, giornalista di lungo corso formatosi nella cronaca giudiziaria ai tempi di Mani Pulite, espone paradossi e controsensi, dai più ‘candidi’ ai più strumentali, dai “vuoti di memoria” ai veri abusi della storia.
Quei lombardi di oggi che evocano la Lega Lombarda paladina contro l’oppressione imperiale tedesca ignorano (o tacciono) che non pochi Comuni lombardi combattevano a fianco di Federico II o del nonno Barbarossa che li tutelava contro lo strapotere del Comune di Milano? Paradosso nel paradosso, quella lotta contro l’impero – esaltata come mito risorgimentale funzionale alla costruzione di un sentimento unitario italiano – si era poi trasformata nel mito leghista funzionale all’aspirazione dell’indipendenza padana contro l’oppressione del centralismo unitario.

Federico II e la Germania

ederico II Marco BrandoAnche la parabola federiciana in Germania riserva sorprese: dopo secoli di oblio di quel re che preferiva regnare dal Mediterraneo anziché dalle terre teutoniche, l’interesse fu risvegliato dalla monumentale biografia dedicatagli nel 1927 da storico Ernst Kantorowicz, battagliero ebreo tedesco di idee nazionaliste, che volle dare un esempio di grandezza e speranza di rinascita alla Germania di Weimar figlia della sconfitta nella Grande Guerra. L’opera dello studioso ebreo sedusse le più alte gerarchie naziste – in particolare Hitler apprezzava lo Svevo come nemico della Chiesa. Anche dopo che Kantorowicz rifiutò di giurare fedeltà al regime e fuggì dalla Germania, il fascino del ‘suo’ Federico era tale che, in piena invasione alleata della Sicilia, Goering – potentissimo maresciallo del Reich e famelico ‘collezionista’ d’arte (sottratta ai Paesi occupati) – ordinava all’allibito comandante tedesco, incalzato dalle truppe di Patton, di trasferirne il sarcofago da Palermo alla Germania.
Tormentato dagli effetti imprevisti della sua opera – tra cui accuse di nazismo nei propri confronti, un altro paradosso! – Kantorowicz stesso rifiutò di ripubblicarla in tedesco anche dopo la guerra.

E tra questi ‘effetti collaterali’ c’era l’accoglienza che il ‘suo’ Federico ebbe anche in Italia, terreno già fertile in quanto la propaganda fascista s’era già prima appropriata dello Svevo come padre dell’agognata “Italia imperiale” e “precursore del Duce” nonché primo teorico della “ragion di stato” e completava allora la rielaborazione che spingeva per cercare gloriose radici identitarie, specie per chi ne era carente come, appunto, la Puglia. L’operazione attecchì e sopravvisse al regime.

L’imperatore “pugliese”

Da qui quindi quell’amore viscerale dei Pugliesi per Federico come simbolo della “pugliesità”, amore che però dimentica tanti episodi, come la distruzione di Foggia come castigo per essersi ribellata; o l’aver attinto risorse dal sud nel riottoso nord; o una lettera, in cui lo Svevo sembrerebbe apprezzare di essere chiamato “pugliese” (che per lui significava genericamente “meridionale”), che rivelerebbe piuttosto una malcelata insofferenza per quel ‘passaporto’, con un neanche troppo implicito invito a chiamarlo invece “imperatore”.

Affrontare un personaggio divisivo porta a scrivere libri divisivi? Non era l’intenzione dell’autore, ma tale è stato l’esito fin dagli esordi: e se durante una presentazione a Cremona, Marco Brando era stato praticamente accusato di voler riabilitare i tirannici Svevi in chiave anti-lombarda/padana – accusa cui aveva replicato ricordando la lunga fedeltà della città al partito imperiale – in Puglia la contestazione è arrivata a materializzarsi addirittura in un ‘instant book’ intitolato “Pugliesi tutti pazzi per Federico”: il libello ha accusato Brando di essere antifedericiano in quanto ligure-lombardo e quindi leghista (!) e di voler “demolire il mito federiciano” minacciando oltretutto gli introiti legati agli innumerevoli turisti attratti a Castel del Monte soprattutto dal mito: accuse che nella loro stessa proposizione hanno confermato più che mai l’esistenza del mito stesso!

