Il grande fiasco della guerra, non si piange per le donne afghane

Si dice che la verità sia la prima vittima della guerra, e questo è certamente accaduto quando gli americani invasero l’Afghanistan. Ma spesso dopo alcuni lustri i media ricostruiscono correttamente quel che è accaduto. In Italia pare accadere l’inverso, col tempo alle bugie originarie si aggiungono malintesi e la verità svanisce in una nebbia di fandonie. Con il risultato che chi cerca nel passato indicazioni per evitare di ripetere errori si ritrova in mano una mappa lorda di macchie, fitta di errori. Dunque, cosa è successo in Afghanistan, e innanzitutto perché gli occidentali sono finiti laggiù?

Kabul

In questi giorni se ne leggono di tutti i colori. Vuole l’interpretazione prevalente che la Nato intendesse “esportare la democrazia”: ma questa, come vedremo, fu una motivazione aggiuntiva. Quale fu la motivazione reale? Sul Fatto Gino Strada racconta che agli americani interessava il petrolio, e cioè inserire l’Afghanistan “nella partita della rotta petrolifera che parte dai territori delle ex repubbliche sovietiche per arrivare in Occidente”; ma non potendolo confessare, lanciarono l’invasione accampando il pretesto voler difendere i diritti delle donne, soppressi dai Taliban. Non esistono teoriche rotte petrolifere che attraverso l’Afghanistan possano raggiungere alcun Paese occidentale. Il petrolio che interessava all’amministrazione Bush era in Iraq, sul quale infatti il ministro della Difesa Rumsfeld puntava già nella settimana successiva all’11 settembre.

Dietro la “guerra al terrore”

Per gli americani l’Afghanistan non aveva alcuna rilevanza strategica, era solo un impaccio. E infatti proposero in segreto all’emiro, il mullah Omar, un compromesso per evitare la guerra: se avesse espulso bin Laden (neppure consegnato, semplicemente espulso verso un Paese terzo, magari, chissà l’Iraq) gli americani avrebbero fatto “ponti d’oro” ai Taliban. La proposta fu consegnata all’ambasciatore dei Taliban a Islamabad, mullah Zaif, e al primo segretario della sede diplomatica, Popalzai, che si precipitarono a Kandahar dall’emiro. Come mi raccontò in seguito Popalzai, il mullah Omar rifiutò: si fidava ciecamente di bin Laden, e il saudita gli aveva giurato di non aver mai ordinato l’attacco alle Twin Towers (in parte potrebbe essere vero, nel senso che bin Laden probabilmente ignorava i concreti progetti dei terroristi che finanziava). Il “no” dell’emiro ai “ponti d’oro” promessi non lasciò vie d’uscita agli americani. Per quanto l’Afghanistan non rivestisse per loro interesse (se non per un irrilevante gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan progettato dalla californiana Unocal), ritennero inevitabile rispondere all’attacco alle Twin Towers, che era a tutti gli effetti un atto di guerra.

Cominciò così, nel modo casuale con cui un tempo cominciavano le guerre, la “war on terror”. Per inettitudine dei regnanti piuttosto che per una reale convenienza. Neppure ufficialmente la “war on terror” aveva alcuna relazione con il proposito di “difendere i diritti delle donne” e nascondeva il retro pensiero di mettere piede nella regione del petrolio, concretamente nell’Iraq, come in effetti avvenne l’anno dopo. I neocons dell’amministrazione Bush vi appiccicarono, probabilmente pensando a Saddam, il “regime change”: avrebbero rovesciato i regimi che alimentavano il terrorismo.

Democrazia d’esportazione e papaveri da oppio

Si trattava di trasformare l’Afghanistan in una simpatica democrazia parlamentare, attraverso libere elezioni. Il problema è che le simpatiche democrazie parlamentari non nascono dal nulla, richiedono innanzitutto uno stato di diritto abbastanza saldo, istituzioni credibili, perfino (è la tesi di studi recenti) un reddito pro-capite tale da sottrarre a ricatti l’elettorato. Dopo quarant’anni di guerre l’Afghanistan non aveva nulla di tutto questo. Sarebbe occorsa una lunga transizione. Invece si organizzarono frettolose elezioni, con capi di milizie etniche trasformati in capi di partito. Ma l’errore forse decisivo fu la riforma giudiziaria, cui l’Italia diede un contributo. Disegnava un sistema di tipo europeo, e cioè troppo complicato e inevitabilmente costoso per le necessità di un Paese miserrimo e disastrato. Risultato: almeno nelle zone pashtun la popolazione si affidò alle corti mobili dei Taliban, due mullah in motoretta che sbrigavano il processo in poche ore. Rapido, quasi gratuito, semplice (un solo grado di giudizio).

