Il governo tra propaganda e assenza di progetti spinge l’inflazione

Le politiche economiche del governo delle destre sono un misto di propaganda e interventi “segnaposto”, cioè promesse di azioni future. La distanza tra promesse elettorali e realtà è avvertita anche da Giorgia Meloni che ha cercato di dimostrare l’indimostrabile.

Le attese per il deficit pubblico erano talmente pessimiste che è passato come atto “normale” lo scostamento di bilancio di un punto di Pil, 20 miliardi di euro, dando continuità alle misure prese da Draghi. Il tanto rivendicato scostamento è servito solo a continuare scelte precedenti. La decisione di prelevare meno dalle aziende che hanno speculato sull’esplosione dei prezzi delle fonti energetiche rispetto a quanto aveva deciso Draghi ha aperto un serio problema. Da 10 miliardi di euro si è passati a 2,5 miliardi, i 7,5 mancanti sono stati trovati altrove. Per questo l’attacco al reddito di cittadinanza è stato così aspro e irragionevole.

Pensioni e tagli

Altra voce tagliata selvaggiamente è la rivalutazione delle pensioni sopra 4 volte il trattamento minimo, 17 miliardi in 3 anni. Il Ministro Giorgetti non ha trovato di meglio che ispirarsi a quanto fatto da altri governi in passato, riducendo le pensioni di milioni di persone in un momento di alta inflazione. Non intervenire sul sistema pensionistico con le leggi di bilancio dovrebbe essere un imperativo, perchè così si altera il sistema previdenziale. Alterando il risultato si allenta l’interesse ai versamenti di chi lavora con la conseguente disgregazione del sistema pubblico. Altri miliardi sono stati raccolti qua e là.

La parte peggiore è il loro impiego: un bricolage di annunci di politiche care alle destre. L’intervento più grave è l’anticipo della flat tax per le partite Iva fino a 85.000 euro che ha creato una frattura sociale preoccupante tra autonomi e dipendenti. Le giustificazioni portate da Meloni e dal governo rasentano il ridicolo.

I condoni sono un altro capitolo preoccupante. Il governatore della Banca d’Italia Visco ha ricordato che i condoni costano almeno  1,6 miliardi. Per ora è stato bloccato il condono penale, ma tornerà. Altro intervento sbagliato sono le assunzioni dei giovani sotto i 35 anni perchè è previsto che sia usato al nord in un rapporto 10 a 1 rispetto al Sud. Il Governo Meloni non ha dimostrato attenzione al Mezzogiorno.

La gestione di Giorgetti, Ministro dell’Economia, è stata deludente, senza coraggio, caratterizzata dalla preoccupazione per le spinte della maggioranza, ma il Mef è decisivo, lo sarà, ad esempio, sulle scelte in materia di risorse dallo Stato alle Regioni. Calderoli nella bozza per l’autonomia regionale differenziata arriva a dare 30 giorni al Mef per pronunciarsi, altrimenti il governo (cioè lui) procederebbe comunque nelle decisioni, con buona pace dei conti pubblici e dell’equilibrio territoriale. Mai vista una norma del genere.

Sottovalutato l’aumento dei prezzi

In questo ambito preoccupa l’atteggiamento del governo verso l’inflazione. Anche il governo Draghi ha sottovalutato la crescita rapida dei prezzi e si è concentrato sul contenere i contraccolpi della crescita dei prezzi dell’energia, prelevando parte dei profitti dei colossi delle risorse energetiche. Ma ora rischiamo molto di più perchè gli aumenti dei prezzi in Italia sono arrivati ai livelli tra i più alti d’Europa.

A dicembre l’inflazione è arrivata a + 11,6% su base annua, questo rende più difficile la concorrenza dei prodotti italiani e drena risorse ingenti dai redditi fissi e dal piccolo risparmio. Draghi forse sperava che il fenomeno tornasse a livelli più accettabili, tanto che fino al nuovo governo ci si è fatti un vanto di non fare altro debito pubblico, usando le maggiori entrate che l’aumento dei prezzi metteva a disposizione. Ma se prima aumentano le entrate, dopo l’inflazione diventa un cappio al collo per le finanze pubbliche perchè aumenteranno le uscite e il costo del debito pubblico.

