Natale, se il Dpcm
è illeggibile come
uno “spaghetti code”

Una premessa indispensabile: l’autore di questo articolo è consapevole che nella fase critica in cui ci troviamo sia necessario limitare al massimo i contatti tra le persone e prendere tutte le precauzioni che servono a evitare i contagi. Aggiungerò di più: l’autore di questo articolo, come molti (per fortuna) è infastidito dalle critiche strumentali ai provvedimenti del governo, in alcuni casi formulate da persone che l’estate scorsa hanno di fatto propagandato (verbalmente, o con le loro azioni) quell’abbassamento della vigilanza che ha portato a decine di migliaia di morti. Ma è proprio la simpatia per i provvedimenti della presidenza del consiglio dei ministri, suggeriti dai ministeri competenti e dagli scienziati, che dovrebbe spingerci a una revisione critica di quei provvedimenti, per evitare che prestino il fianco a discorsi e comportamenti distruttivi, inclusa la disobbedienza civile.

Negli ultimi giorni varie fonti hanno messo in evidenza l’illogicità di alcune norme: ad esempio, quella che nega la libertà di movimento al di fuori del proprio comune in alcuni giorni festivi. È stato osservato che mentre ai residenti in una grande città, con un perimetro comunale molto ampio, è consentito di spostarsi per decine di chilometri, a chi vive in un piccolo borgo è impedito di andare a trovare i propri parenti più stretti in un comune adiacente, a tre o quattro chilometri di distanza. Oppure, a certe condizioni (e non in quei giorni festivi, comunque) ci si può muovere verso le seconde case purché nella stessa regione, con il risultato che chi ha una seconda casa all’interno della regione in cui risiede può raggiungerla anche se dista centinaia di chilometri (che so, da Milano a Bormio, duecento chilometri), ma non può farlo se è in un’altra regione (Milano-Arona, settanta chilometri).

Lo strano caso degli stranieri

Certo, è più che ragionevole che si vogliano evitare i grandi flussi, come quelli che si sono verificati subito prima della chiusura di marzo, ma che senso ha farlo all’interno di zone che hanno lo stesso livello di contagi e di rischio? Molti se lo sono chiesto. Ma ci sono altre domande, altrettanto semplici, alle quali è difficile trovare risposta, soprattutto se si devono andare a consultare i testi dei decreti e delle altre disposizioni ufficiali. Faccio un esempio per tutti, rendendomi conto che dovrò sottoporvi dei passaggi di lettura alquanto intricata. Cosa succederà – questa è la domanda – agli stranieri che visiteranno il nostro Paese nel periodo cruciale fra il 21 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021? Oltre a presentare alla frontiera il risultato negativo di un tampone, dovranno sottoporsi alla quarantena, allo stesso modo degli italiani che rientreranno dall’estero dopo esserci stati nello stesso periodo?

Nel Dpcm che tratta questa materia c’è un passaggio (articolo 6, comma 1) dove si elenca un certo numero di “motivi”, ricorrendo i quali valgono o non valgono certe disposizioni. Ho messo “motivi” fra virgolette, perché nell’elenco riportato (lettere dalla a alla l) ci sono dei motivi veri e propri, come le esigenze lavorative, l’assoluta urgenza, le esigenze di salute, le esigenze di studio, il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza (lettere a, b, c, d, e) e delle circostanze, che riguardano l’ingresso in Italia di diverse categorie di cittadini stranieri, dei loro parenti, e anche di coloro (lettera l) che vengano nel nostro Paese per ricongiungersi con altri cittadini stranieri a cui siano legati da una “comprovata e stabile relazione affettiva”, anche se non conviventi.

Un richiamo alle lettere f) e h) indica, a quest’ultimo proposito, che si tratta di legami affettivi tra stranieri: il fidanzato portoghese che vuole andare a trovare la fidanzata italiana non è previsto. Ma è previsto, invece, dalla lettera f), che segnala come “motivo” “l’ingresso nel territorio nazionale da parte di cittadini di Stati membri dell’Unione Europea, di Stati parte dell’accordo di Schengen, del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, di Andorra, del Principato di Monaco, della Repubblica di San Marino, dello Stato della Città del Vaticano”. Quindi, queste persone possono entrare in Italia (o uscirne), anche se sono stati (o sono diretti a) Paesi dell’elenco E dell’allegato 20 al decreto.