Il mullah Omar

Sul piano militare le cose non erano meno contorte. Nella suntuosa dimora dell’ambasciatore americano a Roma, Spogli, conobbi l’inviato dell’amministrazione Bush per l’Afghanistan, un cretino di dimensioni notevoli, non solo per la considerevole altezza. L’inviato aveva un’opinione pessima dei governi europei, i cui contingenti, accusava, tolleravano che l’Afghanistan restasse un’immensa piantagione di papavero da oppio. Una settimana dopo il New York Times pubblicò il reportage della sua corrispondente “embedded” con i marines americani: i quali, si raccontava, percorrevano a piedi chilometri tra file di papaveri senza infastidire gli agricoltori. Ma altrove l’aviazione americana inceneriva poveri coltivatori, omicidi miserabili che aizzavano alla rivolta i contadini e le loro famiglie (di papaveri vive un milione di afghani).

La riorganizzazione dei Taliban

Nel frattempo i Taliban riparati in Pakistan si riorganizzavano sotto la regia di Islamabad e del suo spionaggio. Oggi conterebbero tra gli 80mila e i 100mila guerriglieri, divise in bande largamente autonome. L’asse portante del “movimento” resta la Rete Haqqani, il network che fa capo a Sirajuddin Haqqani, figlio di quel Jalaluddin che fu tra i principali strumenti coi quali le Forze armate pakistane montarono la guerra contro i sovietici. Per quanto i negoziatori dell’emiro abbiano promesso che autorizzeranno le bambine afghane a studiare, lì dove i Taliban controllano il territorio ogni comandante locale si regola come preferisce: alcuni autorizzano, altri chiudono. Queste e altre difformità portano a ritenere che l’emiro attuale abbia scarso controllo delle sue truppe: qualunque cosa prometta, è previsione unanime che i Taliban si lanceranno su Kabul appena la Nato sarà fuori dall’l’Afghanistan. Le ragazze che hanno ammazzato nelle ultime settimane (giornaliste, doppiatrici, una poliziotta, paramediche che praticavano vaccinazioni anti-polio) non lasciano dubbi su quel che sarebbe l’Afghanistan se tornasse sotto il loro tallone (sugli omicidi mirati leggi qui).

Due delle giornaliste uccise di Enikass radio tv

Poiché gli occidentali devono negoziare con l’emiro i salvacondotti per rimpatriare i contingenti Nato, nel futuro prossimo faremo finta che i Taliban siano patrioti afghani, non una sommatoria caotica di gruppi per gran parte dipendenti dal Pakistan e imparentati con la vasta famiglia degli islamo-fascismi. E inevitabilmente ci diremo che la sorte delle afghane non ci riguarda, inevitabile lavarsene le mani, “la democrazia non si esporta”, inutile tentare di imporla a popolazioni “estranee ai valori occidentali’.

Chi salverà le ragazze afghane?

Questa vulgata già adesso pare egemone sui media italiani. Il diritto di istruirsi e di lavorare è riconosciuto alle donne da tante società non occidentali e da regimi che non sono democrazie, perfino da una teocrazia islamica come l’Iran; ed era concretamente praticato già venticinque anni fa dalle studentesse delle università afghane. Ma tutto questo non sembra presente ai nostri media, che così si ritagliano un loro ruolo nello spettacolo del grande fiasco occidentale. E stupisce, salvo rare eccezioni, il silenzio di femministe e giornaliste.

Però non tutto è buio: proprio la fuga della Nato potrebbe obbligare i grandi attori dell’area (Cina, Russia, Iran, India) a scongiurare il rischio che l’Afghanistan diventi un esportatore di grave instabilità, quale sarebbe se tornasse emirato talibano o implodesse in una guerra civile generalizzata. Chissà che non siano non-democrazie “estranee ai nostri valori” ad offrire alle ragazze afghane un aiuto, sia pure involontario e indiretto.