12 governi europei: “Costruiamo un muro contro i migranti”

Donald Trump ha fatto scuola. Dodici governi dell’Unione europea, tutti quelli di orientamento sovranista più (purtroppo) quello danese presieduto da una socialdemocratica e sostenuto da una maggioranza di sinistra, chiedono che la Commissione e il Consiglio europeo autorizzino la costruzione di un muro che impedisca i passaggi di profughi e richiedenti asilo alle frontiere sudorientali dell’Europa per bloccare la cosiddetta “rotta balcanica”. Una iniziativa politica vergognosa, che non ha alcuna possibilità di essere accolta, e che è stata accompagnata da un altro rigurgito di sovranismo: una sentenza della Corte costituzionale polacca ha declamato che il diritto nazionale polacco è superiore al diritto comunitario europeo. Uno stravolgimento della principale delle regole comuni che l’Europa si è data che se passasse significherebbe l’uscita della Polonia dall’Un ione e se venisse generalizzata rappresenterebbe la fine dell’Unione come entità giuridica e politica. E questo per l’iniziativa di una Corte che è stata pesantemente “aggiustata” dal regime di destra di Varsavia, tant’è che proprio le interferenze del potere politico sui giudici supremi sono il principale capitolo dei procedimenti per infrazione aperti da Bruxelles contro l’attuale governo polacco.

Provocazione

Diciamo subito che nessuno dei due colpi sferrati dal sovranismo ieri contro l’Unione europea ha la minima possibilità di passare. I dodici governi che reclamano il muro – e cioè quelli di Austria, Bulgaria, Cechia, Cipro, Danimarca, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Ungheria – sono una minoranza sia in termini numerici che di popolazione, e quindi di voti nel Consiglio, e la commissaria UE competente Ylva Johansson ha detto subito che Bruxelles non può impedire che gli stati, per conto proprio, costruiscano sbarramenti ai confini ma che non esiste alcuna possibilità che le istituzioni comunitarie accettino l’idea che si possa gestire il problema dell’immigrazione con muri e fili spinati. Le “forti pressioni migratorie” che – ha detto – i paesi europei stanno sostenendo, e alle quali contribuisce da qualche tempo la durissima repressione del dissenso attuata dall’autocrate bielorusso Aljaksandr Lukashenko, vanno gestite con lo strumento politico del Patto sull’immigrazione e l’asilo, che prevede tutte le misure necessarie nel rispetto dei diritti umani. E va detto che se le misure del Patto sono in ritardo e non stanno funzionando è proprio per colpa dei molti dei paesi che ora vogliono il muro, a cominciare da quelli del gruppo di Visegrád.

Resta da chiarire perché, allora, i dodici governi abbiamo preso questa sciagurata iniziativa. Secondo i primi commenti degli osservatori di Bruxelles si tratterebbe, in realtà, di una provocazione a freddo, un modo di mettere le mani avanti, alzando la posta in gioco in vista del Consiglio europeo di fine ottobre al cui ordine del giorno figura proprio la gestione dell’immigrazione. In sostanza, il fronte sovranista vorrebbe impedire che il Consiglio recepisca le istanze dei paesi che, come l’Italia e la Spagna hanno confini di mare e non di terra e che chiedono da sempre, giustamente, che il carico degli arrivi e delle ospitalità venga condiviso con maggiore spirito di solidarietà tra i paesi dell’Unione. Finora l’Ungheria, la Polonia e altri paesi non solo si sono rifiutati di accogliere la loro quota di migranti o, almeno, di contribuire finanziariamente alle spese per l’accoglienza, ma, come ha fatto Orbán ai confini esterni con l’Ucraina e la Serbia, il muro se lo stanno costruendo col filo spinato e con disumani trattamenti nei confronti di quelli che provano ad entrare nel paese.

Demagogia di Salvini e Meloni

Questo aspetto della vicenda del tutto strumentale e volontariamente lesivo degli interessi italiani pare essere totalmente sfuggito a Matteo Salvini, il quale si è affrettato a complimentarsi con i “governi di tutti i colori” (in realtà, tolta la Danimarca, il colore di tutti è lo stesso e si colloca tra la destra e il sovranismo) che chiedono la costruzione del muro e a chiedersi retoricamente “e l’Italia che fa?”. Non c’è ragione di dubitare sul fatto che a Bruxelles l’Italia “farà” le cose giuste, ovvero difenderà i princìpi, i diritti umani e anche i propri interessi, considerando il fatto che un blocco ancora più duro della “rotta balcanica” non potrebbe far altro che aumentare la pressione dei migranti che arrivano per mare proprio da noi, oltre che in Spagna e in Grecia. Cosa che Salvini e i suoi amici-nemici di Fratelli d’Italia sembrano mettere allegramente in secondo piano dietro alla loro miserevole  demagogia acchiappavoti.

Per restare in tema di destra e tutela degli interessi nazionali, va citata anche la sortita di Giorgia Meloni, la quale ha pensato bene di complimentarsi con la presidente della Corte costituzionale polacca per il suo “coraggio” e di lanciarsi in una spericolata ricerca di precedenti sul primato del diritto nazionale su quello europeo anche in Germania dove, secondo lei, la Corte costituzionale si sarebbe comportata, in passato, come quella polacca. Naturalmente non è così: le sentenze cui, presumibilmente, si riferisce la leader di Fratelli d’Italia riguardavano l’illiceità di alcune disposizioni comunitarie perché il governo federale, attuandole, non aveva consultato il Bundestag. I giudici di Karlsruhe, insomma, difendevano il principio dei diritti parlamentari, non certo una presunta superiorità del diritto nazionale sui quello europeo.

È del tutto evidente che se, per assurdo, passasse il principio affermato dalla Corte polacca non ci sarebbe un’”altra Europa”, l’”Europa delle Nazioni” come va farneticando la destra-destra sovranista, ma tutto l’edificio comunitario crollerebbe, giacché non può esistere un’entità politica senza una propria sovranità nel diritto. L’unica conseguenza che si potrebbe trarre dalla sentenza polacca (se non verrà ritrattata o ridimensionata) è l’uscita del paese dall’Unione e infatti i giornali popolari vicini al partito del padre padrone della politica polacca Jaroslaw Kaczyński scrivevano già ieri sera di “Polexit” all’orizzonte. Sorvolando sul fatto che la Polonia non è la Gran Bretagna, la quale la sua Brexit la sta pagando amaramente ma è in grado comunque di sopravvivere economicamente. La Polonia uscita dal mercato comune e privata dei sostanziosissimi fondi europei di cui gode andrebbe verso un fallimento certo. Se lo faccia spiegare, Giorgia Meloni, dai suoi colleghi del gruppo dei Conservatori e Riformisti (sic) che presiede al Parlamento europeo.