Il fascino della Russia fatale legato al sol dell’avvenire

“Russia fatale, Russia rivoluzione, al rombo del cannone…”, con quel che segue. Un pezzo, non irrilevante, della fascinazione che la Russia esercita su alcuni, viene proprio dalla rivoluzione bolscevica, che avrebbe dovuto realizzare il “sol dell’avvenir”. Ma la Russia, secondo una celebre definizione di Winston Churchill, è anche “un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma”.

Uno stato costruito attorno al mito della “Terza Roma”

Rivoluzionaria, misteriosa, letteraria ed eternamente legata alla sua terra, ai suoi riti antichi, costruiti attorno al mito della “Terza Roma”, che nemmeno l’ateismo di stato è riuscito a sradicare. Dopo la sua aggressione all’Ucraina, quel fascino ambiguo riemerge nei commenti indulgenti o ammirati nei confronti di Vladimir Putin, l’uomo con “gli occhi senza sguardo”. Eppure la rivoluzione bolscevica, voluta da Lenin, nell’ottobre del 1917 (in realtà 7 novembre), fu una “rivoluzione sbagliata”. Karl Marx aveva profetizzato che la rivoluzione proletaria sarebbe avvenuta in paese a capitalismo avanzato, dove e quando gli operai avrebbero potuto appropriarsi dei mezzi di produzione, che loro stessi avevano costruito.

Ma la Russia era un’altra cosa. Era un paese enorme, povero ed arretrato, con una latente frustrazione per non essere considerato una “grande potenza”. La tensione tra la realtà e l’illusione di potenza provocò, in un sistema zarista ormai consumato, ben tre rivoluzioni, quella del 1905, dopo l’umiliante sconfitta della flotta russa da parte di quella giapponese, quella del febbraio del 1917, che portò all’abdicazione di Nicola II, e infine quella d’ottobre, quando Lenin prese il potere con la forza e con due parole d’ordine travolgenti ed efficaci: “pace subito e tutto il potere ai soviet”.

Quando i bolscevichi presero tutto il potere

Dopo la sanguinosa guerra civile tra “bianchi” e “rossi”, grazie all’Armata rossa fondata da Lev Trockji e al terrore della Ceka, i bolscevichi presero tutto il potere, schiacciando anche chi aveva creduto nella rivoluzione, come i marinai di Kronstad nel 1921. Dopo la morte di Lenin, arrivò Stalin, “acciaio”, che eliminò, un’intera generazione di bolscevichi e di oppositori veri o presunti, per ottenere un potere e un’obbedienza assoluti. Poi arrivò il patto con il diavolo, il 23 agosto 1939, di non aggressione tra Hitler e Stalin.

Quando, il 22 giugno 1941, le armate tedesche ed italiane avviarono “l’Operazione Barbarossa” per conquistare la Russia (Unione sovietica), Stalin, pur avvertito, rimase incredulo e del tutto impreparato. Alla fine ci volle, nella “guerra patriottica”, il sacrificio di oltre 25 milioni di morti e la resistenza eroica di Leningrado, Mosca e Stalingrado, fino alla conquista sanguinosa di Berlino nell’aprile del 1945. Poi ci fu Yalta, la “guerra fredda” e la “cortina di ferro”, da Stettino a Trieste.

Solo nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica nel 1991, riemerge la Russia, priva di stati satelliti, frustrata ed orfana di un “impero” passato, dal regime zarista a quello bolscevico, poi stalinista poi sovietico, ma sempre brutale, che nel 1956 e nel 1968 aveva ridotto all’obbedienza prima la rivolta Budapest e poi la primavera di Praga. In Russia, con Vladimir Putin, che è stato un agente del temibile KGB, dopo aver ammainato la bandiera rossa – ampiamente tradita – che doveva rappresentare lo stato dei lavoratori, è ritornata l’aquila bicipite degli zar e una democrazia ancora troppo fragile. Così si sovrappone e confonde l’ambiguo sostegno – spesso lautamente pagato – alla Russia e a Putin da parte della destra sovranista e dei nostalgici, fuori tempo limite, del “socialismo in un solo paese”.

Adesso la guerra, con la sua eterna brutalità, ha fatto chiarezza tra vittime e carnefici. L’Italia e l’Europa hanno trovato un’unità e una determinazione che pochi immaginavano, compresi gli ex amici di Putin, costretti a votare contro di lui, anche se si sono dimenticati di chiedere scusa.