L’inflazione muove in profondità i rapporti di forza tra i redditi e le classi sociali, basta pensare alla povertà arrivata a 6 milioni di persone e tuttora in crescita. Il fenomeno a questi livelli è una “tassa” automatica, la più ingiusta socialmente.

I lavoratori dipendenti ne risentono pesantemente perchè se i contratti non vengono rinnovati a livelli adeguati viene programmata una riduzione dei salari. Se salari, redditi fissi, pensioni e piccolo risparmio vengono erosi la domanda interna diminuisce e la recessione è alle porte.

E’ esattamente questo il pericolo a cui siamo di fronte: una riduzione dei redditi che porta alla recessione, a meno di riuscire a compensare con le esportazioni, tutt’altro che facile visto che l’economia mondiale sta rallentando pesantemente sotto i colpi della guerra e del Covid. Mentre gli Usa stanno investendo molto denaro pubblico per la concorrenzialità delle loro imprese.

La stagnazione o peggio la recessione rendono più stretti i margini di manovra delle finanze pubbliche.

Meloni e le accise

Curioso che Meloni abbia dimenticato il suo attacco frontale alle accise quando diceva che andrebbero abolite, mentre appena arrivata al governo le ha aumentate togliendo il freno ai prezzi dei carburanti. Con le misure di aumento decise dal governo: carburanti, autostrade, tariffe di varia natura, l’inflazione viene aumentata.

La cultura del controllo delle variabili economiche, compresi i prezzi, è stata accantonata, con il risultato che chi ha potuto farlo ha aumentato i prezzi, con casi clamorosi e quando parte la “mandria” gli aumenti dei prezzi diventano incontrollabili. Il paragone può essere il passaggio all’euro.

Le destre continuando con misure come queste provocheranno conseguenze e reazioni sociali. L’inflazione va affrontata con politiche volte a contenerla e individuando con chiarezza dove prendere le risorse per contribuire a rilanciare l’economia e l’occupazione senza pesare sulla parte più debole della società.

I lavoratori dipendenti italiani negli ultimi 20 anni hanno perso il 3 % di potere d’acquisto e sono il fanalino di coda dei salari d’Europa, che invece sono cresciuti, è evidente che non ci sono spazi per ulteriori riduzioni.

Le destre al governo hanno l’obbligo di darsi una politica anti inflazione per scongiurare il peggio, ricostruendo un confronto vero con le forze sociali, sindacati in particolare, mettendo in sicurezza settori fondamentali della coesione sociale come sanità, scuola, ricerca, università, assistenza, sistema previdenziale.

Un dialogo serio potrebbe contenere le spinte di settori della maggioranza verso una politica delle mance a singoli settori sociali.

L’Italia potrebbe sbandare. Del resto le scelte della BCE sono tornate a prima di Draghi. Non era obbligatorio che l’aumento del costo del denaro si sommasse alla fine dell’acquisto dei titoli pubblici, italiani e di altri paesi. La Bce è tornata a prima del “whatever it takes” di Draghi.

L’opposizione divisa e incapace di reagire può dare l’impressione di una tranquillità ingannevole alle destre al governo. Per questo le opposizioni non debbono limitarsi a mettere in piedi una politica stanca e inefficace ma dovrebbero cercare di individuare alcuni filoni essenziali, ad esempio governare l’inflazione, accelerare la transizione dai fossili alle energie rinnovabili, puntare su investimenti nei settori innovativi.

L’opposizione deve impostare una iniziativa incalzante verso il governo, con proposte concrete e l’inflazione è certamente una emergenza. Anche le forze sociali possono dare un contributo forte di proposte e di iniziative, puntando a sventare l’approccio corporativo delle destre.