Occidente a consulto: ancora sanzioni a Mosca e armi a Kiev

La stringatezza dei comunicati con cui la Casa Bianca e le cancellerie di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia hanno dato conto della teleconferenza tra Joe Biden e i leader europei non deve trarre in inganno. I problemi che i quattro hanno cominciato a discutere in poco più di un’ora di collegamento sono enormi: l’avventura militare di Vladimir Putin ha scaraventato sui leader dell’Occidente non solo l’angoscia per le immagini dei bombardamenti e il sangue dei civili uccisi in Ucraina, ma anche le inquietudini per quello che succederà ancora, accompagnate e rese più angosciose dalle incertezze – e le divisioni –  su come si deve rispondere alla sfida della guerra.

Tra poche ore tutto sarà l’oggetto di un confronto politico che nelle forme non ha precedenti e rende bene l’idea della drammaticità del momento. Giovedì mattina si terrà a Bruxelles un vertice straordinario della NATO, il pomeriggio sarà la volta dei leader del G7 presieduto dalla Germania e la sera i capi di stato e di governo dell’Unione si riuniranno in un Consiglio europeo cui parteciperà anche Biden. Circostanza eccezionale pur se, a differenza di quanto ha dichiarato Mario Draghi, almeno un precedente c’è: quello di Obama che prese parte a un vertice straordinario a Praga dodici anni fa. Il presidente americano, poi, il giorno successivo sarà a Varsavia, a portare la propria solidarietà al paese che ha le più pesanti ragioni per inquietarsi di quanto succede oltre i suoi confini orientali e che si sta facendo carico più degli altri, almeno per il momento, dell’ondata di rifugiati mossa dalla guerra.

Varsavia vuole la NATO in Ucraina

Proprio il governo di Varsavia nelle ultime ore ha cercato di ritagliarsi un ruolo di protagonista nell’iniziativa occidentale tirando fuori dal cassetto una proposta a sorpresa. Il premier Mateusz Morawiecki ha fatto sapere che al vertice NATO presenterà la richiesta che venga organizzata una missione peacekeeping composta da forze militari dei paesi dell’alleanza da inviare in Ucraina. Non sfugge a nessuno il fatto che una missione simile rappresenterebbe di fatto l’entrata della NATO nel conflitto, ben più della no-fly zone insistentemente richiesta dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky e sempre rifiutata, et pour cause, dai vertici dell’Alleanza e da Washington. Fonti ufficiali dell’amministrazione americana, infatti, si sono affrettate a dichiarare la contrarietà degli Stati Uniti.

Fiala, Morawiecki, Kaczynski e Jansa a Kiev

Se la proposta giovedì arriverà davvero in discussione al vertice è molto probabile che venga respinta. Potrebbe, però, trovare qualche sostegno: per esempio dai leader del gruppo di Visegrád che giorni fa hanno accompagnato Morawiecki a Kiev, e cioè il ceco Petr Fiala e lo sloveno Janez Janša.

C’è da ricordare, a questo proposito, che il primo cenno a una non meglio precisata “missione NATO” in terra ucraina era stato fatto proprio in quell’occasione a Kiev dal vicepremier polacco Jarosław Kaczyński, leader del partito ultranazionalista PiS e figura di spicco del sovranismo antieuropeo. Anche esponenti di governo delle repubbliche baltiche, forse l’estone e il lettone, potrebbero essere tentati di unirsi all’iniziativa polacca in una sorta di alleanza informale tra i paesi più preoccupati (non senza ragione) dal neo imperialismo di Putin.