Elenchi e tamponi, ma la quarantena?

Una cosa è opportuno chiarire, a questo punto: che quel comma 1 dell’articolo 6, in quella parte del decreto, si riferisce agli spostamenti da e per i Paesi dell’elenco E, che sono poi (o dovrebbero essere) quelli non compresi negli altri elenchi (“Tutti gli Stati e territori non espressamente indicati in altro elenco”). Caspita, ma sono così importanti quei Paesi dell’elenco E da dedicare loro tanto spazio? Be’, sì: c’è la Cina, ad esempio. Ma, in realtà, quell’articolo 6, comma 1, diventa molto più rilevante perché è richiamato in un’altra parte del decreto, l’articolo 8, che non parla solo dei viaggi da e per i Paesi dell’elenco E, ma anche di coloro che hanno transitato o soggiornato nei quattordici giorni precedenti l’ingresso in Italia nei Paesi degli elenchi D ed E, e fra il 21 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021 anche nei Paesi dell’elenco C (l’UE e Schengen, in sostanza). A tutti costoro si applicano le misure previste dai commi iniziali dell’articolo 8 (da 1 a 5), che implicano l’obbligo di un tampone negativo e una quarantena, purché entrino in Italia “per motivi diversi da quelli indicati all’articolo 6, comma 1”.

Ohibò, qualcosa non torna: quei motivi elencano anche (come abbiamo visto sopra) cittadini stranieri dell’UE e di Schengen, e varie altre categorie di cittadini stranieri. E se si leggono con attenzione il comma 6 e il comma 7 dell’articolo 8, se ne deve ricavare (non c’è altra interpretazione possibile) che a quei cittadini stranieri che appartengono a Paesi dell’elenco C (UE e area Schengen), più ad altri autorizzati, è consentito di entrare previa l’effettuazione di un tampone (negativo, naturalmente), ma non è richiesta loro la quarantena, che invece è obbligatoria per i cittadini italiani. Se non sbaglio, ricordo un accenno a questo argomento della ministra Lamorgese, che spiegava che altre limitazioni ai cittadini UE e Schengen avrebbero costituito possibili violazioni ad accordi internazionali.

Ma attenzione: provate ora a consultare qualunque fonte accessibile che spieghi cosa devono fare i viaggiatori stranieri in visita in Italia durante il periodo di fine anno. Troverete invariabilmente “tampone e quarantena”, come del resto è indicato anche da una nota esplicativa del Ministero dell’Interno. Certo, di note esplicative ce n’è bisogno, perché si può immaginare che il povero agente delle forze dell’ordine, o il povero viaggiatore, possano andare in confusione se messi a confronto con il testo del decreto, magari con un tempo a disposizione molto breve, o senza comprendere a fondo la lingua (e quella lingua).

Note a margine di un piatto di spaghetti

Il problema è che almeno la parte del decreto che ho cercato di spiegarvi costituisce un esempio eccellente di quello che gli informatici chiamano spaghetti code, o spaghetti programming, senza necessariamente esibire atteggiamenti razzisti, ma riferendosi proprio al groviglio di linee così ben esemplificate da un piatto di spaghetti. Un programma per computer nel quale si salti continuamente da una parte all’altra, con l’uso frequente di istruzioni come “vai a” e l’indicazione di una posizione fissa, magari può anche funzionare, ma è illeggibile.

Chi insegna programmazione mette in guardia dallo spaghetti code, perché la chiarezza della struttura è un requisito fondamentale per scrivere bene e rapidamente un programma, e anche perché in questo modo il programma può essere letto e modificato facilmente anche da altri. Sono principi che dovrebbero essere seguiti anche (e soprattutto) da chi scrive un testo di legge, perché mentre un programma illeggibile può anche funzionare, un decreto illeggibile (e illogico) non funziona per definizione. Qualcuno vorrà fare un corso elementare di programmazione agli estensori dei nostri decreti?