Federico II Marco BrandoNon c’è dubbio che anche il marketing territoriale abbia fatto la sua parte nel giocare sul mito, sicuramente utile per operazioni promozionali più o meno condivisibili, ma è evidente che un conto è rinominare “federiciano” un castello aragonese per dargli più appeal – certo poco filologico – un altro è inseguire l’esoterismo o le fantasie più sfrenate arrivando a spacciare Castel del Monte come tempio magico dalle proporzioni auree ricollegabile alla Piramide del faraone Cheope, o costruito dai templari (quelli non possono mancare!) e contenente un bagno turco o financo il Sacro Graal.

“Biondo e bello”

E se Federico II è stato il primo costruttore del suo stesso mito e avrebbe gradito il titolo di “esperto di comunicazione e propaganda”, lo stesso imperatore non avrebbe apprezzato la maggior parte degli attributi portatigli dalla sua mitizzazione – come “primo pacifista” o “sovrano tollerante” o “anticipatore della laicità”– in quanto lontani dalla mentalità di un uomo e di un re del Duecento, come ha rilevato Raffaele Licinio, insigne medievista dell’Università di Bari, da poco scomparso, da sempre prezioso riferimento per l’autore tanto da essere classificato come ‘eminenza grigia’ anti-sveva nel corso della contestazione da parte degli ultras federiciani.

Federico II e il sultanoNelle argute pagine si scopre che il Federico così “pacifista filoislamico” non si fece problemi a stroncare nel sangue gli insorti arabi in Sicilia, deportando i superstiti a Lucera resa ‘isola’ musulmana nel sud, da cui arruolare soldati tra l’altro particolarmente ‘insensibili’ alle scomuniche dei papi nemici. E il presunto l’antesignano della laicità (come la intendiamo oggi) si riteneva in realtà inserito in un disegno divino provvidenziale in cui, bypassando l’intermediazione del pontefice, l’imperatore era in contatto diretto con Dio, avendo a modello il Costantino “tredicesimo apostolo” e il Carlo Magno fatto santificare dall’omonimo nonno di Federico, ossia il Barbarossa.

Persino la stessa immagine stereotipata del fascinoso sovrano “biondo e bello” (come era bello ‘dentro’) era già minata fin dall’inizio, a leggere un cronista arabo suo contemporaneo che lo vide di persona e lo descrisse affetto da calvizie e miopia concludendo che, anche a venderlo come schiavo, non se ne sarebbe guadagnato un granché. Insomma, parafrasando i versi danteschi dedicati a Manfredi, figlio dello Svevo, si potrebbe dire che “orbo era e brutto e di meschino aspetto”.

L’immagine di Federico II

E a proposito di immagini, in chiusura del volume è davvero interessante la galleria dedicata al grande Svevo, che va dai codici medievali alle rappresentazioni moderne, tra filatelia, cinema e fumetto, rendendo anche l’idea della fortuna editoriale di cui Federico ha goduto e gode tuttora.
Non meno preziosi della prefazione del prof. Sergi e della postfazione del prof. Di Carpegna sono i contributi, già nel precedente libro di Brando e qui riproposti, firmati da due storici del calibro di Franco Cardini e del compianto Raffaele Licinio, divenuto amico dell’autore come ben ricordato nei ringraziamenti. Licinio che chiude il cerchio, come l’aveva aperto un decennio fa incoraggiando Marco Brando a completare quel primo libro su Federico e stimolandolo, nei suoi ultimi giorni, a scrivere questo nuovo mosaico, è il caso di dirlo, con ‘tessere’ – si perdoni il calambour sull’Editore – che regalano al lettore affascinanti storie e insieme gustosi pungoli al pensiero critico sul mondo in cui viviamo, dove l’ipervelocità penalizza l’analisi e premia l’immagine che si impone in meno di un secondo, l’icona vincente. Una come il nostro ‘mitico’ Federico, insomma.

Giuseppe Bianchi – Ass. Cult. Italia Medievale