Il grido di Cuperlo e una politica cinica

Molte sono le cose poco esaltanti che i cosiddetti partiti hanno commesso nella compilazione delle loro liste elettorali (forse un ulteriore incentivo all’astensionismo). Una delle rare manifestazioni di dignità etico-politica è apparso il rifiuto di Gianni Cuperlo di correre nel collegio di Sassuolo.

Tutti i suoi luogotenenti, politici più smaliziati e in fondo meno idealisti di lui, che molto lo hanno condizionato, rallentato (e danneggiato nel momento delle scelte, sul referendum e altro) hanno avuto rassicurazioni. Mentre lancia la sua sfida, Cuperlo rimane da solo, nessuno a lui vicino raccoglie il grido mite. Si ripete quello che già gli era successo quando rinunciò per dissenso alla carica di presidente del Pd.

Dell’ultimo segretario dei giovani comunisti si potrebbe dire quello che Lenin asseriva riguardo la figura di Bucharin. E cioè che si tratta di una persona cui, per il suo tratto, stile, letture, gentilezza non è possibile non voler bene. In un partito vero, cioè con delle idealità, nessuno oserebbe graffiare un dirigente della sua onestà e condotta così disinteressata. Ma (e questa è l’illusione che va rimproverata a Cuperlo come un grave errore politico) il Pd non è un partito capace di riconoscere le differenze, di rispettarle.

Se un politico di professione (anomalo come Cuperlo, perché nel tempo ha conservato un’etica della convinzione in lui ben radicata) ricorre al gesto estremo della rinuncia, il suo posto vacante viene subito ricoperto da un accademico. Quando si dice superiorità morale della società civile. Il ministro De Vincenti, che con gesuitico sgomitare si presta a rimuovere l’ombra di Cuperlo, svela la radicalità del male della politica italiana.

Un politico moderno nella comprensione dei linguaggi e delle tecniche della comunicazione e però antico nella coltivazione di ideali ormai bruciati dal pd (che propone nelle aree un tempo rosse i nomi di antichi cascami del centro-destra) non verrà rimpianto da una politica cinica e affaristica che si avvicina sempre più ad un precipizio.

Cuperlo dovrebbe anche riflettere però sulla natura del suo errore. Avrebbe dovuto molto prima di adesso compiere scelte inevitabili, imposte dalla natura reale del renzismo, che lui stesso denunciò in direzione con parole che parvero di fuoco. Anche per le difficoltà di ricominciare un lavoro credibile per la ricostruzione di una sinistra futura, un suo tempestivo abbandono del Pd avrebbe semplificato un percorso che ora cammina tra gli scogli.