Il guru del populismo, Steve Bannon, all’incontro con Salvini

Nel firmamento del populismo italiano s’è accesa una stella e si chiama Steve Bannon. Lo stratega della campagna elettorale che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca arriverà nei prossimi giorni nel nostro paese per incontrare Matteo Salvini. L’annuncio è stato dato con un certo compiacimento e non è giunto proprio inaspettato. Sono mesi che Bannon si è autoproclamato il guru del neopopulismo europeo e giorni fa ha avuto una specie di consacrazione al congresso delle destre del continente promosso da Marine Le Pen a Cannes, dove l’americano ha raccontato dal palco la propria filosofia politica. All’incontro c’erano tutti i leader dell’area eccetto proprio Salvini, che (giustamente) non se l’è sentita di aggiungere una così pesante dichiarazione di fede sovvertitrice al contenzioso con le preoccupazioni del presidente della Repubblica durante la faticosissima gestazione dell’alleanza con i 5 Stelle.

Prudenza di breve momento, giacché poi, passato il capo di Buona Speranza dell’individuazione dell’”esecutore” a palazzo Chigi, il leghista ha considerato maturo il tempo per l’annuncio dell’incontro con il personaggio più indigeribile tra i tanti estremisti, politicamente scorrettissimi, che da qualche tempo popolano la scena politica da questa e dall’altra parte dell’Atlantico: suprematista bianco, teorico della politica della forza militare, predicatore dell’Alt(ernative)-Right, che ha scavalcato a destra il movimento dei Tea Party, a fasi alterne antisemita, benvisto dal Klu Klux Klan, arcinemico dei liberal di tutte le fedi e dei diritti civili comunque espressi.

Steve Bannon è tutto questo, ma non è tutto questo che gli è costato il posto di consigliere speciale della presidenza quando Trump, il 18 agosto dell’anno scorso, lo ha licenziato quasi senza preavviso, non prima né ultima vittima di una lunga e sanguinosa faida di potere all’interno dell’amministrazione. A farlo fuori è stata l’ostilità dei “normalizzatori” legati all’establishment repubblicano e capitanati, dentro la Casa Bianca, da Ivanka Trump e suo marito Jared Kushner, i quali (ma questa è un’altra storia) hanno comunque presto trovato il modo di smentire la loro pretesa moderazione suggerendo al presidente l’avventuroso spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme che avrebbe riempito di morti il confine della Striscia di Gaza e sepolto, forse per sempre, le speranze d’una soluzione pacifica in Medio Oriente.

I normalizzatori hanno combattuto Bannon e alla fine hanno convinto The Donald a cacciarlo non perché fosse troppo di destra, ma perché era troppo populista e questa sua attitudine si sommava a quella altrettanto forte del presidente, con effetti potenzialmente devastanti.

In che senso Bannon è “troppo populista”? Si può provare a spiegarlo se si parte dalla definizione secondo la quale il populismo è la proposizione di politiche di breve e brevissimo periodo incuranti delle conseguenze e dei costi che esse avranno nel lungo periodo. Tutta l’azione politica, prima come stratega della campagna elettorale e soprattutto poi come ispiratore delle scelte del presidente, si è svolta, dichiaratamente, sotto questo segno, fino all’azzardo cui spinse il presidente al clamoroso licenziamento in tronco di James Comey dalla guida del FBI. Si trattava di distruggere sovvertendo, di trascinare Trump su una china di fatti compiuti dai quali sarebbe stato impossibile tornare indietro e il vero nemico, in questa battaglia, erano non solo i democratici e in generale la cultura liberal, ma anche l’establishment conservatore e quello che c’era dietro: un progetto politico di lungo respiro, un’idea di società. Con lo stesso spirito, il nostro uomo, arrivato su questa sponda dell’Atlantico, si è schierato subito tra i nemici dell’Unione europea. Da distruggere, non da riformare.

Se Steve Bannon rappresenta questo populismo, non è difficile immaginare quanto la sua influenza possa essere deleteria su delle forze politiche che si avvicinano al potere con lo stesso spirito e lo stesso “pensiero breve”, incuranti e quasi sprezzanti nei confronti delle conseguenze, soprattutto ma non soltanto economiche, che il nuovo “in nome del popolo” porterà con sé. In Italia e in Europa.