Come s’è detto, la mossa polacca ha più che altro la caratteristica di una provocazione per smuovere le acque. Ma sarebbe sbagliato prenderla sottogamba e sottovalutarne il senso e le possibili implicazioni. Certe iniziative, come il viaggio a Kiev dei tre di Visegrád, e certi discorsi, come quelli che va ripetendo quasi ogni giorno in tuta militare la vicepresidente ucraina Iryna Vereshchuk, testimoniano una certa tendenza a forzare l’orientamento dei paesi della NATO perché si spingano ben più di quanto stanno già facendo nel sostegno all’Ucraina aggredita, magari con qualche iniziativa limitata vòlta a saggiare la consistenza del bluff nucleare di Putin. Ammesso che sia un bluff…

Oggi Zelensky al Parlamento italiano

Senza arrivare a questo e restando sotto la soglia della richiesta della no-fly zone, si direbbe che alla tentazione non si sottragga del tutto neppure Zelensky, in certi toni e in certi argomenti – ad esempio quello secondo il quale la terza guerra mondiale è già cominciata – nei discorsi riservati ai parlamenti, che talvolta sembrano quasi avere il tono dell’appello ai buoni sentimenti e alle memorie storiche dell’opinione pubblica contro le prudenze e le esitazioni dei governi. Oggi il presidente polacco parlerà alla Camera e al Senato italiani e si potrà vedere se questa sua attitudine troverà conferma.

Entro il limite autoimposto del non-intervento militare, i capi di stato e di governo impegnati nel tour-de-force di giovedì avranno modo quanto meno di discutere e forse di approvare già in sede di Consiglio NATO e di Consiglio europeo misure di sostegno alla resistenza degli ucraini e di contrasto alla violenza degli aggressori russi da aggiungere a quelle già in vigore.

Stando alle dichiarazioni di alcuni dei ministri degli Esteri che hanno partecipato alla riunione preparatoria e dell’Alto Rappresentante per gli esteri e la sicurezza Josep Borrell nei tre vertici verrebbe varato un quinto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Nessuno è entrato nei dettagli, ma visto che in fatto di misure economiche e finanziarie la sensazione

Josep Borrell

è che si sia già raschiato il fondo del barile dei danni possibili, un ulteriore margine di manovra potrebbe essere cercato in due modi. Il primo è convincere a partecipare  i paesi, tanti, che non aderiscono alle sanzioni occidentali e, nel caso, punire quelli che in vario modo le boicottano o consentono ai russi di eluderle, primo fra tutti la Cina. Il secondo è aggredire l’unico comparto che, come tutti sanno (e qualcuno se ne vergogna), non è stato minimamente aggredito: quello delle forniture di energia di origine fossile.

Il nostro ministro degli Esteri ha fatto l’elenco di tutti i paesi che negli ultimi giorni ha visitato, insieme con il presidente dell’Eni, alla ricerca di possibili fornitori che ci potrebbero aiutare se rinunciassimo almeno a una parte del gas russo. Sono tanti, ma insieme non mettono insieme una quantità che ci permetta di rinunciare a una quota significativa delle forniture russe. Lo stesso (e anche peggio) vale per la Germania e il problema non è meno grave se si considera il petrolio. Qui, anzi, Mosca ha anche una carta da giocare in più. Lo si è visto negli ultimi giorni quando, con la minaccia di mettersi di traverso al raggiungimento del sospiratissimo accordo sul nucleare iraniano si è capito che potrebbe strappare a Teheran la promessa che non sostituirà con le sue forniture, per esempio alla Germania, quelle cui i russi dovessero rinunciare per le sanzioni.

Armi “offensive”

Ci saranno poi le decisioni da prendere, o le discussioni da fare perché non pare che tutti siano d’accordo, su ulteriori forniture di armi all’Ucraina. Stavolta, è stato anticipato da fonti della NATO, le armi che verranno assegnate agli ucraini non saranno più solo “difensive”, ma anche “offensive” (ammesso che la distinzione abbia sempre un senso). Nulla sarebbe stato ancora deciso, ma si parla di carri armati, di artiglieria pesante e di aerei da combattimento. Gli ucraini sarebbero messi in condizione di contrattaccare, ma il prezzo da pagare sarebbe un’ulteriore escalation che forse allontanerebbe ancor di più la prospettiva di una tregua e di trattative per la fine del conflitto. Insomma, il dilemma che lacera i sostenitori della pace fin dall’inizio di questa guerra.

Alla riunione della NATO ci sarà anche il premier turco Recep Tayyip Erdoğan che, da giorni, continua a dire e a far dire al suo ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu che un accordo non solo è possibile ma è anche vicino. Tutti lo sperano, pochi ci credono.