Il governo si nasconde nell’ambiguità sulle misure contro il covid “cinese”

Il 28 dicembre scorso il Ministero della salute italiano ha emanato una ordinanza  per la quale a tutti i passeggeri in arrivo nel nostro Paese con voli diretti dalla Cina viene fatto obbligo di sottoporsi a un test antigenico per il Covid-19;  qualora risultasse positivo, c’è l’obbligo di sottoporsi a un test molecolare. Se anche questo fosse positivo, la persona deve mettersi in isolamento fiduciario da cui può uscire con un test antigenico o molecolare negativo.

Due giorni dopo viene approvato il cosiddetto decreto Rave, il quale contiene un articolo che abbrevia i tempi dell’isolamento di chi è risultato positivo al virus SARS-Cov-2 da 10 a 5 giorni. Il provvedimento sembrerebbe applicarsi agli asintomatici, in attesa di una circolare che ne chiarisca l’attuazione. In questo caso non sarebbe più necessario il test negativo per uscire dall’isolamento. Quest’ultima regola però, secondo l’ordinanza del 28 dicembre, non si applica a chi in arrivo dalla Cina è risultato positivo, creando così dei “sorvegliati speciali” che dovranno comunque esibire un test negativo per sospendere l’isolamento.

Il 29 dicembre è stata inoltre emanata una circolare dal titolo: “Interventi per la gestione della circolazione del SARS-CoV-2 nella stagione invernale 2022-23”. Una circolare un po’ tardiva, ci viene da dire, visto che l’inverno è cominciato da un bel pezzo, ma che non contiene niente di rivoluzionario. Vi si dice infatti che “sebbene l’evoluzione della pandemia sia allo stato attuale imprevedibile, il nostro Paese deve prepararsi ad affrontare un inverno in cui si potrebbe osservare un aumentato impatto assistenziale attribuibile a diverse malattie respiratorie acute, prima fra tutte l’influenza, e alla possibile circolazione di nuove varianti di SARS-CoV-2, determinato anche dai comportamenti individuali e dallo stato immunitario della popolazione.
Si evidenzia la necessità di intensificare il sequenziamento al fine di raggiungere una numerosità sufficiente a identificare l’eventuale circolazione di nuove varianti”. Insomma, cose che si sanno, e che forse sarebbe stato più giusto ricordare nell’autunno scorso, ma che sono tornate di attualità con la questione della Cina.

Fatto il punto sulla questione circolari, cerchiamo di capire cosa sta succede in Cina dove la gestione della pandemia non è stata sicuramente efficace. Lo spiega anche un articolo su The Lancet. La strategia di contenimento che in Cina è stata chiamata “zero Covid” consiste in un programma di test aggressivo, contact tracing, isolamento e quarantena applicate in modo poliziesco. In questo modo all’inizio il numero dei casi e quello dei morti sono stati tenuti a un basso livello, ma questo ha richiesto ripetuti interventi di lockdown estesi a grandi aree del paese. Il problema è che ad ogni riapertura si manifestavano delle riprese dei contagi e quando a dicembre di quest’anno il governo cinese ha abbandonato completamente la politica di chiusura, in seguito alle rivolte popolari, è partita un’ondata di contagi imponente. La politica del contenimento è stata applicata anche da altri Paesi nei primi due anni della pandemia, ma poi abbandonata nel momento in cui una larga parte della popolazione era stata vaccinata. In Cina invece, questa ripresa drammatica (si parla di 300 milioni di casi e centinaia di migliaia di morti) è dovuta al fatto che nel frattempo non si è realizzata una campagna vaccinale efficace. I tassi di copertura sono bassi, anche nella popolazione più a rischio e, contemporaneamente, i vaccini utilizzati hanno una efficacia inferiore rispetto a quelli utilizzati in altri Paesi.

Il rischio varianti

Quale è il rischio di questa situazione per i Paesi come il nostro dove è stato raggiunto un buon livello di controllo dell’infezione? L’alta circolazione del virus si è accompagnata negli anni passati all’emergere di varianti, alcune delle quali divergono molto dai ceppi precedentemente circolanti e che quindi si diffondono a dispetto di un’immunità acquisita tramite precedenti infezioni o vaccinazioni. Questo è successo, ad esempio, per la variante Delta in India e per la Omicron in Sudafrica. Il rischio oggi è che nasca in Cina una nuova variante che non sia semplicemente l’evoluzione di quelle già circolanti, ma che sia in grado di innescare nuove ondate a livello globale.

La cosa positiva è che i primi dati che arrivano dalla Cina così come la caratterizzazione del virus isolato in paesi occidentali in persone che provengono dalla Cina mostrano la circolazione di sottovarianti di Omicron, simili a quelle che già circolano a livello globale, come ha ribadito anche il ministro Schillaci: “Al momento  le poche informazioni che arrivano dalla Cina indicano che le varianti che stanno alimentando questa nuova imponente ondata di contagi sono le stesse che già circolano da tempo a livello globale, ancora quindi all’interno delle sottovarianti di Omicron”.  Resta la necessità di sorvegliare questo fenomeno e questo ha indotto molti altri paesi – dagli Stati Uniti alla Spagna, la Francia –  oltre l’Italia a introdurre l’obbligo del tampone per chi viene dalla Cina.

Visto lo stato della situazione, è tanto più importante la vaccinazione con gli attuali vaccini bivalenti che garantiscono una buona protezione dalla malattia grave. Purtroppo però dal presidente del Consiglio non arriva una parola chiara su questo fronte: durante la sua conferenza stampa Giorgia Meloni infatti ha detto che i fragili e gli anziani “sono i soggetti più a rischio e su cui mi sento di fare un invito più deciso”, mentre per gli altri l’invito è semplicemente di rivolgersi al medico. Un po’ poco per uscire dall’ambiguità.