Il governo perde la guerra dei porti, tutti a terra i profughi a Catania

È finita come doveva finire. Come la Costituzione italiana, le leggi del mare, il diritto internazionale e molto semplicemente la logica, la decenza e il buon senso imponevano che finisse. I 211 profughi imbarcati sulla nave Geo Barents, il “carico residuo” nelle parole del ministro dell’Interno che pare non aver ancora capito quanto dovrebbe vergognarsene, cioè quelli che il governo italiano voleva espellere in mare aperto in base all’aberrante “selezione” disposta in spregio a tutte le leggi, sono scesi a terra tra gli applausi dei manifestanti che da giorni assistevano allo sconcio spettacolo inscenato nel porto di Catania sulla loro pelle. Due, un ragazzo e un uomo ambedue siriani, lo avevano già fatto gettandosi in acqua e raggiungendo a nuoto il molo, dove hanno trascorso tutta la notte stesi sul cemento. Forse proprio il loro gesto disperato – il più giovane è stato ricoverato in ospedale con la febbre alta- ha sbloccato la situazione offrendo il motivo per una nuova ispezione a bordo della nave, compiuta stavolta non da fantomatici funzionari del ministero della Salute, ma da una equipe di psichiatri e piscologi. I quali non hanno avuto alcuna esitazione a sancire professionalmente ciò che qualsiasi persona con il cervello in testa sapeva già di suo: quelle persone, stremate dalla prigionia subita in Libia e da tanti giorni di permanenza in mare, non erano in grado di sopportare un prolungamento della loro odissea.

Triage psicologico sui migranti che non sono potuti sbarcare sulla Nave Geo Barents
Triage psicologico sui migranti che non sono potuti scendere dalla nave Geo Barents. Foto di Massimo Di Nonno

Anche per i 35 del “carico residuo” sulla Humanity 1 si profila lo sblocco e le operazioni di sbarco dovrebbero concludersi questa mattina. Intanto una terza nave, la Rise Above, che aveva salvato 89 naufraghi, aveva potuto farli scendere a Reggio Calabria. Senza problemi e senza dover subire le angherie riservate alle altre due imbarcazioni. Il beneplacito era arrivato dal ministero dell’Interno in base al fatto – si è sostenuto –  che il salvataggio sarebbe stato “legale” nell’autoproclamato codice inventato dal governo Meloni perché sarebbe avvenuto nell’area SAR dell’Italia e che a differenza degli equipaggi della Geo Barents e della Humanity 1 quello della Rise Above avrebbe “collaborato” con la guardia costiera italiana.

Una doppia bugia

Si tratta di una doppia bugia. Non è vero infatti che gli altri equipaggi non avessero “collaborato” visto che avevano segnalato continuamente alle autorità italiane la loro attività, chiedendo di essere indirizzati nel porto sicuro più vicino. E soprattutto non è vero che il salvataggio sia avvenuto nell’area SAR dell’Italia: lo stesso capitano della nave ha detto chiaro e tondo che i naufraghi sono stati raccolti nella zona di competenza di Malta. Non c’è stata insomma alcuna differenza nel comportamento delle tre navi, ma evidentemente il ministro Piantedosi deve aver capito che non si poteva permettere una terza prova di forza quando già sulle prime due si profilava, per lui e per tutto il governo, un disastro.

La quarta nave carica di persone salvate in mare, la Ocean Viking, invece, ha lasciato le acque della Sicilia e si sta dirigendo verso Marsiglia, dove dovrebbe arrivare domani, giovedì. È stato il presidente francese in persona a disporre la concessione del porto con una decisione che forse –così s’è detto- avrebbe preso dopo un contatto avuto con Giorgia Meloni in margine alla conferenza Cop 27 a Sharm el-Sheikh. Una mossa, quella di Macron, ispirata da evidenti ragioni umanitarie dopo che lui stesso e la sua ministra per gli Affari Europei Laurence Boone avevano unito la loro voce al coro di critiche e di richiami al dovere di rispettare le leggi internazionali che da Bruxelles, dall’ONU, da tutte le organizzazioni internazionali che hanno voce sulle questioni relative ai diritti umani, da diverse cancellerie, dalla conferenza dei vescovi italiani (che non ha mancato di stigmatizzare la volgarissima speculazione montata da alcuni giornali sulle parole del papa), dai partiti delle opposizioni, con molto ritardo e percepibile imbarazzo dei cinquestelle, sono arrivate e continuano ad arrivare al governo italiano. Solo una voce si è levata a elogiare Meloni e i suoi ministri per aver “difeso i confini dell’Europa”: quella di Viktor Orbán. Nessuno se n’è stupito.

Legalità e collaborazione

La scelta compiuta da Parigi indica, se ce ne fosse ancora bisogno, che sulla questione dei profughi in arrivo sulle coste italiane non c’è altra strada che il rispetto della legalità internazionale e la collaborazione con gli altri stati dentro la cornice degli accordi e della politica europea. Sbattere i pugni sul tavolo, come vorrebbe la bolsa retorica nazionalpopulista della destra-destra, non serve e soprattutto non servono le prove muscolari come quella messa in scena a Catania. Bisognerebbe spiegarlo a Matteo Salvini, la cui ottusa fissità nelle proprie convinzioni lo ha portato ieri a rivendicare come una “vittoria” la decisione francese di accogliere i profughi a Marsiglia. È difficile che la presidente del Consiglio sia in grado di spiegare alcunché, visto che sulla materia ha idee forse ancora più confuse del suo ingombrantissimo vice e continua a sostenere ipotesi impraticabili, come la creazione di hot spot in Africa o la “selezione” dei migranti fatta dai capitani delle navi, nonché scenari strampalati come un blocco navale “europeo” sulla base del programma Sofia dell’Unione che serviva a tutt’altro. C’è solo da sperare che il prefetto messo a fare il ministro manovrato con i fili tirati da Salvini eviti di combinare altri guai e ritrovi un po’ della professionalità e della dignità cui sarebbero tenuti i servitori dello Stato.